Politica
19 Gennaio 2021
Massimo Torrefranca, membro del Cda dimissionario della Fondazione fa chiarezza dopo le parole di Sgarbi e rivela: “Gulinelli ci sollecitò a riunirci il 10 dicembre perché l'11 volevano presentare il nuovo direttore”

Teatro. “Nessuna pressione delle Comunità ebraiche sulla nomina di Ovadia”

Massimo Acanfora Torrefranca (foto di Marco Caselli Nirmal)
di Daniele Oppo | 4 min

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Massimo Acanfora Torrefranca (foto di Marco Caselli Nirmal)

Massimo Acanfora Torrefranca (foto di Marco Caselli Nirmal)

“Posso assicurare che non c’è stata mai alcuna pressione a favore o contraria a Moni Ovadia, la gestione dei teatri pubblici non è un argomento che trattiamo. La Comunità ebraica di Ferrara non ha fatto alcuna pressione, così come quelle di Milano, Roma e quella nazionale”.

Parola di Massimo Acanfora Torrefranca, docente e musicologo di fama, che la vicenda la conosce bene e dall’interno essendo membro dimissionario (e dimissionato) del Cda della Fondazione Teatro e vicepresidente della Comunità ebraica di Ferrara.

Insomma, quella di un Mario Resca spinto dall’esterno a mettersi di traverso alla nomina di Moni Ovadia a direttore del Teatro Comunale di Ferrara, come affermato da Vittorio Sgarbi, non è una ricostruzione aderente alla realtà, quantomeno frutto di malintesi o forzature interpretative.

“Non posso escludere, anzi so per certo, che singoli ebrei che hanno anche ricoperto incarichi di grossa responsabilità abbiano chiamato Sgarbi e gli abbiano fatto pervenire le loro rimostranze sulla nomina di Ovadia – concede Torrefranca -. Qualcuno ha chiamato anche me, ma io ho risposto che ho votato perché diriga un teatro pubblico, non ho espresso una posizione su ciò che pensa”.

Qui si arriva diretti all’altro nodo, all’altra spiegazione data da Sgarbi per spiegare come sia maturata l’inconciliabilità tra la ‘linea Resca’ e quella sua e del sindaco Fabbri: una richiesta del presidente della Fondazione rivolta all’assessore Marco Gulinelli per chiedere a Ovadia il testo della sua recita con Augias in occasione della Giornata della Memoria.

Per Sgarbi quella è stata un’incursione nella libertà artistica del futuro direttore, quasi un atto di censura, ma Torrefranca ne indica ben altro significato: “Non c’era, non c’è e non ci sarà mai intenzione censoria di qualunque tipo, nei confronti di chicchessia. Forse quella lettera è stata formulata in maniera non esatta, ma la nostra preoccupazione, mia per primo, è stata un’altra: si parla di memoria e Shoah e, sul tema e in collegamento con le politiche di Israele, Ovadia ha già espresso posizioni magari legittime ma che creano controversie e reazioni molto forti. Se questo viene detto sul palcoscenico del teatro, io non voglio imporre cosa debba dire, ma voglio sapere se dirà cose tali da sollevare un polverone spaventoso, e prepararmi. È diverso”.

Torrefranca riannoda ancora i fili e spiega come si sia arrivati alla proposta Ovadia e quale era – ed è, finché è in carica – la posizione del Cda.

“Quando abbiamo saputo che l’attuale direttore sarebbe andato in pensione, ci siamo preoccupati per capire cosa fare – racconta -. La normativa italiana sembra dire che bisogna fare un concorso pubblico, abbiamo chiesto vari pareri legali e ne abbiamo ottenuto uno da parte del prof Alessandro Lolli dell’Università di Bologna”.

Il Cda ha deciso allora di riunirsi per delineare i profili da ricercare tramite bando. L’orientamento era quello di ricercare qualcuno con esperienza gestionale nei teatri, come da caratteristiche delineate dallo statuto, ma a un certo punto è arrivato il diktat dall’alto: quel qualcuno è Moni Ovadia.

Gulinelli (l’assessore alla Cultura, ndr) ha mandato un’email sollecitandoci di fare assemblea entro il 10 dicembre perché l’11 volevano fare la conferenza stampa per presentare Ovadia e lì mi sono anche inalberato, perché dobbiamo essere liberi di decidere”, rivela Torrefranca.

Alla fine, il 10 dicembre il Cda si è riunito per discutere effettivamente di Ovadia, sono emerse le questioni di tipo tecnico-amministrativo, il consiglio si è confrontato con Gulinelli stesso, con il vicesindaco Nicola Lodi e con il direttore generale del Comune, Sandro Mazzatorta, che ha spinto per la chiamata diretta anziché per il bando.

Poi i tre politici sono usciti mentre i consiglieri votavano e sono rientrati per farsi comunicare la decisione/proposta: un anno di contratto con un compenso tra i 40 e i 70mila euro – determinato dai limiti di legge per gli affidamenti diretti – rinnovabile dopo aver valutato le performance anche in campo di gestione amministrativa, non solo e non tanto artistica. “Ci sembrava anche congruo dal punto di vista etico visto che buona parte dei lavoratori delle spettacolo si chiede come arrivare a fine mese”, rimarca Torrefranca. I tre politici “non hanno obiettato” e sono andati via.

Il resto della storia è tristemente nota.

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