Sab 23 Nov 2019 - 2317 visite
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Numero 28

Esco di casa.

Sulla soglia saluto Mascia, che si sta avviando per una passeggiata in centro.

“Dici che devo prendere l’ombrello?” mi interroga.

“Ho appena guardato l’app dell’iPhone e dice che c’è solo il 10% di probabilità di pioggia” la informo “puoi andare tranquilla”.

“Sarà…” ribatte lei perplessa, scrutando il cielo dove sembrano addensarsi grosse nuvole scure.

Ci separiamo e mi avvio verso l’alberone. L’aria è fresca, tira un po’ di vento che bisticcia con qualche volantino di un supermercato che promette una felicità 3 X 2.

Appena terminata la breve salita che mi porta sulla parte alta della mura (dove di solito, ma non oggi, incontro Luca, per iniziare la nostra corsa comune dopo il rituale abbraccio senza smettere di correre, un’arte che si mette a punto solo dopo anni di esperienza) vengo investito da una folata più forte, con un misto di polvere e foglie.

Il tempo di pentirmi di non avere indossato gli occhiali sportivi che inizio ad avvertire le prime goccioline di pioggia, leggere, quasi casuali, così impalpabili che potrebbero essere state strappate dal vento alla fontanella lì vicino piuttosto che cadute dal cielo.

D’altronde la mia incrollabile fede nel feticcio di Steve Jobs mi induce quasi a trascurare, se non a negare, inconsciamente, la sussistenza del fenomeno.

In fondo sono trascorsi pochi minuti da quando ho interpellato il mio personale oracolo, e il suo verdetto (a differenza di quello del mito) era tutt’altro che oscuro.

Continuo perciò a correre senza nemmeno pormi il problema e mi lascio scivolare lungo la discesa che mi porta al Torrione di San Giovanni.

Attraversando la strada mi avvedo che le auto di passaggio hanno tutte il tergicristalli in funzione, e che la sede stradale ha già inscurito la sua tonalità di grigio.

Nessun autentico podista considera la pioggia un problema, anzi più spesso correre sotto l’acqua è considerato un piacere; un po’ perché rappresenta un sollievo (immediato o postumo) alla calura patita, un po’ perché ci si compiace di sfidare gli elementi, dimostrandosi superiori alle avversità, così differenti dal resto dell’umanità vigliaccamente rintanata a casa o dietro un parabrezza.

Perciò la pioggia che ora, sarà perché me ne sono accorto, sembra essersi fatta più intensa, non mi dà fastidio, e mentre percorro il curvone che si affaccia sui campi del CUS rifletto sulla questione delle percentuali.

Mi ricordo di quando, non molto tempo fa, io e la mia famiglia ci siamo dovuti rifugiare in un bar del centro a causa di un improvviso e violento temporale.

“Eh, adesso sì che piove forte” aveva commentato il barista, affacciandosi fuori dal locale per controllare la situazione “il telefono diceva ‘precipitazioni al 70%’ ma secondo me qua stiamo almeno al 90!”.

Mescolando il giustificatorio caffè che avevo ordinato per cortesia più che per voglia avevo ricostruito la deformazione logica alla base del ragionamento: dal suo punto di vista la percentuale riportata accanto alla tradizionale nuvoletta con le gocce sotto non rappresentava la probabilità che piovesse, ma l’intensità della precipitazione: 1% significava qualche sparutissima goccia, 100% l’apertura delle proverbiali cataratte del cielo.

Evidentemente quel ragazzo non aveva una minima idea del significato di una percentuale, e solo un’occhiataccia di Mascia mi aveva trattenuto dal somministrare al malcapitato una sintetica e non richiesta lezione di statistica.

L’odore della pioggia, il suo rumore sulle foglie, si sono nel frattempo fatti molto intensi, e lo scambio di sguardi con gli altri podisti che incrocio è quello di chi si riconosce nel condividere un piacere speciale, che pochi possono apprezzare.

Mentre attraverso Viale Belvedere e punto al Paolo Mazza, schivando le auto di un traffico già più congestionato del solito, rifletto sul fatto che il caso del barista privo di alcune basilari nozioni scientifiche non è certo isolato, e che il problema sembra anzi andare via via estendendosi a strati più larghi della popolazione.

Ad ogni livello, forse e soprattutto ai livelli più alti della società, si fa strada uno stile di pensiero impressionistico, grossolano, dicotomico, non problematico, lapidario, assiomatico e per l’appunto, infine, non scientifico.

Mi sembra che soprattutto in politica questo stile raccolga ampi consensi e che d’altro canto inneschi, a corto circuito, compiaciuti processi emulativi a livello di opinione pubblica che lo premiano e rinforzano.

Gli esempi si sprecano: il fumo non fa male perché mio nonno che fumava come un turco è campato cent’anni, gli extracomunitari ci rubano il lavoro, i vaccini servono solo a far fare soldi alle Big Pharma… teorie o pseudoteorie che non di rado scivolano nel complottismo se non addirittura nel negazionismo.

Molti si sentono in diritto di esprimere opinioni anche in settori sui quali non vantano alcuna competenza specifica, e pare che ogni opinione possa essere messa sullo stesso piano dell’altra.

Io posso sostenere che “I fratelli Karamazov” è una cretinata assoluta, e il mio giudizio può apparire in un blog a fianco di una recensione di Umberto Eco.

Mentre costeggio lo stadio sotto l’acquazzone, fradicio e compiaciuto per gli sguardi perplessi degli automobilisti, medito sul fatto che gli stessi strumenti che sempre più utilizziamo per informarci e comunicare (gli show televisivi, le applicazioni quali Twitter o Instagram) sembrano poco adatti a ragionamenti sfumati, problematici, aperti al dubbio e rifuggenti la generalizzazione: premiano la sintesi, la rapidità, e in fin dei conti lo slogan, che spesso è incivile e quel che è peggio, approssimativo.

“Per esempio bisognerebbe capire che non è scientifico” mi dico tornando alla situazione che ha dato lo spunto al mio ragionamento “affermare che tra un’ora sicuramente non pioverà; è scientifico indicare una probabilità, che significa che 90 volte su 100, con premesse metereologiche analoghe, dopo un’ora non è piovuto”.

Imbocco la via di casa in piena accelerazione, tutto soddisfatto di me: ho sfidato la pioggia, ho corso bene e in più ho svolto nella mia testa un ragionamento che non vedo l’ora di condividere con Mascia.

Quando la vedo arrivare dall’altra parte della strada, però, non ha un’aria molto amichevole.

E’ totalmente inzuppata, dalla camicetta ai pantaloni, e mi squadra con aria truce.

“Tu e il tuo iPhone del piffero” mi sibila.

E io decido istantaneamente di aspettare un po’ prima di comunicarle tutte le mie belle pensate.

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