Lite fuori da un bar del centro, il Questore firma tre “Daspo Willy”
Tre "Daspo Willy" sono stati emessi dal Questore di Ferrara nei confronti di altrettanti soggetti coinvolti in una lite avvenuta all’esterno di un locale del centro cittadino
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Cento. Si ritorna in aula ancora una volta alla crisi di giunta che occupò la politica centese dal marzo al maggio 2008. L’allora sindaco Flavio Tuzet – accusato di istigazione alla corruzione – avrebbe offerto cariche in cambio di un voto che poteva salvare la sua maggioranza ed evitare il commissariamento.
Il suo difensore, l’avvocato Adami del foro di Udine, ha chiamato a deporre il senatore Alberto Balboni. che si interessò del caso Cento come parlamentare di Alleanza nazionale, “anche se in quel periodo (nel 2008, ndr) non avevo cariche di coordinamento provinciale”, specifica il parlamentare. Incontrò Rudi Rodolfi, quello tra i tre consiglieri di Rinascita Ceentese che “secondo quanto mi era stato riferito da Tuzet poteva essere quello più aperto al confronto e al dialogo”.
Il senatore gli chiese un incontro “per capire le ragioni della rottura e cercare di ricomporre la maggioranza”. L’incontro avvenne a Mirabello, “prima in un bar del Comune e poi in casa di Vittorio Lodi”. Balboni non sapeva che sarebbe stato registrato.
Ai giudici Balboni spiega la trattativa politica che aveva portato all’elezione di Tuzet nel 2006. Il candidato di An era sostenuto anche da Lega Nord e Rinascita Centese. “Si aprì una trattativa politica pre-elettorale”. Una trattativa che, in caso di vittoria, doveva portare sullo scranno più alto del consiglio comunale ovviamente il candidato vincente. Il posto da vicesindaco sarebbe spettato alla seconda forza di questa coalizione, che fu la lista Rc. La presidenza del consiglio al terzo partito in base ai risultati usciti dai seggi.
“È chiaro – prosegue il testimone – che un margine di discrezionalità un sindaco deve sempre averla e spetta ai partiti dare indicazione di figure indicate per i ruoli istituzionali da ricoprire”.
Il pm Nicola Proto chiede allora lumi per quanto riguarda la spartizione che avvenne dopo la crisi. “Gli accordi preelettorali andrebbero rispettati per tutto il corso della legislatura – fa notare Balboni -. Qui venne meno l’appoggio di Rc che non sentiva più rappresentata da Alberto Alberti e chiese quindi un nuovo vicesindaco e un assessorato”. Poi la precisazione: “io non ho mai detto a nessuno: «se mi dai il voto ti nomino nel tal posto». Forse è sbagliato, ma per me l’unico modo era rispettare il diritto dei partiti di proporre, e non imporre. Il problema era che Tuzet non voleva prendere atto del fatto che Alberti non era più emanazione della civica che lo aveva sostenuto”.
Viene poi il caso Orlandini, il candidato di centrosinistra che passerà con la maggioranza. “L’accordo politico con lui lo concluse autonomamente Tuzet – spiega Balboni -. L’operazione si giustificava anche a livello nazionale: in quel periodo Mastella, presidente dell’Udeur, aveva tolto l’appoggio a Prodi facendo cadere il governo dell’Ulivo. A quel punto Orlandini non fece altro che seguire le indicazioni del suo partito, appunto l’Udeur”.
raggiunta una nuova maggioranza, a quel punto occorreva ristabilire i rapporti con l’alleato riottoso. A Rodolfi viene offerto un posto in consiglio provinciale. “Ma non in quanto Rodolfi – puntualizza il senatore -, bensì in quanto nome indicato eventualmente dalla lista civica di appartenenza”.
Di quel colloquio esiste anche una registrazione anonima, in mano alla difesa. “Non ho alcun problema a dare il mio consenso all’ascolto del nastro – chiarisce il senatore del Pdl -: non ho nulla di cui vergognarmi”. Il problema invece è un altro, quello dell’acquisizione di una registrazione diretta nei confronti di un parlamentare. Serve infatti il via libera della camera di appartenenza. Il tribunale scioglierà le riserve alla prossima udienza, fissata per ottobre.
Per quanto riguarda invece l’altro capo di imputazione contestato a Tuzet, quello delle minacce a Carlotta Gaiani, che si sarebbe dovuta preoccupare per il posto di lavoro della madre, Francesca Bonasoni, ragioniera capo del Comune, Balboni ammette di esserne stato informato dall’ex sindaco. Ma “gli sconsigliai vivamente di utilizzarlo come argomento politico”. “Mi disse che in seguito a un’ispezione ministeriale – continua il parlamentare ferrarese – c’era una lista di una ventina di rilievi in capo all’amministrazione, alcuni dei quali erano imputabili all’operato della Bonasoni, mamma del capogruppo Pd in consiglio”. A Balboni Tuzet “mi disse che secondo lui poteva essere un argomento per dimostrare all’opposizione che le cose in Comune non andavano male per colpa sua. Gli dissi che quello non era un argomento di discussione politica, che sarebbe stato anzi controproducente e che se voleva far qualcosa doveva segnalare il caso all’organo di vigilanza interno”.
Poi, di fronte alle domande della parte civile, che chiedeva se fosse a conoscenza del fatto che le minacce potevano essere lette come un tentativo di portare la Gaiani a votare favorevolmente o comunque di farla desistere dalla raccolta forme necessaria a far cadere il sindaco, Balboni replica secco: “appresi della vicenda quando lessi l’imputazione a carico di Tuzet; io faccio politica da 35 anni e nessuno si è mai potuto nemmeno immaginare che io possa consigliare un ricatto”. E chiude: “se poi vogliamo immaginare che l’undicesimo voto potesse arrivare dal consigliere del Pd, allora siamo nella fantapolitica”.
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