Mar 21 Mag 2019 - 457 visite
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La ricostruzione e i precari di Invitalia

Siamo un gruppo dei 130 lavoratori di INVITALIA SpA, impiegati nella ricostruzione delle aree produttive colpite dal sisma verificatosi in Emilia Romagna nel maggio 2012. In questi giorni ricorre il settimo anniversario del terremoto e sono tanti gli articoli che trattano i numeri dell’efficiente ricostruzione operata. Si parla di 22 mila posti di lavoro in più sul territorio, di incrementi del Pil nazionale… purtroppo però, non si parla di una situazione di precariato che sta dietro questa immensa opera di ripresa, e che vede coinvolti un gruppo di giovani tecnici che da oltre sei anni si occupano dell’istruttoria delle concessioni ed erogazioni dei finanziamenti pubblici alle imprese. L’azienda per cui lavoriamo, Invitalia SpA (Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa), è una società di proprietà del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Grazie alla propria natura ibrida, pubblica-privata, questa offre servizi alla Pubblica Amministrazione gestendo incentivi per la crescita economica del paese e, come nel caso dell’Emilia Romagna e del Centro Italia, la ripresa di territori terremotati. Dai primi mesi del 2013, supportiamo la RER (Regione Emilia Romagna) per la concessione e la liquidazione dei contributi, inerenti le attività produttive danneggiate dal sisma (Ordinanza 57/2012). Il nucleo operativo si trova presso la sede di Bologna ed è composto da circa 150 persone. La nostra attività, conosciuta ed apprezzata soprattuto dalle imprese delle zone colpite dal sisma, si svolge in simbiosi con quella degli enti locali (comuni, regione, prefetture ed associazioni di categoria). Giusto per citare qualche numero, parliamo di contributi concessi che ammontano a circa € 1,9 miliardi. Da quando è stato dichiarato lo stato di calamità sul territorio emiliano, la nostra azienda svolge la propria attività lavorativa per conto della RER sulla base di convenzioni rinnovate con cadenza annuale. Le attività svolte sui luoghi terremotati, a carattere prettamente tecnico, hanno “costretto” Invitalia a dotarsi di un gruppo di ingegneri ed architetti, assunti, dapprima con contratti di collaborazione e dal 2015 con contratti a tempo determinato prolungati al rinnovo delle convenzioni. Questi professionisti si sono inseriti in un terreno vergine, dove solo il 10% di tutta la struttura è costituita da veterani dell’azienda, e solo pochi di loro hanno un profilo tecnico per affrontare una ricostruzione post terremoto.

Nonostante le difficoltà iniziali, con grande impegno e fatica, siamo riusciti a creare modelli, stabilire procedure, migliorare le numerose ordinanze emesse e a costruire quello che oggi viene riconosciuto come l’esempio di una ricostruzione fatta bene. Le nostre parole potrebbero sembrare un’autocelebrazione ma sono i fatti a parlare, per l’appunto, il nostro Amministratore Delegato, Domenico Arcuri, riconosce l’ottimo lavoro svolto in occasione dell’accordo quadro di 9 anni siglato tra Invitalia e la Protezione Civile. Il 30 giugno 2019 i contratti dei lavoratori a tempo determinato della sede di Bologna scadranno, ma questa volta i precari potrebbero diventare disoccupati. In particolare, per circa un’ottantina di dipendenti, si è arrivati al numero massimo di rinnovi contrattuali stabiliti dal Decreto Dignità, e pertanto le uniche strade percorribili, oltre l’auspicata stabilizzazione, sono il licenziamento o una legge straordinaria che consenta di prolungare la loro situazione di precari. Rivolgendoci alle principali sigle sindacali nazionali (CGIL, CISL e UIL) abbiamo cercato di ottenere qualche chiarimento sul nostro futuro e capire le intenzioni dell’azienda, che purtroppo si nasconde dietro un silenzio assoluto, nonostante manchi oramai poco alla scadenza dei contratti. I sindacati confederati, in attesa di incontrare l’azienda e la Regione, hanno già emesso nei giorni scorsi, un comunicato stampa per denunciare ciò che sta accadendo.

Sono poche le informazioni che riusciamo ad ottenere, e solo grazie ad un articolo di giornale abbiamo scoperto che è stato discusso, con esito negativo, un emendamento al Decreto Sblocca Cantieri che consentirebbe all’azienda di continuare a sfruttare il precariato per far fronte alla commessa in Emilia Romagna. L’unico interlocutore che in questo momento si è mostrato interessato alla nostra situazione è stata la Regione Emilia Romagna, la quale, in questi anni ha apprezzato il lavoro svolto dai “precari della ricostruzione”, e sa quanto potrebbe pesare per il territorio la loro sostituzione, con del nuovo personale da formare, nelle fasi finali delle liquidazioni. In questa vicenda ci sono due tipi di riflessioni, una di carattere soggettivo, l’altra oggettiva e difficilmente contestabile. La prima riflessione a carattere emotivo viene da un gruppo di precari che, dopo quasi sei anni di apprezzato lavoro, non vede una prospettiva di stabilizzazione in un’azienda, come Invitalia, che ha un fabbisogno continuo sul territorio nazionale di figure come quelle già formate ma che non intende stabilizzare preferendo il turnover.

Tale politica aziendale, oltre ad essere poco efficiente in quanto richiederebbe tempo da impiegare per la formazione di nuovo personale, risulta essere antieconomica in quanto verrebbe sprecato il denaro pubblico impiegato per le formazione delle risorse attualmente operative. La seconda riflessione porta a chiedersi perché un’azienda, a partecipazione pubblica come Invitalia, preferisca il precariato alla stabilizzazione, seppur essa stessa è promotrice di una misura come Resto al Sud, la quale è destinata a “chiunque voglia uscire da una situazione di precariato […]” ed “[…]offre una possibilità a chi vuole investire sulle proprie competenze ma ha difficoltà a reinserirsi nel mercato del lavoro.” (estratto sito Invitalia).

Infine, a fronte di un Decreto Dignità che cerca di ridurre l’abuso dell’utilizzo dei contratti a tempo determinato, è giusto che dei lavoratori debbano trovarsi a valutare se una deroga al Decreto stesso, come quella in discussione in questi giorni, sia l’unica alternativa alla disoccupazione?

Un gruppo di lavoratori

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