Sab 28 Set 2019 - 2120 visite
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L’Italia a dieci anni da Cucchi e Aldrovandi. Anselmo: “I diritti sono andati avanti e poi tornati indietro. Oggi ho paura”

A Porotto una riflessione amara ma attuale sui mutamenti del Paese, dei media e tra le persone dagli anni in cui iniziarono le inchieste

A 14 anni dalla morte di Federico Aldrovandi e 10 da quella di Stefano Cucchi, a essere cambiati non sono solamente i protagonisti – loro malgrado – delle vicende giudiziarie, ma tutta l’Italia. Cambiata nella situazione politica, sociale ed economica, ma anche e soprattutto nel modo di discutere delle persone, sempre più polarizzato e frenetico, condizionato dall’avvento dei social network e dalle tecniche di comunicazione di chi, in politica e non solo, riesce con sempre maggior efficacia a inculcare i propri messaggi nell’opinione pubblica. È questo il tema di fondo che permea il dibattito alla festa del Pd di Porotto, che vede come ospiti Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo insieme agli scrittori e giornalisti Michele Dalai e Filippo Vendemmiati, che hanno seguito in prima persona i casi rispettivamente del G8 di Genova e di Federico Aldrovandi.

Un dialogo durante il quale soprattutto Anselmo e Vendemmiati non nascondono una certa amarezza nel riflettere sulle conseguenze in Italia delle due inchieste giudiziarie su Cucchi e Aldrovandi. “A volte ho la sensazione – è la considerazione di Vendemmiati, autore e regista del documentario ‘È stato morto un ragazzo’ del 2010 – che dieci anni fa abbiamo lanciato un boomerang, che dopo aver fatto un gran giro a volte torna indietro e ci fa male”. Secondo il giornalista infatti dopo che in un primo momento la morte di Federico Aldrovandi lasciò un grande impatto sull’opinione pubblica, anche grazie alle iniziative della famiglia del ragazzo, nel corso degli anni si sviluppò una “contro-narrazione” che spacciava per verità anche fatti più volte smentiti: presero quindi sempre più piede i racconti su un “Aldrovandi tossicodipendente”, nonostante le analisi avessero smentito l’uso di droga da parte del 18enne, o quelli su una sua aggressione agli agenti di polizia che purtroppo ne causarono la morte.

Una “contro-narrazione” che tuttavia secondo Dalai è diventata sempre più efficace quanto più i social network hanno iniziato a essere il principale canale di discussione e informazione delle persone. “I social media diventano scorciatoie nei rapporti umani – afferma Dalai – e consentono di avvicinare le persone e di produrre odio a una velocità impressionante. Anche nel 2000 a Pontida c’erano cori discriminatori tra il pubblico, ma se volevano insulti come quelli a Gad Lerner, Bossi gli telefonava per scusarsi. Ora invece quel linguaggio viene tollerato o addirittura usato dalla stessa classe politica”.

È anche sull’onda di queste modalità di comunicazione che si sviluppano fenomeni di inciviltà come gli insulti e le insinuazioni sulle famiglie di Aldrovandi e Cucchi. La sorella di Stefano da questo punto di vista non si sottrae al suo ruolo di ‘catalizzatore’ (tanto di solidarietà quanto di denigrazioni) e spiega che è solo “sacrificando la dimensione privata del lutto” che si può trasformare una battaglia privata nel riconoscimento di un diritto generale. “Quando mi accusavano di strumentalizzare la morte di mio fratello all’inizio mi arrabbiavo molto, ma poi ho iniziato a dire di sì: lo sto facendo, perchè solo usando il nostro dramma come uno strumento possiamo arrivare alla collettività e parlare di diritti che riguardano tutti. Perchè come dice Fabio (Anselmo, ndr), purtroppo prima dei processi in tribunale vengono quelli mediatici: il supporto dell’opinione pubblica è fondamentale”.

Ed è stato grazie al supporto – per quanto altalenante – dell’opinione pubblica che secondo Anselmo in questi anni, in ogni caso “qualcosa si è mosso” e gli sviluppi del processo Cucchi ne sono una prova. Ma a prescindere da ciò che accade in tribunale, il pensiero dei quattro ospiti della festa di Porotto sembra rivolto soprattutto a quello che passa per la testa di una collettività sempre più in balia di messaggi semplificati e polarizzati, dai quali fin troppo spesso nascono contrapposizioni. “In questa fase non si intravede alcun movimento culturale che possa essere percepito come alternativa all’odio e a una cultura della sopraffazione che fa valere la forza di chi è in una posizione di privilegio. In questo momento, non lo nascondo, io ho paura”.

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