Mar 17 Mag 2022 - 996 visite
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Un solo futuro per il polo chimico di Ferrara

Con la chiusura del cracking di Porto Marghera, sito di fondamentale importanza per l’approvvigionamento delle materie prime necessarie alla produzione di materiali plastici, il petrolchimico di Ferrara si trova di fronte al baratro. Emerge, ancora una volta e sempre più violento, il “ricatto” ambiente-lavoro.

Perché se da un lato, infatti, la chiusura del cracking di Porto Marghera e la sua conversione in produzioni più sostenibili, come un sito di produzione di plastiche da materiali riciclati e produzione di idrogeno grigio (partendo cioè dal gas metano) non può che essere una buona notizia dal punto di vista ambientale e della sostenibilità, dall’altro lato si osserva il completo disinteresse da parte di Eni e delle istituzioni a quello che è il problema della salvaguardia dei posti di lavoro.

Il polo chimico di Ferrara aveva già sperimentato una situazione simile; nel 2014 Versalis aveva annunciato la chiusura del sito veneziano, portando a scioperi e tavoli di discussione con gli attori che in quel caso erano riusciti a mantenere lo status quo.

La promessa di aziende e istituzioni a Ferrara era di portare avanti progetti di ammodernamento di impianti e produzioni, bonifiche e aperture di nuovi siti più sostenibili, come ad esempio una bioraffineria e sistemi di approvvigionamento energetico rinnovabile.

Lo scopo, dunque, era quello di arrivare ad una situazione nella quale la chiusura di Marghera, che sarebbe prima o poi giunta, non creasse particolari problemi.

Invece, trascorsi otto anni dall’annuncio della chiusura, la situazione sembra invece peggiorata.
La preservazione dello status quo è stata l’unica preoccupazione di tutti gli attori in campo, che, oltre a promesse e parole, non hanno portato a nulla di concreto.

La pandemia prima e la crisi geopolitica poi hanno invece esacerbato ancora di più le debolezze del Polo, che si è visto, nel 2022, ancora completamente dipendente direttamente o indirettamente da fonti fossili.

L’aumento dei prezzi di materie prime e energia fossile degli ultimi due anni, in particolare negli ultimi 6 mesi, ha rischiato di portare alla chiusura ben prima dello stop dell’impianto veneziano, che a questo punto risulta essere solo il colpo di grazia ad un settore già, purtroppo, morente.

A causa di questi aumenti infatti molte aziende hanno dovuto limitare o bloccare del tutto le loro produzioni, rischiando in alcuni casi di non ritornare agli organici originari o di non riaprire più.

L’eventuale chiusura dell’intero Polo Chimico di Ferrara sarebbe un disastro sociale prima ancora che economico, determinato dalla mancanza di lungimiranza di politici ed attori economici che nella transizione ecologica hanno sempre visto, a torto, un rischio.

Adesso è necessario prendere atto che l’unica strada per poter salvaguardare il lavoro è proprio quello della sostenibilità ed è dunque necessario fare proposte che vadano ben aldilà di qualche ammodernamento o di una bioraffineria.

Questo è il momento, forse l’ultimo, per ripensare in maniera organica ad un intero settore, quello della chimica, che per anni è stato causa, diretta o indiretta, di danni ambientali e che ora può e deve diventare il settore trainante di una nuova economia sostenibile, sempre più indipendente dal fossile e focalizzata sull’economia circolare, in modo da aumentare l’efficienza nell’uso delle risorse, diminuire le dipendenze estere e creare nuove opportunità di lavoro.

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