Sab 26 Gen 2019 - 1742 visite
Stampa

Processo Carife. “Aumento di capitale assolutamente regolare”

La difesa di Filippini e Sette: "Da procura una pura e semplice forzatura per voler sostenere ciò che è insostenibile. Origine della bancarotta è negli affidamente che non dovevano essere concessi". Lunedì le difese di Lenzi e Forin. Sentenza l'11 febbraio

L’aumento di capitale del 2011? “Assolutamente regolare”. È questa la posizione delle difese di Davide Filippini e Michele Sette, ex responsabili delle direzioni Bilancio e Finanze di Carife, espressa dall’avvocato Dario Bolognesi nell’arringa tenuta venerdì 25 gennaio nel processo sulla bancarotta derivata dalle operazioni per quell’aumento di capitale.

Un presupposto che Bolognesi vuole smontare fin dal principio: la bancarotta deriva dagli investimenti sbagliati effettuati in epoca antecedente il ‘nuovo’ management. “Presupponendo per assurdo che l’accusa fosse veritiera sarebbe questo mancato aumento di capitale a concorre al dissesto quando si sa che questo è stato provocato da oltre 250 milioni di crediti inesigibili per affidamenti che non dovevano essere concessi?”, chiede retoricamente il difensore facendo esplicito riferimento agli investimenti ormai famigerati Siano e Calatrava. D’altronde, ricorda ancora Bolognesi, è lì che anche il commissario Antonio Blandini vede l’origine del crac, mai nell’aumento di capitale.

Ma il difensore non si limita a questo, perché fa anche i conti su quell’aumento da 150 milioni di euro, indicando le sottoscrizioni (qui riportate arrotondate): 23 milioni di euro dalle banche Valsabbina, CariCesena, Popolare di Bari e Popolare di Cividale; 24 milioni da finanziaria, 6 milioni da assicurazioni, 6,5 milioni da società di capitali, 15 milioni dai cosiddetti big tickets, 16 milioni da chi ha esercitato il diritto d’opzione, 26,5 da chi ha esercitato quello di prelazione e 29 milioni dagli investitori retail. Tradotto in percentuali, riporta Bolognesi,  “52% da parte di investitori istituzionali o soggetti di rilievo, 28,4% da soci che hanno esercitato opzione o prelazione e 19% reatil”. Ma, “secondo l’accusa l’aumento fittizio sarebbe di 15 milioni, 10 di Valsabbina e 5 di Caricesena, solo che quei 15 milioni sono un aumento reale e non fittizio”.

Il perché è spiegato con un’argomentazione che è ripresa più o meno da tutte le difese e che costituisce un ostacolo non da poco per le tesi accusatorie. Affinché la sottoscrizione sia reciproca e l’aumento fittizio, “occorre che due società stiano aumentando contemporaneamente il capitale sociale e che in questo periodo sottoscrivano reciprocamente azioni o quote e che attraverso questa operazione vi sia diluizione del capitale sociale. La norma è chiara: il bene giuridico tutelato è il capitale sociale, non il patrimonio, non il patrimonio regolamentare. La lettera della norma è chiara, non si può interpretare analogicamente. È chiara la ratio: la tutela penale del capitale sociale risiede nel fatto che esso svolge una funzione vincolistica, è garanzia minima per i creditori”. E questo è quel che sarebbe accaduto tra Carife, CariCesena e anche con Valsabbina, pure in quella piccolo quota di sottoscrizione effettivamente reciproca perché eseguita attingendo dalle riserve disponibili, non intaccando dunque il capitale sociale ma solo il patrimonio che, come detto, non è tutelato intendendo la norma alla lettera, come le difese suggeriscono si debba fare.

E qui la critica più pesante alla Procura che “cambia rotta e dice che la legge non vieta solo operazioni che aumentano fittiziamente il capitale sociale, ma anche quelle che aumentano fittiziamente il capitale regolamentare o capitale di vigilanza. Si tratta in tutta evidenza di un’interpretazione assolutamente inaccettabile, una pura e semplice forzatura per voler sostenere ciò che è insostenibile”, tuona Bolognesi.

E comunque Filippini e Sette – che sono accusati a vario titolo di aver concorso ai reati di aggiotaggio, formazione fittizia del capitale tramite le sottoscrizione reciproche, falso in prospetto, ostacolo alla vigilanza e poi nella bancarotta – sono descritti come meri funzionari che svolgono con diligenza i loro compiti, altro che deus ex machina dell’intera operazione come vorrebbe la procura, soprattutto con riferimento a Filippini (Sette sarebbe stato il braccio destro). Sul punto è netto l’altro difensore, l’avvocato Giovanni Briola: “I nostri assistiti non rivestono alcuna delle figure proprie di questi reati, non sono amministratori, non sono soci, non sono direttori generali. In 140 verbali di cda non una riga dove si dica che i nostri assistiti hanno potere decisionale, partecipano alla decisione o hanno un ruolo di un certo tipo. È un paradosso la requisitoria dei pubblici ministeri, a fronte di una pena di 7 anni vengono spese poche parole che non chiariscono ancora oggi quale sia il tipo di concorso”.

da sinistra: l’avvocato Dario Bolognesi e il procuratore capo Andrea Garau durante le prime udienze del processo Carife (archivio)

Ma è ancora Bolognesi a spostare il piano, riportandolo più indietro: “Se concedo affidamenti per centinaia di milioni che non dovevo concedere e poi nel 2012 succede l’imprevedibile, perché i mercati finanziari sono quelli che sono, e intervengono maggiori rettifiche sui crediti che neppure Bankitalia avrebbe potuto prevedere, se no non avrebbe chiesto un aumento di capitale di quella cifra e queste modifiche sono state talmente drastiche e imprevedibili da far precipitare il coefficiente di stabilità della banca, allora le cause del dissesto sono quei famosi affidamenti che discuteremo nel processo che è in istruttoria, le rettifiche sui crediti inesigibili, i divieti della Bce e alla fine dei conti la politica. Cosa c’entra l’aumento di capitale? Dato assolutamente neutro nella peggiore delle ipotesi, nella realtà rafforzamento che porta la banca in una situazione di effettivo risollevamento. 

Cosa c’entrano Filippini e Sette che non hanno fatto altro che il loro lavoro?
 Amministratori di fatto della banca? Ma quando mai…”.

Meno accesa l’arringa difensiva dell’avvocato Filippo Sgubbi per Paolo Govoni (ex membro del cda Carife e presidente di Carife Sei) e Teodorico Nanni (anche lui ex membro del cda Carife e a capo di Banca di credito di Romagna). Per loro la procura aveva già chiesto l’assoluzione e la difesa si è limitata a mettere ancora più in sicurezza la loro posizione: “[Carife Sei e Banca di Romagna] sono due società eterodirette. In qualità di membri del cda della capogruppo non sono mai stati compiutamente informati di quello che accadeva e in questo senso è pienamente giustificata la richiesta dei pm di estraneità”.

La conclusione dell’udienza è stata appannaggio delle difese dei vertici di CariCesena, Germano Lucchi (avvocato Mariano Rossetti) e Adriano Gentili e Maurizio Teodorani (avvocato Marco Martines) che hanno insistito sulla piena regolarità dell’operazione di sottoscrizione del capitale di Carife e dei corrispondenti acquisti di azioni romagnole da parte di quest’ultima, promuovendo la completa estraneità degli assistiti da qualsiasi presunta operazione illecita messa in piedi dalla cassa estense.

La prossima udienza sarà lunedì 28 gennaio, quando toccherà alle difese degli imputati principali: l’ex presidente di Carife Sergio Lenzi e l’ex dg Daniele Forin. La sentenza è prevista per l’11 febbraio.

 

Stampa
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Leggi qui la Cookie e la Privacy Policy.

Chiudi