Mer 25 Dic 2019 - 5397 visite
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Numero 29

Esco di casa.

E quasi vado a sbattere contro due signori che stanno per suonare il campanello.

“Ci scusi, vedo che sta uscendo…” esordisce urbanamente il più piccolo.

Potrà avere settant’anni, il viso minuscolo e scavato, i tratti fini ed eleganti.

“Eh sì” faccio io, quasi per giustificarmi “stavo andando a correre…” e timidamente accenno con le mani al mio abbigliamento, che di certo non è quello di chi sta andando a farsi un aperitivo in piazza.

“Ci scusi ancora” ripete lui, mentre l’altro, più robusto, che sorride e basta, fa ampi cenni col capo “volevamo sapere se lei pensa che la scienza possa dare tutte le risposte all’uomo”.

“Oddio…” balbetto, preso alla sprovvista.

“Ecco vede, a proposito di Dio” mi incalza “forse è in Dio, è nella fede che possiamo trovare le risposte”.

“Forse” ribatto con poca convinzione, inopinatamente catapultato in una situazione surreale: in pantaloncini corti, sulla soglia di casa, in una gelida serata di dicembre, trascinato a disquisire sui massimi sistemi: la scienza, Dio, la fede…

Il piccolo, sempre con una gentilezza che a questo punto non risulta del tutto esente da una qual certa capacità manipolatoria, a questo punto mi somministra il colpo di teatro:

“Guardi” e con malcelata soddisfazione estrae un iPad (un iPad!) dalla tasca “se lei volesse potrei farle vedere un filmato dove si dimostra che Gesù è venuto tra noi nella gioia per aiutarci a trovare le risposte che la scienza non ci può dare…”.

Mi sento come un pugile ormai prossimo a finire al tappeto; con l’ultimo sprazzo di lucidità riesco a ribattere:

“Forse ‘si dimostra’ non è il verbo più corretto…”.

“… ma vedo che lei ora ha altre cose da fare” prosegue senza nemmeno considerare la mia obiezione, accennando alle mie gambe nude mentre il suo collega rinforza ulteriormente la sua attitudine sorridente e dondola soddisfatto la testa “e quindi non la disturbiamo più. Magari nei prossimi giorni passiamo quando lei ha più tempo e così potremo parlarne”.

In quel momento capisco esattamente cosa prova il tacchino graziato ogni anno il giorno del ringraziamento dal presidente degli Stati Uniti; inaspettatamente sopravvissuto, ringrazio con profusione i due che in un istante sono passati dal ruolo di aguzzini a quello di benefattori e gli stringo addirittura la mano.

“D’accordo!” esclamo “Arrivederci!”.

“Arrivederci E buon Natale!” sento proferire alle mie spalle mentre mi avvio finalmente per la corsa.

Questo incontro mi ha reso pensieroso, e mi dispiace particolarmente che anche oggi non sia con me Luca, e quindi io debba rinunciare al suo punto di vista e al suo abbraccio senza smettere di correre, un’arte che si mette a punto solo dopo anni di esperienza.

Mentre schivo le pozzanghere del sentierino che mi conduce alla Prospettiva mi domando per esempio come commenterebbe il mio atteggiamento rispetto a quei due signori, che probabilmente sarebbero stati mandati a quel paese da più di una persona di mia conoscenza.

Credo che uno dei motivi per cui mi faccio trascinare in queste conversazioni, che sia con i testimoni di Geova, con i militanti leninisti che vendono “Lotta comunista” o con i ragazzi che ti propongono di iscriverti al WWF, sia una sorta di senso di colpa. Avverto oscuramente che il mio esibito filosofico distacco maschera maldestramente una sostanziale accidia, e quindi nutro una stima automatica verso chiunque si prodighi gratis per una causa in cui a torto o a ragione ripone la sua cieca fede.

Attraverso la strada lasciando alle mie spalle la farmacia comunale di Porta Mare grazie ad un automobilista che rallenta e mi fa segno di passare.

Lo ringrazio con un cenno della mano e come spesso mi accade in questi casi penso che una discreta percentuale dei fastidi che ammorbano la nostra quotidianità sparirebbe se il linguaggio della cortesia fosse applicato universalmente.

Questa potrebbe essere un’altra ragione del mio apprezzamento della cortesia, che a volte raggiunge dei picchi di una patologica vulnerabilità.

Sospetto che se all’aeroporto di Bogotà, mentre mi sto imbarcando per tornare in Italia, un tracagnotto pieno di tatuaggi e cicatrici sulla faccia mi pregasse bisbigliando ma con i dovuti modi di inserire nel mio bagaglio a mano un pacchettino per un suo amico di Bologna faticherei a declinare la richiesta.

Mentre la casa del boia scorre alla mia destra vedo lampeggiare nel cortile di una casa di Ercole d’Este un albero di Natale.

Questo mi riporta a un dettaglio della recente conversazione su cui lì per lì avevo sorvolato: come aveva detto quello, che “Gesù è venuto tra noi nella gioia”.

In effetti la classica rappresentazione del presepio si propone di raffigurare sia l’intimità famigliare che la gioia che di norma circondano (o dovrebbero circondare) la nascita di un bambino.

Un bambino, nel caso in questione, del tutto eccezionale, unico: un bambino che è figlio di Dio, che è Dio, mi dico recuperando frammenti della mia disarticolata educazione cattolica.

Mentre mi affatico nella bruma serale e nella fanghiglia che appesantisce le mie scarpe, mi accorgo che non mi ero mai soffermato su questo punto. Quel bambino per la fede cattolica è sì un bambino, non saprà nemmeno parlare, ma è anche Dio, e quindi sa tutto.

Cosa potrebbe pensare Dio, che sa tutto, osservando da un giaciglio di paglia la gioia attorno a lui?

Cosa potrebbe pensare (ben sapendo che già il concetto stesso di ‘pensiero’ sia inapplicabile a un essere inimmaginabilmente perfetto e onniscente) dell’uomo, della sua stessa creatura, che oggi lo accoglie nella gioia e tra poco lo torturerà a morte?

Quella gioia che lo circonda, nella sua sostanziale falsità, non potrebbe precipitarlo in un abisso di costernata disperazione?

La mente di Dio per definizione è inconcepibile dal punto di vista di un uomo, ma penso che quello che potrebbe meglio definire quella mente in quel momento è la parola solitudine.

Penso che Dio di fronte alla gioia che lo circondava si sia sentito sostanzialmente, essenzialmente, solo.

Oggi mi sento particolarmente stanco e affaticato; il respiro non si è mai rotto, le gambe sono impacciate. Non vedo l’ora di tornare a casa.

Mi domando quando io mi sia sentito tanto solo, così solo.

Forse al trentesimo chilometro di una maratona, per esempio.

O dopo avere litigato con la mia compagna, o mia figlia.

Torno a casa letteralmente esausto, mi sembra di non avere voglia di fare nulla, vorrei solo sdraiarmi per terra; ma Camilla mi attende sulla soglia piena di entusiasmo:

“Papà, papà, ti ricordi che mi hai promesso che oggi facevamo l’albero e il presepio?”.

La osservo ansimando, le mani sui fianchi; mi accorgo di non essere vulnerabile soltanto alla cortesia e sento il mio sconforto che, di fronte al suo sguardo, si tramuta in tenerezza.

“Va bene Camilla. Adesso facciamo l’albero e il presepio”.

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