Sab 1 Ago 2020 - 371 visite
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Al mié dialèt, ti uso per farti sopravvivere

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Carissimi amici, questa volta vi ripresento una stupenda poesia di quel talento che era il professor Alberto Ridolfi. Le persone geniali riescono con pochi tratti di scrittura a metterci in condizione di capire ciò che altri a malapena riuscirebbero con elzeviri e giri di parole, che spesso inciampano in se stesse.

“Al mié dialèt” è una breve lirica a rime sciolte che ricorda sinteticamente mamma e papà, gli anni dell’infanzia, la severità di genitori che pretendevano si parlasse italiano. I primi amori, il lavoro. Poi il poeta ricorda la simpatia e la comunicabilità delle battute in vernacolo. Si sente amareggiato per la piega “bastarda” che assimila il ferrarese. Infine ricorda e ci incita a usarlo per tenerlo in vita: “At dróv parché t’an mór” (…ti uso per farti sopravvivere).

Ex docente, Ridolfi, laureato in ingegneria, insegnò elettronica all’Itip per 35 anni. Quando si ritirò decise di approfondire l’interesse per il dialetto e si fece subito notare dagli addetti ai lavori. Entrò nel Tréb dal Tridèl, l’associazione che punta alla valorizzazione del dialetto ferrarese. Ne divenne presidente nel maggio 2003. Lasciandola dopo poco perché preso da altri numerosi impegni; pur collaborando sempre e rimanendo parte vitale di quel cenacolo di lingua ferrarese. Negli anni affinò la tecnica di ricerca e collaborò alla stesura del vocabolario ‘Italiano-Ferrarese’, assieme a Luigi Vincenzi e Floriana Guidetti (Edizioni Cartografica, 2007).

Ridolfi pubblicò ‘tanta roba’: dialetto, italiano, saggi, poesie, zirudèle. Oltre ad essermi amico, consigliere di cose poetiche e dialettali, fu l’artefice, insieme alla professoressa Floriana Guidetti, della mia “carriera “ di attore dialettale. Era un bravissimo attore-cabarettista. Con la compagnia “I Ragazit da ‘na volta” (purtroppo disciolta) portammo in giro il dialetto di Ferrara. Anche qualche commedia, molto cabaret e avanspettacolo. Pure spettacoli e filmati atti a combattere il problema delle truffe nei confronti di anziani. Sei di questi, già pubblicati da Estense.com, tempo addietro. Grande Alberto, ci manchi molto.

AL MIÉ DIALÈT
(di Alberto Ridolfi)
A t’ò tgnusù ch’a jéra péna nàt,
int il vóś ad mié màma e ad mié popà.
E at m’à fat cumpagnié par tuta la mié vita
int i źógh, int ill brét e int al lavór.
Quanta richéza e quanta fantasia
da dré dal tò paróll sénza eleganza,
duri, grézi, par quéi che i at tgnós póch.
A scóla quànt bravàd e quant scupazùn
parché biśugnàvs dscórar in italian.
Ma am son acórt che spess, int la mié vita,
una paròla dìta acsì, in fraréś,
‘na fraś par rómpr’ al giàz, una batùda,
la crea dlà simpatia, la crea calór.
Inquó ti t’jé cambià, t’an jè più ti :
imbastardì con dill paròl furèsti
o pèz incóra, cupià da l’italiàn.
Ma at tién da cónt, amìgh ad zuvantù,
pr’al ricòrd di mié vèć e dal sò mónd
che mi an tróv più, se non int la memoria:
T’jé part ad mi e at dróv parché t’an mór

IL MIO DIALETTO
Ti conobbi che ero appena nato,
nelle voci di mamma e papà
E m’hai fatto compagnia tutta la vita
nei giochi, negli innamoramenti e nel lavoro.
Quanta ricchezza e quanta fantasia
dietro le tue parole prive di eleganza,
dure, grezze, per coloro che ti conoscono poco.
A scuola, quanti rimbrotti e quanti scapaccioni
perché si si doveva parlare italiano.
Ma io mi sono reso conto che spesso nella mia vita
una parola detta così, in ferrarese,
una frase per rompere il ghiaccio, una battuta,
crea simpatia, crea calore.
Oggi tu sei cambiato, non sei più tu:
reso bastardo con parole esotiche,
o peggio ancora, copiate dall’italiano.
Ma ti conservo, amico di gioventù,
per ricordare i miei avi e il loro mondo
che io non ritrovo più, se non nella memoria:
Sei parte di me e ti adopero perché tu non muoia

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