Mar 17 Mar 2020 - 4308 visite
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Numero 30

Esco di casa.

E mai, in tanti anni che corro, ho avuto la sensazione così forte di “uscire di casa”, cioè di abbandonare un ambito rassicurante e di espormi a un contesto potenzialmente pericoloso, se non addirittura letale.

L’epidemia e le sue conseguenze sono ormai molto più dell’argomento dei nostri pensieri e dei discorsi, ma la cornice e lo sfondo imprescindibile in cui collochiamo ogni nostro atto quotidiano, che lo rende possibile o non possibile, lecito o illecito, prudente o imprudente.

La mia stessa corsa di oggi è in linea con le ultime disposizioni del Presidente del Consiglio o con l’ultima ordinanza comunale?

La via è totalmente deserta, solo un signore brizzolato, che fuma su un balcone al secondo piano, mi osserva mentre passo sotto casa sua; cosa starà pensando? Che sono un imprudente, un pericolo pubblico, un privilegiato, un antisociale, un untore… e perché mi devo interrogare tanto su ciò che può pensare di me una persona di cui non mi importa nulla?

Luca è a Milano, in una regione se possibile ancora più coinvolta dal contagio; il nostro abbraccio senza smettere di correre (un’arte che si mette a punto solo dopo anni di esperienza), oggi non è possibile. Ma lo sarebbe se lui fosse qui? Cosa ne so io di come sta reagendo a questa situazione? Mi abbraccerebbe, mi correrebbe vicino, vorrebbe contravvenire alle regole in nome della nostra amicizia? E ha poi senso tirare in ballo l’amicizia per questo genere di cose?

Mentre continuo la mia corsa, in questa meravigliosa giornata di metà marzo che già offre ben più che una speranza di primavera, la mura mi si offre in un modo nuovo e sbalorditivo, disabitata e splendida a perdita d’occhio.

Splendida o desolata?

Non so se godere di questa solitudine o se farmene rattristare.

Finalmente vedo di fronte a me un altro podista che procede nella direzione opposta alla mia. Mano a mano che ci approssimiamo si sposta sul margine estremo della carreggiata, di modo che quando ci incrociamo ci sia tra noi il massimo margine possibile. Lo seguo con gli occhi ma lui fissa solo la strada davanti a sé, mi ha certamente visto ma pare non volere nemmeno posarmi lo sguardo addosso.

“Avrà avuto paura di contagiarsi” penso “che esagerato”.

Sono ormai alla Casa del Boia quando incrocio un gruppetto di cinque podisti; questi procedono affiancati, parlando tra di loro come se niente fosse, a una distanza ben inferiore a quella indicata come invalicabile limite di sicurezza delle relazioni sociali.

Ora sono io a guardarli con un certo biasimo: “che imprudenti” considero tra me e me.

La contraddizione tra i miei stessi pensieri mi risulta subito evidente, e mi porta a interrogarmi:

“Cosa è meglio? Essere molto cauti, arrivando a cambiare strada se si incrocia qualcuno, o fare come se niente fosse e organizzare cene in casa con trenta persone? Fregarsene delle regole, o tapparsi in casa e non uscire neanche per fare la spesa? Essere sospettosi, fino a pensare che dietro questa faccenda ci sia un complotto internazionale, o essere ingenui e pagare una mascherina di carta 50 Euro senza batter ciglio?”.

Fatico a rispondere, e continuo a correre nel paesaggio insolitamente anecumenico.

Mi domando se mi sia mai accaduto nella vita di percepire una tale situazione di allarme diffuso e crescente, tale che chiunque sa perfettamente che chiunque vicino o lontano che sia sta probabilmente pensando e facendo i conti con il suo stesso problema. Forse solo l’11 settembre, o i giorni del rapimento di Moro, o la tragedia di Alfredino Rampi, a Vermicino. Ma si tratta appunto di tragedie. Se invece devo trovare un evento positivo così forte da creare una emozione altrettanto potente e socialmente condivisa mi vengono in mente le vittorie della Nazionale ai Mondiali di calcio del 1982 e del 2006; o forse lo sbarco sulla luna, ma era il 1969, ed ero troppo piccolo per serbarne memoria.

Credo che l’unico evento che possa – in certo senso – essere avvicinato all’attuale stato di cose, ma che fortunatamente non ho vissuto, sia la guerra, intesa come una situazione di massiccio stress collettivo, una condizione di generale angoscia, causata da un nemico invisibile e imprevedibile.

Una situazione a fronte della quale ognuno, per mantenere il suo equilibrio, mobilita i meccanismi psichici di difesa che ritiene più efficaci, in modo conscio o inconscio. C’è chi utilizza la rimozione (“perché i bar sono chiusi?”), chi la minimizzazione (“è come un’influenza”), chi l’umorismo (“l’hai sentita l’ultima sul coronavirus?”), chi l’ossessività (“mi lavo le mani mille volte al giorno”), chi la proiezione paranoidea (“è un virus che è stato creato per mettere in ginocchio la nostra economia”).

Sono a buon punto sulla via del ritorno e attraversando la strada ai Bagni Ducali incrocio una ciclista, piuttosto anziana, che con il volto semicoperto da una mascherina chirurgica procede zigzagando nella difficile impresa di mantenere l’equilibrio messo continuamente a repentaglio dalle due grosse borse della spesa che oscillano alternativamente ai lati del manubrio.

Mi viene in mente una metafora utilizzata dal mio professore di psicoterapia: pensate a una bicicletta priva di sterzo, diceva, la cui ruota anteriore sia bloccata in modo da essere perfettamente in linea con quella posteriore. Una bicicletta che può andare solo dritto. Paradossalmente, una bicicletta del genere sarebbe inservibile anche per andare dritto. Perché anche quando andiamo dritto, in realtà noi facciamo continue e minime curve e controcurve, come si vede guardando le tracce degli pneumatici sul terreno. Continue correzioni e aggiustamenti. Altrimenti perderemmo l’equilibrio, e cadremmo subito a terra. I meccanismi di difesa sono così: vanno bene un po’ tutti, ma non bisogna usarne rigidamente solo uno. Il rischio è di fare un capitombolo e rompersi il naso.

Ovvero, fuor di metafora, scivolare nella nevrosi.

“Alla fine” penso, mentre imbocco la via di casa “è poi quello che si chiama buon senso: bisogna, a seconda dei momenti, essere in grado di rimuovere, minimizzare, scherzarci sopra, senza cristallizzarsi in una sola modalità di funzionamento, e quindi essere anche un po’ ossessivi, un po’ paranoici…”.

Alzo lo sguardo e vedo il signore brizzolato del secondo piano che è ancora là, e ancora mi guarda; lo saluto, e lui mi risponde facendo un cenno con la mano.

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