Dom 22 Set 2019 - 1277 visite
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Gli scarriolanti e Bruno Zannoni

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Carissimi amici di Ferrara e delle sue vicende. Divederò in due parti la presentazione di questa bellissima poesia “Vòlta e arvòlta” (Volta e rivolta) Prima classificata 8° Concorso Letterario “Bruno Pasini “ 2008. Gli interpreti, per l’appunto “SCARRIOLANTI O CARRIOLANTI” e uno stringato curriculum di Bruno Zannoni. L’autore, con poche toccanti rime, rende l’idea del dramma di questi sciagurati nostri progenitori

GLI SCARRIOLANTI, (o carriolanti,) misteriose figure, per noi, che fino a pochi decenni fa, (in ordine cronologico gli ultimi scarriolanti si videro fino al 1953), popolavano e lavoravano durante nelle terre ferraresi, e non solo.

L’orario era da giornata intera. Il trattamento economico migliore dei braccianti agricoli. Il vestire era “classico”: pantaloni pezzati, camicia sdrucita e giacca, tutti usavano il cappello di feltro per il sole o per la pioggia. A mezza giornata di lavoro vi era la pausa per pranzare. Attorno a un fuoco riscaldavano il loro cibo: polenta, minestrone, fagioli, cipolla, fichi e lardo. Per bere alcuni addetti, ma sempre giovani giravano sia sul lavoro che al desinare, con secchi di legno con acqua che veniva bevuta con un mestolo di alluminio, usato sempre da tutti. Tanti si ammalavano di malaria, scorbuto, tubercolosi e altro. Malattie, in gran parte , causate dalle orribili condizioni di vita e lavoro.

Poi fino a sera la catena degli scariolanti andava e veniva, quasi scivolando su e giù per gli argini al sole e al gelo, nella nebbia e con la pioggia, finché il tramonto era il segnale di fine giornata. Erano partiti all’aurora. Nel crepuscolo della sera una processione lenta, sonnacchiosa e dolente si muoveva verso il paese e nessuno era sicuro all’indomani, perché il tratto di terreno asportato era quantificato e se inferiore gli toglieva il diritto di continuare a lavorare.

Bruno Zannoni è un “Romagnolo doc” che, all’età di ventuno anni, si è trasferito a Ferrara per motivi di lavoro. Attualmente svolge attività di volontariato in una Associazione culturale, dedicando anche un po’ del suo tempo a quello che ritiene essere nulla più e nulla meno di un hobby: scrivere rime (Zannoni non si azzarda a chiamarle “Poesie”: gli sembra una parola troppo grossa!) Uomo riservato, nonostante le numerosissime vittorie, non lo troviamo mai sui vari “social” o giornali, con foto interviste. Iscritto e attivo, da anni, nel cenacolo del dialetto ferrarese “Al Trèb dal Tridél”.

Scrive in vernacolo sia ferrarese che ravennate (per chi è lontano da queste sedi, immagina che il dialetto sia lo stesso, mentre invece esistono sostanziali differenze -specie nella scrittura- tra il “romagnolo” e ‘”emiliano”; differenze che, ad esempio, il cinema italiano non ha quasi mai colto, accomunando superficialmente i diversi dialetti emiliano-romagnoli al dialetto bolognese). Non disdegna di rimare con cose ironiche o “zirudèle”.
In questi ultimi venti anni Zannoni ha partecipato a molti concorsi di poesia dialettale (sia in Romagna che nel territorio ferrarese) conseguendo diversi riconoscimenti e ricavandone soddisfazione e “spinta morale” per continuare a scrivere. Recentemente ha pubblicato una silloge con rime, appunto, in entrambi i dialetti (Bruno Zannoni, “I miei dialetti”, Kairos Edizioni.)
Grazie ancora dell’attenzione, Maurizio

VÒLTA E ARVÒLTA

La zìga, là int la Bàsa, la memòria,
ch’l’impàsta la fadìga còn al piànt,
int al cuntàr dal Delta la sò stòria
con déntar ill pasiòn dì scariulànt.

S’t’ascólti con al cuór t’santrà la fòla
Ché int al silénzi, incóra, di st’ill vàll
La viàza còl scirlàr d’una cariòla
ch’la và su e ?ó par l’àrzan d’un canàl.

Àltar che fòla! Chi di póar stiàn
gnù da luntàn, che l’éra incóra nòt
par tut al gióran, con la vànga in man,
còl fàngh e co’ll zanzàl i fa?éva ill bòt,

spudànd sudór e sàgv parché la tèra
con l’aqua d’val, o d’ fium o con al mar
la fus in pa? dop mil ann ad guèra,
par dar un tòch d’pulénta da magnàr.

E d’sira, cavà i còsp, int la baràca
mòrt ad fadiga povr’ànim in péna;
dó fét d’ pulénta e udór d’saràca,
e bvénd l’aqua dal fòs: èco la zéna.

In quànt d’lór dal Delta int i campsànt
i pónsa j’os sóta cla tèra dura
ch’ì l’à arvultàda, nisun a sa quànt,
mo ché adès la n’agh fà più paura.

VOLTA E RIVOLTA. (Traduzione.) Piange, là nella “Bassa”, la memoria, / che impasta la fatica con il pianto, / nel raccontare del Delta la storia/ con dentro i patimenti degli “scarriolanti”. / Se ascolti con il cuore, sentirai la favola/ che nel silenzio, ancora, di queste valli/ corre con il cigolare di una carriola/ che va su e giù per l’argine di un canale/. Altro che favola! Qui della povera gente / venuta da lontano, quando era ancora notte/ per tutto il giorno, con le vanga in mano,/ col fango con le zanzare litigava,/ sputando sudore e sangue perché la terra/ con l’acqua di valle, o di fiume o con il mare/ fosse in pace dopo mille anni di guerra,/ per dare un pezzo di polenta da mangiare./ E alla sera, il tolti gli zoccoli, dentro la baracca/ morti di fatica, povere anime in pena;/ due fette di polenta e l’odore della salacca,/e bevendo l’acqua del fosso: ecco la cena./ Quanti di loro nei cimiteri del Delta/ riposano le ossa sotto quella terra dura/ che hanno rivoltato nessuno sa quando,/ ma che adesso non gli fa più paura.

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