di Martin Miraglia
Parcheggiando lontano dal centro, Cento sembra una città rimessa a nuovo dopo le scosse del 20 e 29 maggio. Qualche rinforzo in legno alle volte dei portici e rare inferriate sparse stanno lì a ricordare la tragedia, ma sembrano solo gli ultimi cerotti di una città ferita. Avvicinandosi al cuore della città però la situazione cambia, e cambia drasticamente.
In via Cremonino i Vigili del Fuoco ancora provvedono a mettere in sicurezza qualche edificio lesionato, via del Guercino è ancora in parte chiusa al traffico e all’angolo tra via Matteotti e Ugo Bassi un edificio pericolante costringe l’amministrazione a chiudere quattro vie, bloccando l’accesso da e per la piazza. “Non ci vogliono fare niente, pare che sia di una famiglia che non ha interesse a intervenire”, dice qualche commerciante riportando le voci di paese. La rabbia e lo snervamento non è però solo dei commercianti: fino a pochi giorni fa un cartello recitante la scritta vergogna era ben visibile, affisso com’era sul recinto metallico messo dai Vigili del Fuoco che delimita la zona rossa. Ora quel cartello – pare apposto da alcuni ragazzi – non c’è più, ma recentemente mani ignote hanno sfogato la loro frustrazione direttamente sui muri dello stabile e sui suoi sostegni con una bomboletta spray.
Chiunque abbia scritto ha sicuramente prestato più attenzione al messaggio che alla forma, ma l’esposizione dei concetti rende comunque bene l’idea: “Basta Comune”, “Che c… aspettate?” e “Tirate giù questa topaia”.
Martino Malaguti è il titolare del bar Torino, situato proprio in via Ugo Bassi. Raggiungerlo nel suo locale è già un’impresa che ricorda un perverso gioco dell’oca, che nella realtà perde tutta la sua allegria. Lo dice subito: “Io chiudo il 31, e se si va avanti così anche gli altri negozi faranno lo stesso”.
Il suo locale, modesto e allungato come tanti bar d’epoca di provincia, ha visto in questi mesi aperture straordinarie, musica e tutto quanto è stato possibile per mantenere in vita l’attività “ma ora non ha più senso, a stare aperto perdo cento euro al giorno”. Prima della scossa oltre a lui lavoravano altre due persone, che poi si sono licenziate. Ha anche provato a integrare un’altra barista, confessa Malaguti, ma ogni settimana con la paga c’erano problemi.
“Sono rimasto aperto anche il giorno di Natale, ma ne ho ricavato appena 17 euro”, spiega Martino tentando la delusione e lo sconforto, poi però prevale l’orgoglio e si offre di mostrarmi il registro dei corrispettivi. Decido di fidarmi, e lui di sfogarsi, soprattutto contro l’amministrazione. A tacere non ci sta, e prima di raccontarmi la sua storia mi avvisa: “Quel taccuino non ti basterà”, e solo per un soffio non ha avuto ragione.
“Si dice che riapriranno la zona tra quattro anni, ma non posso aspettare. Da quando c’è stato il terremoto i ricavi sono diminuiti del 70 percento; dopo mezzogiorno qui non viene più nessuno”. Malaguti mi invita a sedermi, forte della sua affermazione, poi riprende: “Dopo l’orario di chiusura dei com
mercianti questa via diventa deserta. Questo edificio è stato graziato dal terremoto, ma per come vanno le cose sarebbe stato meglio che fosse venuto giù”. “Ho chiesto un appuntamento col sindaco almeno tre volte: mi ha ricevuto solo dopo che mi sono rivolto alla stampa, verso settembre. A suo tempo mi disse che la viabilità sarebbe stata ripristinata entro venti giorni, poi ha continuato a procrastinare”.
A questo punto l’insofferenza di Malaguti contro la malagestione della fase post-terremoto si fa sempre più grande: “Io da giugno non pago nessuna tassa per scelta, e anzi la mia intenzione è quella di mandarle al sindaco ringraziandolo per la collaborazione alla chiusura del locale. Può anche venire a controllare, ma non ha le palle. Lui non è all’oscuro della situazione, ma ascolta e basta”.
Malaguti il capodanno lo passerà al bar, insieme ai suoi ultimi clienti: “Sarà un addio”, spiega. Quasi un’ora dopo la conversazione volge al termine, mi congedo e lui fa lo stesso ma con tragico sarcasmo: arrivato alla soglia mi fa una sola domanda: “È arrivato qualcuno?”.
Otto chilometri dopo arrivo a Sant’Agostino. In piazza, a pochi passi dalle fondamenta di quello che fu il municipio simbolo della violenza delle scosse, ci sono degli uffici provvisori del Comune, ed è lì che incontro Adele Zoriani, albanese approdata in Italia da dieci anni dopo essere fuggita a causa della guerra. A Sant’Agostino abita da sei anni, da quando ha sposato Bernardino Ascoli. Ora è mamma di due bambine di due e quattro anni, sta per chiedere la cittadinanza italiana e solo ieri ha potuto rimettere piede in casa sua, dopo averla ristrutturata. Fino ad allora ha vissuto prima al Palareno, che durante l’emergenza era stato adibito a campo di prima accoglienza sotto la gestione della Croce Rossa, e poi all’hotel ‘il Castello’ di Cento.
Racconta della paura che ha provato il 20 maggio “che non andrà mai via”, anche perché era a casa da sola con le figlie, mentre il marito era a lavoro. “Le pareti si erano aperte, ora abbiamo finalmente fatto aggiustare tutto”. Ringrazia il sindaco, che secondo lei “è stato molto presente con tutti”. Il capodanno lei lo passerà in famiglia, contentissima, sperando che una cosa così non capiti mai più. Le cose pare che si stiano sistemando, “spero solo che il lavoro di mio marito tenga”, confessa.
A San Carlo, che di Sant’Agostino è una frazione, a raccontare la loro esperienza sono un giovane diciannovenne e la moglie del titolare della famosa pizzeria ‘La Pace’: Giacomo Lodi e Giuliana Mangaro. Il primo spiega le sue difficoltà dei primi tempi, quando è stato costretto per quasi un mese a spostarsi a Ferrara per poter studiare per la maturità senza che la vita da campo lo disturbasse e la seconda la rinascita del suo ristorante.
Nella sfortuna comunque entrambi sono stati più fortunati di altri, e i loro destini risultano quasi identici: tutti e due fuori dalla loro abitazione, danneggiata dal terremoto, e ripartiti, seppur con mille difficoltà: ora abitano uno di fronte all’altro, e guardano entrambi al nuovo anno con speranza.
“Vivevo in un condominio vicino all’ex argine – spiega Giacomo Lodi -; ci hanno fatto evacuare il 24 maggio, anche perché il terreno su cui era costruito l’edificio, che ora dovrà essere demolito, è fortemente instabile, e i danni si fanno più gravi giorno dopo giorno”. “Ora vivo nella casa lasciata da mio nonno, che ufficialmente sarebbe la mia seconda casa. Il capodanno lo passerò con i miei amici, cercando di dimenticare e di ricominciare. Per la ricostruzione, come molti, ancora non so nulla”.
Anche la consorte del titolare della Pace non sa nulla per quanto riguarda i contributi destinati alla ricostruzione: “Abbiamo ricevuto solo il Cas a partire da ottobre – contributo di autonoma sistemazione, versato dal dipartimento della Protezione Civile a chi ha provveduto da solo a trovarsi un alloggio -, ma null’altro se non 24mila euro dall’Ascom di Parma, divisi con altre attività della zona alle quali questi soldi sono stati donati”, ha spiegato la Mangaro. A differenza del condominio di Lodi però, la sua palazzina, comprendente l’attività e la dimora, è stata dichiarata immediatamente inagibile ed è stata demolita in fretta.
“Ora abbiamo preso un appartamento in affitto qui a San Carlo perché abbiamo deciso di rimanere qui dove siamo sempre stati con la pizzeria”. Pizzeria che, sebbene soffra, ha ricominciato a placare la fame dei suoi avventori, anche se si è leggermente spostata dalla sua sede storica: “Siamo stati chiusi quasi sette mesi, il locale – anche questo in affitto – ha dovuto subire un’importante ristrutturazione. Siamo tornati a lavorare, anche se siamo ancora in perdita, ma noi non possiamo che definirci fortunati perché abbiamo lavorato nella nostra seconda pizzeria al mare e siamo andati avanti”. La voglia di andare avanti comunque c’è, e anche quella di tornare dove l’attività è sempre stata: “Il fatto di aver ricominciato a lavorare ci ha aiutato ad affrontare le feste in modo diverso, anche se lo shock emotivo rimarrà per un bel po’”; e probabilmente anche i dipendenti, tutti reintegrati, la pensano allo stesso modo.
Fioccano però anche le critiche alle amminstrazioni: “Il Comune ha fatto veramente tutto ciò che è stato possibile, ma lo Stato è assente. Ce l’abbiamo fatta solo con le nostre forze”.
Un altro Lodi, Vittorio, è stato colpito duramente dal terremoto. A Mirabello ha un’azienda agricola; “Non siamo stati chiusi nemmeno un giorno” dice, ma è perché ha lavorato anche a cielo aperto: due capannoni sono andati completamente distrutti, portandosi dietro anche i macchinari; gli altri tre sono in corso di ristrutturazione. Complessivamente, a causa delle scosse, l’azienda di Vittorio Lodi ha subito danni stimati tra i cinque e i sei milioni di euro, “ma la casa è recente, quella si è salvata”.
Anche se la sua azienda economicamente è messa bene, anche lui spera che gli aiuti arrivino presto: “Quella è l’unica criticità”. L’anno nuovo, per lui, è pieno di speranza: “Non vedo l’ora che quest’anno passi; è stato disastroso, ma in azienda abbiamo coraggio e giovani, e la famiglia è unita: ci siamo rimboccati le maniche e siamo ripartiti”.