2 agosto 1980. Ore 10.25. Sono passati 30 anni da quando una bomba esplose all’interno della sala d’aspetto della stazione di Bologna Centrale, uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200. Chi ordinò a quella mano di depositare l’ordigno ancora oggi, dopo 30 anni, è ignoto. O, meglio, è ignoto ai più.
Come ogni anno da trent’anni a questa parte, davanti alla stazione si terranno le celebrazioni per il ricordo delle vittime di quella strage. Qualcosa però è cambiano. Purtroppo in peggio. Oggi, per la prima volta, nessun rappresentante del governo italiano parteciperà in veste ufficiale alla cerimonia.
Il significato simbolico di questa assenza pesa come un macigno sulle celebrazioni. E pesa come un macigno sulle tante richieste, avanzate in primo luogo dall’Associazione familiari delle vittime, di togliere il segreto di Stato su quell’eccidio per conoscere finalmente i colpevoli.
Sul fatto che a distanza di tanto tempo non si conoscano, o non si vogliano conoscere, i veri mandanti della strage, intervistai quattro anni fa per l’Unità Flaviano Pezzetti, il macchinista che per primo diede l’allarme. Pezzetti, 85 anni, ora vive a Ferrara, a Pontelagoscuro, dove si occupa della biblioteca del centro Il Quadrifoglio.
Le sue parole lucidissime, raccolte nel 2006, sono una testimonianza feroce di quella che a distanza di 30 anni rappresenta ancora una ferita aperte per la Repubblica e la democrazia italiana.

Flaviano Pezzetti
La morte intorno. Così come allora. Anche oggi, come ogni mattina del 2 agosto, da 26 lunghissimi anni, si sveglierà con la morte intorno, dappertutto, che avvolge ogni cosa. Sono passati 26 lunghissimi anni da quel 2 agosto ma quei secondi, quei minuti, quelle ore le sogna ancora. “Ricordo tutto. Ogni particolare. Certe notti mia moglie mi sveglia perché mi sente urlare e agitarmi nel sonno”. A parlare è Flaviano Pezzetti, 81 anni, 46 dei quali passati nelle ferrovie. Oggi è bibliotecario e grafico per il centro anziani Il Quadrifoglio di Pontelagoscuro, quartiere nord di Ferrara, dove vive con la moglie da oltre vent’anni. Nel 1980 rivestiva l’incarico di capo stazione primo aggiunto. “Tecnicamente – precisa – ero il dirigente tecnico della stazione”. E la stazione era quella di Bologna centrale.
“Quel sabato – inizia il suo racconto – mi svegliai di buon’ora, come a solito. Mi rasai, feci colazione. Arrivai come sempre puntuale sul posto di lavoro”. Una mattina di ordinaria routine. Così era iniziata una giornata come tante altre. Nulla lasciava presagire che erano le ultime ore prima della tragedia.
“Verso le 10.15 sono andato con un mio collega a prendere un caffè al bar della stazione, a pochi passi dalla sala d’attesa dove esplose l’ordigno. Dopo pochi minuti rientriamo. Appena oltrepassata la soglia dell’ufficio sentii l’esplosione. Un passo in meno e sarei rimasto trafitto dai mille frammenti di vetro che schizzavano come proiettili dal treno in sosta sul primo binario. Per qualche attimo, eterno, rimasi immobile. Si avvertì un fischio fortissimo. Mi affacciai oltre la porta dell’ufficio. C’era un immenso nuvolone di fumo nero che avvolgeva ogni cosa, tagliato solo da una lamina di luce che proveniva dallo squarcio sul tetto. E poi quell’odore… quell’odore. Un odore aspro che ti rimaneva addosso. Odore di polvere da sparo. Ho detto subito “la bomba””. Anche se per le ventiquattro ore successive l’ipotesi più accreditata fu quella dell’esplosione di una caldaia, Pezzetti non ha mai avuto dubbi: “capii subito che a provocare la strage era stata una bomba”.
Fu proprio lui il primo a chiamare i soccorsi: “Stazione centrale. Precedenza assoluta. Qui è esplosa una bomba. Chiamate la polizia e fate venire delle ambulanze”. Poi uscì per accertarsi dell’entità dei danni. Fu allora che si spalancò l’inferno. Corpi straziati, incastrati nelle lamiere, volti deformati dal terrore, quel senso di impotenza e tutta l’angoscia e il terrore che ritornano ancor oggi a rivestire i suoi incubi. Tutto questo era davanti a lui. E, come una condanna, la sua memoria lucidissima rivive tutti i dettagli. “C’era sangue fino al sesto binario. Ricordo il vagone carico di turisti fermo al primo. La parete del bagno sembrava dipinta di rosso. I soccorsi furono immediati e così io potei correre negli altri uffici per controllare se mancava qualcuno tra il personale. Il mio compito in quel momento era quello di mantenere per quanto possibile la calma e cercare di organizzare il “dopo”. C’erano già medici e infermieri per medicare i feriti. Io dovevo rimettere in funzione i treni. Sentii i superiori e gli altri dirigenti della stazione e dopo un’ora ho fatto rimettere in moto le vetture”.
Questi i momenti salienti del film che scorre sotto gli occhi di Flaviano Pezzetti a ogni ricorrenza. Un film, di cui è stato involontario protagonista, che vide la morte di 85 persone e il ferimento di altre 200. “Ogni 2 agosto penso come sia possibile che sia accaduto un dramma di tale portata”. In questi 26 anni si è tenuto tutto dentro. Ha dato voce ai suoi ricordi solo attraverso gli incubi. “Sono altri – spiega – quelli che hanno il diritto di parlare. I feriti, i familiari delle vittime. Loro sono gli eroi. Agli eroi tocca farsi carico della storia. Io ho solo fatto il mio dovere. Dalla sette e trenta di mattina fino alle nove e mezza di sera ho pensato unicamente a svolgere il mio compito: organizzare i movimenti dei treni, far ripartire chi era stato spettatore della tragedia e attendeva sulla propria carrozza di andare via da quell’inferno; far sgomberare i binari per rendere più agevoli il soccorso e la ricognizione delle forze dell’ordine. I treni dovevano circolare. Anche con il cuore a pezzi i treni dovevano circolare. Questa era la mia funzione. Fino a quando ho potuto tornare a casa. Sull’uscio c’erano mia moglie e mia figlia. Ho guardato i loro occhi, le ho abbracciate e, finalmente, ho pianto”.
Facile immaginare la rabbia, il dolore, l’angoscia di chi ha vissuto in prima persona una delle pagine più nere della storia repubblicana. Una pagina di strage sulla quale, dopo 26 anni, non è ancora stata scritta la parola verità. Cosa ne può pensare un diretto protagonista? “Non me lo chieda, per favore, non me lo chieda”.
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