Cronaca
17 Dicembre 2010
Mostafaei ha salvato "solo 50 vite". Da Giurisprudenza lancia un appello alla mobilitazione

Sakineh, l’ex legale rifugiato incontra Ferrara

di Redazione | 4 min

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È stato l’avvocato di Sakineh Mohammadi Ashtian, la 43enne iraniana condannata alla lapidazione per presunte relazioni extraconiugali, fino a quest’estate, quando è stato costretto a fuggire dal suo Paese, a seguito dell’arresto della moglie e del cognato. Ora Mohammad Mostafaei vive in Norvegia, con lo status di rifugiato politico, e viaggia per tutto il mondo per raccontare la situazione dei diritti umani in Iran.

Ieri ha fatto tappa a Ferrara, incontrando studenti e cittadini, nell’aula magna della facoltà di Giurisprudenza, per una conferenza promossa da Amnesty International.

La testimonianza dell’avvocato iraniano è stata introdotta da Gian Guido Balandi, preside della facoltà di Giurisprudenza, e ha visto gli interventi di Francesco Salerno, ordinario di Diritto internazionale, e di Riccardo Noury, della sezione italiana di Amnesty International.

“Ho deciso – ha esordito il protagonista dell’incontro – di fare l’avvocato a 7 anni, per difendere quelli che come me avevano subito dei torti di carattere civile e sociale, torti che avevo vissuto io”. Da allora Mostafaei ha studiato per intraprendere la carriera forense e, indossando la toga, ha potuto salvare 50 persone dall’esecuzione capitale. “Solo cinquanta vite”, ha precisato Moustafaei. Il legale ha assunto la difesa di 40 minorenni condannati a morte – sarebbero 140, secondo le stime delle organizzazioni internazionali, i minori richiusi nel braccio della morte –, ed è stato l’avvocato di Delara Darabi, impiccata il 1° maggio 2009 per un presunto omicidio che avrebbe commesso a 17 anni. Tutto ciò, nonostante la ratifica, anche da parte dell’Iran, della convenzione Onu sui diritti dell’Infanzia. “Nelle carceri iraniane – ha dichiarato il legale – non troviamo stupratori, rapinatori, malviventi. Ci sono giornalisti, avvocati, minori, adultere, di cui si tace e nessuno sa più nulla di loro”. Sarebbero 600, ricorda un video di Amnesty proiettato sulla parete dell’aula magna di Corso Ercole I d’Este.

L’avvocato iraniano ha ripercorso davanti al pubblico ferrarese la vicenda di Sakineh: “La sua unica colpa è stata quella di aver chiesto il divorzio al marito, un caso come tanti di subordinazione della donna nei Paesi dittatoriali”. La lapidazione sarebbe stata solo ritardata, secondo Mostafaei, a causa della mobilitazione internazionale sul caso, ma l’esecuzione sarebbe imminente: “Attraverso minacce e torture costringono il condannato a confessare in tv i propri presunti crimini. Così avrebbero fatto con Sakineh, mostrandola in un video diffuso dalla Press tv iraniana”.

Negli ultimi 6 mesi sarebbero state tagliate 32 mani, ha ricordato il legale: “Il governo iraniano è un governo di mafia, crede di difendere i suoi interessi, calpestando i diritti umani e civili dei suoi cittadini. Se un governo non rispetta il proprio popolo – ha dichiarato Moustafaei -, non rispetta neanche gli altri. Pertanto se arrivasse alla bomba atomica, sarebbe molto pericoloso”.

Il legale ha così lanciato un appello ai presenti: “Il potere è come una spada tagliente: la società civile deve limarne la lama, insieme a organizzazioni internazionali come Amnesty, per bilanciarlo”. Moustafaei auspica una rete internazionale in difesa dei diritti umani: “Le tecnologie abbattono le frontiere, i diritti umani vanno oltre i confini geografici: è urgente e necessario intraprendere una lotta che non può essere iniettata dall’alto”.

Moustafaei non è coinvolto in nessuna attività politica, fa solo il suo lavoro: difende minori e donne insieme a un gruppo di collaboratori. Per questo risulta “una spina nel fianco per le autorità iraniane”, come ha sostenuto Malcom Smart, direttore del dipartimento Medio Oriente e Nord Africa di Amnesty International. Con l’accusa di complotto e propaganda contro lo Stato, Mostafaei ha scontato 6 giorni di carcere a Evin dal 25 giugno al 1 luglio 2009. “Hanno sempre tentato di impedirmi di viaggiare e sono stato arrestato 4 volte”, ha ricordato al pubblico ferrarese. Ma non ha mai avuto paura per questo: “Lo scorso 26 luglio – ha ricordato Mostafaei -, mi hanno cercato in ufficio con un mandato d’arresto. Ma non mi hanno trovato. Così hanno preso mia moglie. È stato allora che ho avuto davvero paura, perché colpiscono i miei cari per arrivare a me”. Ora le autorità iraniane gli rivolgono una nuova e grave accusa: avrebbe agito contro la sicurezza nazionale del Paese, cooperando con mezzi di comunicazione stranieri. La condanna, emessa in absentia lo scorso 11 novembre dal braccio 28 della Corte rivoluzionaria, è a 6 anni di carcere e all’esilio a Izeh.

Un forte invito alla mobilitazione di ogni singolo cittadino in tutte le campagne per i diritti umani, è ciò che ha rivolto Mostafaei ai ferraresi.

“Mostafaei viola la regola numero uno dei governi dittatoriali: non tace”, ha dichiarato Noury. Il rappresentante di Amnesty ha riassunto in tre punti l’appello del legale: “Continuiamo a dare solidarietà a chi si trova in carcere e a chi lotta quotidianamente per i diritti umani. Sollecitiamo la Repubblica iraniana affinché li rispetti e premiamo – ha concluso Noury – sul nostro governo in questa direzione, affinché anche la nostra politica non presenti incoerenze, come il dare accoglienza a leader stranieri, che nei loro Paesi non rispettano i diritti umani, o attuino, come in Francia, programmi di rimpatrio di nomadi”.

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