Politica
30 Agosto 2011
Franceschini chiede le dimissioni e propone l'anti-privilegio di casta

Penati, Bersani contro la prescrizione: “Si accerti verità”

di Marco Zavagli | 5 min

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“Quando si incontrano ad Arcore  non esce fuori mai nulla di buono”. Esorcizza con una battuta Pierluigi Bersani l’attesa per il summit di maggioranza a Chez Berlusconi. Mentre il segretario nazionale del Pd sale sul palco insieme a Dario Franceschini per essere intervistato da Bianca Berlinguer alla festa Ponte d’Ambiente, la trattativa sulla manovra tra Pdl e Lega è in corso.

E si parla quindi di quello che prevedeva la manovra licenziata dal consiglio dei ministri, che “per come è stata esposta, non capisco di cosa si tratta – allarga le braccia Bersani -; dalle cose che si capiscono fin qui secondo me siamo alla confusione, ad una quadra che non c’è. Non vedo come possano quadrare questi conti nell’insieme. Nell’insieme la manovra non è credibile”.

A partire dall’Iva, fino alla vigilia in predicato di aumentare. “È una soluzione contro i consumatori, che si trasforma o in inflazione o in taglio dei consumi”, alla quale il segretario oppone “la nostra proposta anti evasione che parte della tracciabilità del denaro”.

Il tutto si esaurisce in una netta contrapposizione: “noi vogliamo far pagare chi è sempre stato al riparo e chi non ha mai pagato, loro chi ha sempre pagato”.

I dieci punti della contromanovra dei democratici – come punzecchia la Berlinguer – mancherebbe però la copertura. Una critica questa sollevata anche da Montezemolo in quel di Cortina. “Forse non ha letto le nostre proposte perché in vacanza su qualche yacht al largo di qualche costa”, replica Franceschini, che vede nelle due manovre “la differenza che c’è tra noi e la destra”.

Ma la vera manovra secondo il capogruppo alla Camera sarebbero le dimissioni di Berlusconi: “domando agli elettori che non ci hanno votato quanti miliardi costa al paese la testarda permanenza del premier al governo. Un uomo con il quale gli altri capi di stato si vergognano di farsi fotografare non può darci quella credibilità che i mercati e gli investitori internazionali ci chiedono”.

Tocca a Bersani quindi snocciolare il pallottoliere dei conti fatti dall’opposizione: “servono 15 miliardi. Dai 5 ai 7 arriverebbero dalla patrimoniale sugli immobili e poi si applica una una tantum fino al 2014”. E invece “Berlusconi rimane attaccato allo scoglio come una cozza. Se fa un passo indietro e apre a un governo di transizione guidato da persone che abbiano credibilità in Italia e in Europa allora non negheremo il nostro appoggio”.

E se dopo Berlusconi arrivasse un altro Berlusconi?, provoca la direttrice del Tg3. “Credo che un’impronta così anche il Creatore avrà difficoltà a ripetere…”, replica Bersani, che si concentra poi sulla legge elettorale e sul referendum lanciato per modificarla: la consultazione popolare “può essere, in extrema ratio, lo strumento per superare il porcellum” concede, senza però abbracciare i movimenti. “I partiti fanno un mestiere, la società e le associazioni un altro e si rispettano – aggiunge il segretario -. Noi non promuoviamo il referendum, ma possiamo essere amichevoli. Il partito ha una sua funzione e in questo momento siamo favorevoli a tutto quello che è contro questo governo”.

Franceschini sul punto ricorda che “il Pd ha presentato una proposta di legge per cambiare il sistema elettorale”. Un modo per rimarcare che “io non ho detto che firmo, perché  voglio sfuggire a quel ragionamento per cui uno si fa bello con l’iniziativa del momento e non affronta la questione all’interno del partito”.

Un discorso che vale anche per l’imminente sciopero della Cgil, che “appoggiamo perché siamo contrari alla filosofia e all’impianto di questa manovra e quindi saremo al fianco di sindacati e associazioni che vi si oppongono”.

Dai sindacati alle pensioni il passo è breve, anche se “la contromanovra del Pd non ne parla”, sottolinea la Berlinguer. Franceschini rivendica come “le riforme previdenziali vere le ha fatte il centrosinistra. Certo bisogna prendere in considerazione l’allungamento dell’età media della popolazione e bisognerà andare verso l’innalzamento dell’età pensionistica, ma non si può farlo all’interno di un decreto legge nato per fare cassa. Noi vogliamo che quello che si risparmia con l’innalzamento dell’età pensionabile rimanga all’interno del sistema previdenziale per aiutare chi è più in difficoltà”.

Si arriva infine alle note dolenti: il caso Penati. Deve rinunciare alla prescrizione e farsi processare? “Una vicenda dolorosa” per Franceschini che chiede però “un partito con capacità di prevenzione e punizione indipendentemente dal fatto che vi siano illeciti penali”. Un “insieme di anticorpi” che prevenga certe situazioni. Ma “non si può fare di ogni erba un fascio”, aggiunge il capogruppo, mettendo in guardia dal pericoloso del “sono tutti uguali”: “mi sento indignato e offeso da chi ci mette sullo stesso piano di Papa, Milanese, Cosentino. Quando viene colpito uno della destra la reazione è sempre la stessa: leggi ad personam per fermare i processi, rifiuto delle autorizzazioni a procedere e attacco alla magistratura. Noi abbiamo sempre detto che la magistratura deve fare il suo lavoro fino in fondo”.

Ed ecco che il parlamentare ferrarese propone il paradosso di “un privilegio processuale per la casta: quando un parlamentare ha un procedimento in corso, il suo deve passare davanti a quello di tutti gli altri affinché venga giudicato subito”. Quanto all’ex presidente della provincia di Milano, Franceschini chiede che “si dimetta dal partito”. “Sarebbe giusta la rinuncia alla prescrizione – prosegue -, ma la responsabilità penale è individuale ed è lui che deve decidere”.

“Il nostro partito non ama le prescrizioni – gli fa eco Bersani – e in un caso del genere gradirebbe che non rimanessero ombre e venisse fuori la verità anche se si tratta di fatti di 7, 8 anni fa”. Sul merito il segretario anticipa che alla festa nazionale del Pd “ci sarà l’incontro delle nostre commissioni dei garanti, cui chiederò un rafforzamento dei nostri codici etici”.

Dalle accuse a Penati si passa alle querele contro i giornali berlusconiani. “A chi ha detto che siamo dei ‘ndranghetisti che chiedono il pizzo avverto che verranno denunciati”, assicura Bersani, che vorrebbe addirittura “una class action”, “perché i 600mila iscritti del Pd hanno il diritto di chiedere a quel giornale i danni per il paragone che è stato fatto”.

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