Attualità
22 Gennaio 2022
Venuto in Italia nel 2016, a Ferrara viveva di carità e lavoretti stagionali e si è spento nel sonno mentre da anni attendeva che un tribunale si pronunciasse sulla richiesta di protezione internazionale

La storia di Chris, morto da invisibile

Chris Ilojie
di Daniele Oppo | 3 min

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Chris Ilojie

Chris Ilojie

Chris era un invisibile, vissuto in Italia da invisibile e morto a Ferrara da invisibile.

Chris, è Chris Ilojie, che a febbraio avrebbe compiuto 43 anni, e invece si è spento prima: 16 ottobre 2021 recita il suo certificato di morte. Morto in casa dopo essersi addormentato, ma la causa di morte è sconosciuta. Non sembrano risultare nemmeno accessi al pronto soccorso. È sepolto in Certosa, in una tomba comune.

Dal 2019 aspettava l’esito del suo ricorso davanti al tribunale di Firenze contro il diniego della commissione prefettizia del capoluogo toscano alla sua richiesta di protezione internazionale.

La lunga attesa è il destino di molti che, come lui, vengono dalla Nigeria, raccontano la loro storia senza poter fornire prove concrete e non vengono creduti per vari motivi. Aveva raccontato di essere un pastore cristiano, di essere perseguitato nel suo paese perché aveva rifiutato di sostituire il padre nel ruolo di servitore dell’idolo Idingu di Edo-Ekpon. Non sappiamo se sia una storia vera, a Firenze non gli hanno creduto.

Sappiamo però che era venuto in Italia, passando per la Libia, alla ricerca di una vita migliore. Sbarcato nel 2016, è stato trasferito a Siena dove inizialmente risiedeva in un Centro di accoglienza. Il 3 novembre del 2018, due anni dopo, la commissione decide che non ha i requisiti per la permanenza in Italia, ma l’atto gli viene notificato solo un anno dopo ancora, quando viene rintracciato a Ferrara, dove si era trasferito nel frattempo: viveva in un appartamento di via Porta Catena.

Così decide di presentare ricorso contro quella decisione. Si rivolge così all’avvocato Enrico Segala, che presenta il ricorso al Tribunale di Firenze, siamo a dicembre 2019. Da allora più niente: quasi due anni di rinnovi semestrali del permesso temporaneo alla questura di Siena, quella competente, l’ultimo avrebbe dovuto essere a ottobre.

“Venne da me a chiedere lo stato del procedimento per poter ottenere il nuovo rinnovo semestrale – racconta Segala -. Dopo, di solito, mi scriveva per farmi sapere com’era andata, quindi qualche giorno fa ho provato a chiamarlo ma aveva il telefono spento e vedevo che non riceveva i messaggi su WhatsApp. Così quando ho visto un suo connazionale gli ho chiesto informazioni, e mi ha detto che era morto: si è addormentato e poi non si è più svegliato”.

Qua a Ferrara faceva la vita non certo dorata di tanti suoi connazionali: “Aveva provato qualche esperienza in agricoltura come stagionale d’estate, ma d’inverno viveva di carità davanti ai supermercati e ai parcheggi. Ma è difficile perché tra un rinnovo e l’altro può passare del tempo prima di ottenere il nuovo permesso temporaneo e questo è un problema per gli affitti o per cercare anche un lavoro”.

Non è una storia diversa da tante altre. Ma è la storia di una vita che si perde mentre è sospesa, in attesa che uno Stato decida se è benvenuto o meno, se il suo passato è credibile, se una persecuzione – vera o presunta – valga più della voglia, della necessità, di una vita migliore in terra straniera. Non possiamo accoglierli tutti, si dice, ma anche lasciarli in un limbo per anni non sembra una grande soluzione. La sensazione del suo legale è che Ilojie si sia lasciato andare, sfinito da una vita di difficoltà.

“È cronaca attuale – osserva l’avvocato Segala – il fatto che i tempi della giustizia siano un problema serio per i cittadini italiani, a maggior ragione i suoi tempi e quelli della burocrazia lo sono per chi non ha una posizione regolare sul territorio. Possono diventare un problema che conduce a condizioni di vita difficili e insostenibili anche nel nostro paese, e rende molto difficile una vera integrazione”.

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