Mer 12 Giu 2019 - 3239 visite
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Marattin si scaglia contro Calvano e Vitellio: “Cinque anni di arroccamento hanno portato alla disfatta”

Il deputato promuove Tagliani ("il miglior sindaco di Ferrara") ma attacca i vertici locali del Pd: "Hanno emarginato tutti quelli che la pensavano diversamente"

(immagine di archivio)

Dopo Tagliani, il nulla. Si potrebbe riassumere così, con quattro parole e una virgola, la lunga analisi delle elezioni ferraresi pubblicata da Luigi Marattin, che nonostante gli attestati di stima per il sindaco uscente e per i risultati della sua amministrazione non nasconde le proprie critiche ai vertici ferraresi del Pd, che giudica i veri responsabili della sconfitta del centrosinistra a Ferrara soprattutto a causa “dell’arroccamento delle classi dirigenti e di certi gruppi al loro interno”.

Un arroccamento che secondo il deputato non è stato solo nei confronti dell’elettorato, ma anche delle voci discordanti all’interno del partito. A partire da quella dello stesso Marattin, che pur sottolineando che “non sono così megalomane da pensare che qualcosa sarebbe cambiato”, critica apertamente i vertici del partito per un atteggiamento di chiusura anche nei suoi confronti che non cambiò nemmeno dopo i netti segnali di allarme del 2018: “La dirigenza del Pd locale ha fatto molta attenzione a tenermi assolutamente lontano (alle iniziative, penso a quella con Calenda, il segretario provinciale stava persino molto attento a non farmi fotografare). Lo stesso atteggiamento che era stato tenuto per le elezioni politiche del 2018, quelle in cui Dario Franceschini perse con un distacco di oltre 10 punti il collegio uninominale”.

Proprio l’aver ignorato per anni questi segnali di allarme è secondo Marattin la causa della debacle del Pd, che “non ha perso queste elezioni al ballottaggio”, ma “negli ultimi 5 anni, quando ha sistematicamente ignorato la domanda di cambiamento, discontinuità e innovazione che la città stava esprimendo in forme mai viste prima; quando l’ha derubricata a “disagio passeggero”, da affrontare sempre con gli stessi metodi; quando ha emarginato e trattato come appestati coloro che, al suo interno, spronavano ad un vero cambiamento”. Ma soprattutto, “le ha perse nell’autunno scorso. Quando poteva scegliere una candidatura diversa, innovativa, capace di aggregare consenso anche in quella (ormai larghissima) parte di società civile che non avrebbe più votato il vecchio Pd ma non era sicuramente pronta a gettarsi tra le braccia leghiste”, invece di “guardare con sospetto chi non aveva sempre fatto parte dei soliti giri, tra l’altro sempre più ristretti”.

Per Marattin non si è fatto insomma alcuno sforzo per spingersi oltre lo “schema classico, tipico degli anni ’90” scelto dal Pd per presentarsi alle elezioni: “candidato ‘tradizionale’ (in giunta ininterrottamente da 20 anni), e due liste (anch’esse capeggiate da chi era in amministrazione da anni) apparentemente concorrenti al primo turno, ma che poi si sarebbero riunite nella “grande larga alleanza”. Il non aver capito per tempo – e da tempo – che questo schema non avrebbe più funzionato è la vera ragione della sconfitta”.

Riflessioni che del resto in questi giorni, e in realtà anche da ben prima del voto, sono ampiamente diffuse e condivise da più fronti, ma che secondo Marattin devono ancora fare veramente breccia tra i vertici del partito e che quindi vanno ribadite pubblicamente. “Lascia onestamente perplessi vedere la totale assenza di analisi come questa nelle dichiarazioni del giorno dopo”, afferma il deputato che non condivide le parole di Tagliani sul “vento nazionale” alla base dei successi della Lega (dal momento in Toscana e nel resto dell’Emilia la sinistra ha retto decisamente di più), ma soprattutto attacca i segretari del Pd a livello regionale e comunale (Paolo Calvano e Luigi Vitellio). Il secondo, il particolare, “lungi dal prendersi la responsabilità di 5 anni di ininterrotte sconfitte anche personali (per la seconda volta di fila non è riuscito a entrare neanche in consiglio comunale), ci comunica semplicemente che il suo mandato è scaduto ad aprile (cioè? Ha fatto la campagna elettorale da segretario abusivo?!) e quindi siamo a posto così, grazie”.

Marattin promuove invece senza riserve i risultati dell’amministrazione Tagliani (“sono sempre stato convinto che Tiziano sia stato il miglior sindaco che Ferrara abbia mai avuto, e non ho cambiato idea”), anche alla luce della complessa fase storica in cui si è trovato, con la gestione contemporanea della crisi economica, del terremoto del 2012, del trasferimento dell’ospedale e dell’emergenza migranti. E mostra apprezzamento per l’atteggiamento di Aldo Modonesi “che ha combattuto come un leone senza mai risparmiarsi. Spero che Aldo trovi conforto nella consapevolezza di aver dato tutto quello che aveva e di aver tutto quello che era possibile fare. Purtroppo c’erano difetti strutturali molto più importanti”.

Il deputato chiude la propria riflessione allontanando i catastrofismi più diffusi, affermando che “non credo sia il tempo della disperazione” e che “l’alternanza, in fondo, è il sale della democrazia”. Per Marattin oggi “è il tempo della riflessione, certo, e poi dell’azione” che il Pd dovrà mettere in pratica “azzerando tutto quello che – così palesemente – non ha funzionato e ripartendo su basi completamente nuove. Il Pd di Ferrara, quelle energie che ancora non ne fanno parte, ha tutte le potenzialità per iniziare da subito un cammino nuovo. A patto di smetterla di considerare ‘rompiscatole’ chiunque voglia mettere in discussione vecchi assetti e vecchi modi di far politica”. E la chiusura la dedica all’organizzazione del partito a livello regionale, che per sostenere efficacemente Bonaccini o un nuovo candidato dovrà “accantonare le mezze leadership e trovare nuova linfa in un congresso aperto all’esterno e rigeneratore di nuove energie e nuovo pensiero. Ne abbiamo tutti bisogno”.

QUALCHE (PACATA MA SCHIETTA) RIFLESSIONE SU FERRARA E EMILIA ROMAGNA Ero indeciso sul se commentare o meno la…

Posted by Luigi Marattin on Tuesday, June 11, 2019

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