Dom 5 Giu 2022 - 421 visite
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I Boston Celtics, Eraclito e David Foster Wallace: come il basket può insegnarci a vivere e a filosofare

Premessa: questo non è un articolo sulle finali NBA: non aspettatevi previsioni su come andrà a finire (per inciso: mentre sto scrivendo, gara 2 non è ancora stata giocata). Conosco, e stimo dai tempi in cui era uno dei miei giocatori preferiti, l’allenatore dei Golden State Warriors Steve Kerr: un play capace di insegnare la geometria a Euclide; non so nulla del suo antagonista dei Boston Celtics, se non che allena la squadra che per prima mi avvinse al basket americano, prima dei Lakers di Magic e Kareem, e dei Chicago Bulls, dei quali sono stato davvero tifoso. Non ho abbonamenti televisivi a pagamento, quindi seguo la NBA a singhiozzo, quando ne ho tempo (e spesso non ne ho).
Non voglio neanche parlarvi dell’intera gara 1, nella quale i favoriti Warriors sono stati rimontati e battuti dai Celtics. Voglio parlarvi solo dell’ultimo quarto, anzi: della seconda parte dell’ultimo quarto. Per spiegarvi come il basket abbia il dono magico di spiegare la vita come fosse filosofia.
Dunque, i favoriti, che giocano in casa, sono in vantaggio. Ma succede che i Celtics, nei cinque minuti finali, infilano un parziale di 17-0, e vincono contro la squadra che ha il miglior tiratore in circolazione, Stephen Curry: lo sguardo impietrito di Steve Kerr inquadrato dalle telecamere dice tutto, e anche di più.
Questi 5 minuti li trovate qui, e dovreste vederli, prima di continuare: https://www.youtube.com/watch?v=1orb1JlBKJ0.

Domanda: cosa succede in quei 5 minuti? La risposta, sul lato Celtics, è: circolazione di palla. Gli irlandesi d’America non cercano la star, né l’azione individuale: i verdi sono un collettivo, nel quale la differenza fra esordienti (in una finale) e veterani, fra titolari e panchina si azzera. Un Celtic – non importa quale – penetra in area, è sul punto di fare canestro (e sarebbe un canestro da applausi!), e invece scarica sul compagno meglio piazzato, e questi su uno ancor meglio piazzato: finché la palla non arriva a un giocatore libero, che i Warriors non sono riusciti a marcare, perché per raddoppiare su un avversario uno libero lo devi pur lasciare. Guardate l’azione del sorpasso, quella del 106-103 (al minuto -5:22): la palla passa di mano in mano, tutti e cinque i Celtics partecipano all’azione. Ed è qui che i Warriors commettono l’errore che gli costa la partita, quando ancora il punteggio è in bilico: si affidano al campione, cercano di mandare a canestro la star, Stephen Curry. Che però è stanco, e ben marcato: guardate al minuto -2:40, Curry che cerca di trovare la posizione, si accorge che il difensore è piazzato meglio di lui, e scarica su un compagno – guardate la sua smorfia, mentre passa la palla. Il basket non è un gioco individuale: la sua essenza è il collettivo, il sentirsi parte di un comune. Si parte e si torna tutti insieme, nel basket.

C’è un detto di Eraclito che è comparso sui giornali, perché era una delle tracce delle Olimpiadi di Filosofia vinte da una studentessa di Aosta: tristi tempi, quelli in cui si parla di Eraclito solo perché c’è una gara, una classifica, e un’italiana al primo posto (neanche fosse quella che finge di saper suonare il basso in quella band vestita da un famoso stilista che sembra i New York Dolls) – come se la filosofia conoscesse frontiere, confini, nazioni. Come se al/la filosof@ non fosse patria ogni nazione, per dirla con Giordano Bruno. Il detto è questo:

Bisogna dunque seguire ciò è comune. Ma sebbene ci sia un lógos comune, la maggior parte delle persone vive come se avesse un pensiero proprio.

Ciò che è comune è il koinón; che Eraclito dice, o scrive, nella forma ionica xunón, che gli permette il gioco di parole (coi giochi di parole Eraclito era lo Steph Curry della filosofia antica) con xùn nôi, cioè “con il noûs“: “con la ragione”. Ciò che è secondo ragione è ciò che è comune, ciò che è di tutti perché non è in possesso individuale di alcuno (omnia sunt communia dirà nel Medioevo Occam, sintetizzando un comunista ebreo di nome Gesù). Il possesso, ossia il pensare al sé come una proprietà individuale invece che come parte di un comune, in greco antico è l’ídios: da cui l’idiôtes, colui che pensa a se stesso piuttosto che agli altri (per dire: all’interesse personale derivante da due tavolini in più, piuttosto che al bene comune di una rastrelliera per parcheggiare le biciclette di uso comune). Ve l’ho spiegato con l’etimologia, ma credo che il prossimo anno in classe lo spiegherò facendo vedere questi 5 minuti di basket.

Lo scrittore David Foster Wallace ha scritto un reportage sul tennista Federer a Wimbledon, nel quale sostiene che quel sentimento di ammirazione ed entusiasmo che ci coglie, da spettatori, davanti alle imprese di alcuni grandi atleti (fra i quali cita il cestista Michael Jordan) esprime un sentimento di riconciliazione che proviamo nel vedere che l’unione di volontà e fisicità è quantomeno possibile, contro il rapporto conflittuale che abbiamo col nostro corpo. Perché è difficile avere un buon rapporto col nostro corpo? Perché, dalle malattie ai dolori, dai limiti fisici a tutta una serie di sgradevolezze – per dire: il corpo a volte puzza, e a differenza di quello dell’anima, l’odore del corpo si sente – ci fanno realizzare uno scisma tra la nostra volontà e le nostre possibilità. Per non parlare del fatto che, qualunque cosa pensiamo del possesso di un’anima, è il nostro corpo che muore. C’è qualcosa, in un corpo riconciliato con lo spirito, che si esprime attraverso la bellezza di questo corpo in movimento. Ora, un altro aspetto negativo del nostro corpo è che è uno. In realtà è un nostro errore percettivo: quello che chiamiamo corpo è una moltitudine di corpi, ciascuno dei quali dotato di vita e morte locali: ma spiegarlo mi porterebbe troppo lontano. La morte è un fatto individuale, perché sentiamo di avere un solo corpo individuale. Ma così non è: noi siamo parte del comune. È in virtù del comune che siamo quel che siamo: e il comune non muore, abbraccia nell’eternità la vita individuale che sentiamo, o temiamo, di star perdendo.

Un grande allenatore di basket, il più grande di tutti, Phil Jackson, negli spogliatoi leggeva pagine di filosofia ai suoi giocatori (fra i quali anche Steve Kerr), invece di ripassare per l’ennesima volta gli schemi. Perché, diceva, la filosofia ti insegna che esistono anche gli altri.

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