Sab 3 Ott 2020 - 2324 visite
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Italo Balbo: quadri per un’esposizione

Questo blog aderisce alla proposta di una mostra celebrativa su Italo Balbo che “colga tutti gli aspetti del personaggio”, e con spirito costruttivo avanza una proposta di testi e immagini per 6 cartelloni introduttivi.

1. Il conte e il leccaculo

Nel suo Diario 1922, alla data del 5 febbraio Balbo scrive: “Ho conosciuto il conte Volpi a Venezia. È un tipo. Me lo presentò la scorsa estate l’amico ferrarese Vittorio Cini”. Questa annotazione è la prova provata del fatto che il Diario 1922 è un falso, scritto a posteriori e spacciato per l’agenda del ’22. Basterebbe un confronto fra lo stile di scrittura dell’autore (una sequenza di periodi elementari collegati dal solo punto, forse per il sospetto che le subordinate siano sovversive) e i testi dei comizi di Balbo riportati sui giornali locali (la classica prosa del piccolo-borghese di inizio secolo con aspirazioni alte, pomposa e infarcita di carduccismi). Ma qui casca l’asino: perché nel ’22 (anzi, nel ’21) Balbo non avrebbe potuto chiamare Volpi “conte”, titolo che gli fu conferito solo nel 1925. Giuseppe Volpi è una figura decisiva nel rapporto fra industriali e fascismo: il suo ingresso nel governo, nel pieno della crisi seguita all’assassinio di Matteotti, fu un chiaro segnale di come si schieravano i padroni. Sicché, quando Balbo (o il suo ghost-writer, probabilmente Nello Quilici) scrive, a posteriori, queste pagine non riesce a non chiamarlo “conte”. Balbo era ardito ed eroico, in dieci armati contro uno (se disarmato: quando incontra chi gli risponde armi in pugno, come gli Arditi del Popolo di Parma, il Balbo fegato di leopardo si muta in coniglio, e scappa); era eroico, grazie alla “complicità dei pubblici poteri, inerti o plaudenti dinanzi al ‘dinamismo’ fascista quanto solerti e zelanti dinanzi alle reazioni provenienti dal campo proletario” (così Alessandro Roveri): davanti a un padrone come Volpi, Balbo si rivela un prono giullare pronto a nettargli le terga. In definitiva, la quintessenza del fascismo e dei fascisti.

2. Le polveri di Balbo

Un’indiscussa, anche se misconosciuta, protagonista del fascismo, prima e durante il Ventennio, è madama Sleppa: la cocaina. Balbo ne è letteralmente circondato. La cocaina si diffonde fra i fascisti estensi dopo essere arrivata col ritorno degli arditi fiumani – fra i quali Balbo non c’era: come testimonia Guido Torti, fascista della prim’ora, nel dicembre del ’20 Balbo “combatteva il bolscevismo giocando a poker” nei bar di piazza Ariostea. Cocaina e cherry brandy (da cui, per deformazione, “Celibano”) sono il carburante dello squadrismo: drogati e pieni di cocaina (vedi le testimonianze raccolte da Sitti e Previati), con buona pace del cuore di dinamo e fegato di leopardo. È un cocainomane (lo segnala anche Franzinelli) Beltrami, il braccio destro di Balbo: quando, messo da parte assieme ai fascisti delle origini (dopo una spedizione di squadristi perugini contro i dissidenti ferraresi), renderà pubbliche le malefatte di Balbo, i fascisti non esiteranno a denunciarne il vizietto sulla prima pagina del “Balilla”, senza accorgersi dell’effetto-boomerang, giacché era stato uno di loro. Circola a fiumi la polverina nel giro bolognese di Arpinati, dove Balbo è di casa, ma anche nelle feste galanti in Versilia, dove Balbo arriva ammarando in aereo per farsi servire il Negroni dai camerieri sul pattino, in un giro di amanti che non si perita di nascondere, benché difenda fascisticamente, con Dio e la Patria, la Famiglia; e dove dà spettacolo la figlia del Duce, Edda, anche lei aspirante, che non si priva di alcun piacere, in barba alle spie che il padre le mette alle calcagna. Frequentano madama Sleppa il camerata Muti, ma soprattutto l’intimo amico Magnani, il centese che Gian Carlo Fusco definisce “amico di latte della cocaina”. Non stupisce, dunque, che fra le imprese aviatorie di Balbo ci sia un evocativo atterraggio sulla neve. Balbo è morto, madama Sleppa invece se la passa ancora bene: la sua persistente popolarità nelle stanze del potere e nei piani alti della buona società spiega molte cose.

3. Il sangue dei giusti

Della condotta gangsteristica di Balbo non dovrebbe esserci bisogno di parlare: eppure qualcosa bisognerà pur sottolineare, contro la mitologia creata dallo stesso Balbo. Ad esempio, la sua dedizione alla causa della prim’ora: Balbo abbandona il Bar Estense, il poker e il whisky dopo una vera e propria trattativa conclusasi con un assegno mensile di 1.500 lire, la nomina a segretario, la garanzia di un impiego bancario “alla fine della battaglia”; ma anche, un giornale, e una cassa con 200 rivoltelle di provenienza militare (il comandante del distretto militare di Ferrara, denunciò Matteotti il 1 febbraio 1921 alla Camera, era un noto fascista). L’acquisto di Balbo segna la svolta del fascio ferrarese, che diventa “la guardia del corpo del pescecanismo” (sono parole di Gaggioli riportate da Corner), l’esercito personale degli agrari e degli industriali, terrorizzati dalla pretesa dei contadini e degli operai di giustizia sociale e politica. Balbo è responsabile diretto, morale o politico di omicidi premeditati (la consegna di somministrare “bastonate di stile” significava frattura del cranio), o causati dal mix di cocaina e alcool che portava gli “arditi” fascisti a trascendere dalla bastonatura all’omicidio. Basta citarne due, i più emblematici: Natale Gaiba e don Minzoni. Natale Gaiba viene assassinato per vendicare l’offesa, compiuta quando il sindacalista argentano era assessore al comune, di aver fatto sequestrare l’ammasso illegale di grano al Molino Moretti. Di avere, cioè, preteso che il grano imboscato per farne salire il prezzo venisse strappato agli agrari e restituito al popolo che lo aveva prodotto coltivando la terra, e che faceva la fame. Don Minzoni viene assassinato dai fascisti locali: lo sappiamo con certezza, dopo che don Romano Fiorentini, il parroco di Boccaleone ha confessato di essere figlio del mezzadro Gaetano, ras del fascio locale, che diede alloggio ai sicari; mezzadro sulla terra di una delle famiglie di agrari che figurano fra i sottoscrittori del fascio argentano (Giovanni Bedeschi, nella sua biografia di don Minzoni, lascia intendere di conoscere il nome di Fiorentini, ma non avendo ancora la prova non può dirlo). Balbo non può ammettere che siano stati individuati e arrestati i fascisti che organizzarono l’assassinio, fra i quali Raul Forti “il più bel fascista di Ferrara”: e interviene in molti modi, anche con la costante presenza in aula, a condizionare le indagini e il processo. Più infame ancora dell’appoggio politico e morale ai bastonatori, la diceria che don Minzoni avesse un’amante, costruita a partire da una colletta fatta dal parroco per consentire a una contadina povera di andare a nozze con un vestito degno: diceria propagata anche dal “Corriere Padano”, il giornale che Balbo dirige assieme al fido Quilici.

Gli esaltatori delle trasvolate atlantiche non mancano di citare le manifestazioni organizzate a Chicago in onore del trasvolatore: chissà perché omettono sempre di citare lo striscione che recitava “Balbo, don Minzoni ti saluta”. Gaiba e don Minzoni, assieme a molti altri (per citarne tre, dallo studente partigiano Ludovico Ticchioni al professor Francesco Viviani caduto a Buchenwald, al magistrato Pasquale Colagrande), prima, durante e dopo la marcia su Roma, testimoniano col loro sacrificio o la loro lotta sotterranea, che i ferraresi non erano, e non sono, tutti uguali.

4. La tribù di Levi

Balbo protettore degli ebrei, dice la vulgata. Ma davvero? Che Balbo abbia offerto protezione alla borghesia ebraica, che era filofascista (un’infamia che non ha mai cessato di ricordarci Bassani), è un fatto. Così come è un fatto che l’opposizione di Balbo alle leggi razziali non andò oltre qualche urlo in Gran Consiglio, senza che gli passasse per la testa di mettere sul tavolo le sue dimissioni, o di mandare a scoreggiare nella crusca quel Quilici che, pur di mantenere le proprie posizioni, aveva scritto La difesa della razza in appoggio alle leggi razziali. Ma la protezione agli ebrei fascisti non significa protezione verso gli ebrei tout court, come testimonia un articolo del 15 luglio 1925. Il giorno prima, a Firenze, all’uscita da un processo erano stati inseguiti e bastonati dai fascisti locali Gaetano Salvemini e alcuni antifascisti che lo accompagnavano. Fra questi, i professori Alessandro Levi e Pintor Luzzato. Nell’articolo di fondo in prima pagina del “Corriere Padano” (in alto a sinistra, non firmato: che dunque esprime l’opinione del direttore) Balbo, che di Salvemini scrive che “vi sono faccie [sic!] al mondo, portate in giro qualche volta anche da persone per bene, che attirano gli schiaffi , come la sputacchiera gli sputi”, afferma, commentando l’agguato:

La commedia è finita come doveva finire, cioè con la comparsa improvvisa di Fasulèn, che ha crocchiato di santa ragione sulle teste di legno, con l’arte e lo stile che gli sono consueti. Alcuni personaggi – tra i quali vediamo con piacere qualche rappresentante della tribù di Levi – sono finiti a un certo punto dentro un negozio.

Qualche rappresentante della tribù di Levi, teste di legno, della cui bastonatura Balbo si compiace: non serve altro commento. Se non per ricordare che il vicedirettore, e di fatto il vero direttore (lo sarebbe diventato anche formalmente a breve) era quel Nello Quilici che non alzò un sopracciglio a fronte di queste parole. Ma bisogna capirlo: si era nel pieno della crisi aventiniana, innescata dall’assassinio di Matteotti compiuto nell’auto che era nella disponibilità dello stesso Quilici al “Corriere Italiano”, e che dal garage del giornale i sicari hanno prelevato chiavi in mano. La chiamata a Ferrara al “Corriere Padano”, sotto la protezione di Balbo, aveva sottratto Quilici all’attenzione della magistratura romana: poteva l’eroico scrivano mettere a repentaglio il suo buon rifugio ferrarese, in giorni così incerti?

5. Stormi in volo sull’oceano

Il Balbo aviatore e le trasvolate atlantiche sono un capolavoro di marketing: un esempio di come, e a quale prezzo, funzionava la macchina propagandistica del Regime. Trasvolate e gare di velocità aeree erano, negli anni Venti, un laboratorio di sperimentazioni nello sviluppo aereo, e una palestra di addestramento dei piloti, in anni pionieristici per l’areonautica. Ma quando, nella seconda metà del decennio, l’areonautica italiana è colta da una vera e propria frenesia di record e trasvolate, queste sperimentazioni sono in declino: tutto quel che c’era da ricavarne è stato conseguito da paesi più avanzati del nostro, e lo sviluppo dell’areonautica è ora saldamente affidato alle industrie, non ai pionieri spericolati. Balbo, insomma, può farsi grosso perché manca la concorrenza: un po’ come se la Ferrari tornasse a primeggiare perché McLaren-Mercedes si sono ritirate (fermo restando che un pilota solitario francese vola da Parigi a Pechino nello stesso anno della trasvolata atlantica: ma è un’impresa individuale, senza battage propagandistico). E può fare il grosso perché usa il suo peso politico per far fuori prima Nobile, e poi, dopo averlo sfruttato e vampirizzato, De Pinedo, il vero artefice delle imprese aeree cui Balbo va a rimorchio, salvo prendersene il merito. Ma il prezzo delle “imprese” aeree di Balbo è pesante. Ogni anno decine di piloti morivano nelle esercitazioni: manca una cifra totale, ma per dare un’idea nel solo 1927 Claudio G. Segre conta 581 incidenti con 58 piloti morti; nel 1932 i piloti morti sono 30, due dei quali, uno all’andata e uno al ritorno, proprio nella trasvolata atlantica. Balbo concentra tutte le risorse in aerei che sono veloci perché alleggeriti di tutto, anche dell’essenziale, invece di investire nella sperimentazione e nell’innovazione: buoni per vincere una coppa, non certo per fare la guerra. Le risorse sono concentrate sulle futili gare che tanto piacevano a Balbo: in compenso, le ore di addestramento effettivo per la restante aviazione sono la metà di quelle dell’aviazione francese e della R.A.F, un terzo dell’aviazione statunitense. Balbo bara anche con le cifre, nasconde le spese e tarocca i bilanci effettivi: e mente sul reale stato della flotta aerea. Quando, nel 1933, Mussolini gli toglie il giocattolo e fa ispezionare i velivoli, scopre che su asseriti (da Balbo) 3.125 aerei in organico, solo 911 sono in grado di volare. Da questo sfacelo l’aeronautica italiana non si riprenderà: gli aerei italiani da guerra, in assenza di progressi nelle costruzioni e di un’industria che ne supporti la costruzione (per effetto del monopolio di fatto garantito a FIAT e Savoia-Marchetti) resteranno privi di corazzature, costruiti prevalentemente in tela alluminizzata e tubi innocenti, con il pilota allo scoperto (e quindi senza poter raggiungere la tangenza massima) e senza apparecchi radio, più lenti di quelli inglesi (il CR 42 Falco non superava i 470 km/h, mentre gli Spitfire inglesi raggiungevano i 570 km/h). Con queste bare volanti, o “vacche” (come i piloti chiamavano i Savoia-Marchetti), i nostri piloti andranno al macello in guerra. Apparecchi al livello di una nazione arretrata, con un’industria arretrata, governata da un Regime che, dopo aver raccolto l’aspirazione futurista alla modernizzazione e alla velocizzazione, ha bloccato il paese nella stagnazione produttiva e invoca la riruralizzazione dell’Italia. Nel triennio 1940-43 l’industria italiana produrrà 11.508 aerei, contro i 74.113 inglesi e i 63.189 tedeschi. Ancora una volta, Balbo è l’emblema del fascismo, nel male e nel peggio: e senza saperlo, con le sue sboronate aeree sta cominciando a piantarsi i chiodi sulla bara.

6. Il postino suona sempre due volte

Sulla morte di Balbo in Libia c’è poco da congetturare: persino Folco Quilici, nel suo bel libro d’inchiesta sull’incidente di Tobruk, non è riuscito a dimostrare che ci fu intenzione nei colpi di mitraglia italiani che abbatterono il suo Sparviero. E del resto, chi sparò non poteva sapere che su quell’aereo c’era Balbo. Partito alle 17 da Derna con due SM 79 e un corteo di una decina di ospiti per andare a catturare qualche veicolo britannico (“Non abbiamo autoblindo? Andiamo a prenderle agli inglesi!”), convinto che la guerra sia una guasconata, Balbo non si preoccupa di consegnare un piano di volo: con un aereo in tela e tubi, più lento di quelli inglesi e per di più appesantito da qualche centinaio di chili (gli ospiti della gita, fra i quali il fido Quilici, i proiettili delle mitraglie e le bombe per l’impresa), per non dire dei 2000 litri di carburante, crede di poter dare battaglia. Ha un’età, e un giro vita, che consiglierebbero meno spavalderia: ma Balbo, bugiardo incorreggibile, ha bisogno di mentire anche a se stesso e di credersi più giovane di quel che è: amanti indigene e una panciera che lo strizza lo aiutano nella finzione. Pochi minuti dopo, mentre è in volo col suo SM, una squadriglia di Bristol Blenheim della R.A.F. giunge inattesa su Tobruk e per dieci lunghissimi minuti martella il campo T2 con le sue mitragliatrici Browning colpendo, danneggiando, ferendo, uccidendo, infierendo sui soldati italiani privi di una credibile contraerea – di radar neanche a parlarne, men che meno del fantomatico “raggio della morte” che Marconi stava senz’altro inventando, anzi già sperimentando, col quale avremmo senz’altro vinto la guerra. Balbo si dirige su Tobruk e fa la sua ultima pirlata: nel doppio senso di curvare a mancina, e di fare una manovra da pirla, perché non si cura della direzione di svolta, non si chiede qual è la differenza fra arrivare a Tobruk dal deserto o dal mare, mentre il sole va a tramontare.
Balbo esegue lo sbloccaggio dei deflettori e la regolazione del dispositivo di stabilizzazione dell’aereo, che va a planare a 200 chilometri orari, per poi ridurre progressivamente la velocità con l’azione della cloche, finché, allertato dall’allarme acustico e dalla spia che s’accende sul rosso, sposta la leva che comanda l’uscita del carrello. I soldati italiani, ancora terrorizzati dal raid inglese e in attesa di un possibile secondo passaggio, con la sabbia sottile del deserto nell’aria sollevata dal Ghibli, vedono arrivare col sole basso sulla linea dell’orizzonte alle spalle un aereo: con le mani sulla Breda 20mm che arriva a una gittata di 5500 metri in orizzontale, il sole negli occhi e la sabbia che fa tremolare l’aria, un soldato friulano preme il grilletto puntando all’aereo in volo discendente, senza sapere che è quello di Balbo. I gà rustì como dordei, dichiarerà con la sua parlata di Ronchi. Sulla San Giorgio, una nave semiaffondata davanti a Tobruk per fare da presidio antiaereo, cioè da bersaglio per gli aerei britannici (che la centreranno un anno dopo), si festeggia l’abbattimento del presunto aereo inglese. Nel giro di dieci minuti arriva la notizia: era uno dei nostri. No, non era solo uno dei nostri: era l’aereo di Balbo. E, dopo un attimo di sbigottimento, parte il primo evviva!, seguito dal boato di tutta la nave: Buffone! Cialtrone! Fascista di merda! E mentre gli ufficiali brindano alla fine del pagliaccio che credeva di vincere la guerra da solo: Savoia! Viva il Re!

Chissà se, mentre il serbatoio dell’aereo veniva colpito e il fuoco avvolgeva il SM 79, a Balbo è apparso don Minzoni, a salutarlo.

Bibliografia minima utilizzata:

Italo Balbo, Diario 1922, Mondadori 1932
Lorenzo Bedeschi, Don Minzoni. Il prete ucciso dai fascisti, Bompiani 1973
Paul R. Corner, Il fascismo a Ferrara, Laterza 1974
Giovanni Fasanella, Mario José Cereghino, Le carte segrete del duce, Mondadori 2014
Mimmo Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922, Mondadori 2003
Gian Carlo Fusco, Mussolini e le donne, Sellerio 2006
Folco Quilici, Tobruk 1940, Mondadori 2006
Alessandro Roveri, Le origini del fascismo a Ferrara 1918/1921, Feltrinelli 1974
Claudio G. Segre, Italo Balbo, il Mulino 1988
Renato Sitti, Lucilla Previati, Ferrara, il regime fascista. Documenti e immagini del fascismo ferrarese, La Pietra 1976

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