gio 6 Dic 2018 - 1613 visite
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Allarme micropolveri: alta pressione, traffico e stufe a legna condannano Ferrara

Poluzzi, climatologo di Arpae: "Fenomeno che stiamo osservando in tutta la pianura, dove si accumulano gli inquinanti e occorre mantenere la guardia alta"

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’inquinamento atmosferico causa ogni anno sette milioni di morti, un numero destinato a salire costantemente se nei prossimi dieci anni non si ridurranno di almeno due terzi le emissioni nell’aria.

Un problema che diventa particolarmente grave nelle aree di pianura, dove un po’ per l’alta concentrazione di centri abitati, strade e aree industriali, un po’ per le particolari dinamiche climatiche che le caratterizzano, la diffusione di micropolveri e altri elementi inquinanti nell’atmosfera supera spesso i livelli di guardia.

Questo è esattamente quello che sta succedendo a Ferrara, dove negli ultimi giorni le centraline dell’Arpae stanno registrando concentrazioni di Pm10 e Pm2.5 anche due volte superiori ai limiti consentiti, mentre il limite di sforamenti annuali è stato ormai superato in buona parte della provincia.

Dati verificabili in qualunque momento dai report delle centraline Arpae: nel giro di dieci giorni, dal 25 novembre al 4 dicembre, in corso Isonzo le concentrazioni di Pm10 sono salite da 25 a 97 microgrammi per metro cubo (ug/m3). Il 30 novembre i valori hanno raggiunto la soglia limite di 50 ug/m3 e nei quattro giorni successivi la progressione è stata costante. Dati che si riflettono in maniera pressoché analoga nelle altre sei stazioni di monitoraggio in provincia (Cassana, Barco, Villa Fulvia, Ostellato, Gherardi e Cento) e che dimostrano che il problema deriva da dinamiche (sia umane che ambientali) comuni a tutto il territorio, piuttosto che a fattori singoli e localizzati, come la presenza del polo petrolchimico alle porte del capoluogo.

I dati sulle Pm10 degli ultimi giorni rilevati dalla stazione di corso Isonzo

Ce ne dà la conferma anche il climatologo Vanes Poluzzi di Arpae, secondo cui gli elevati valori di polveri sottili in questi giorni sono determinati da uno sfavorevole mix di fattori. “È qualcosa che in questi giorni stiamo osservando in tutta la Pianura Padana, che sta subendo soprattutto l’effetto dell’alta pressione e di un anticiclone piuttosto caldo, un fenomeno che si sta verificando sempre più spesso negli ultimi anni. Questo impedisce alle sostanze inquinanti di raggiungere e disperdersi negli strati più alti dell’atmosfera, che quindi rimangono a quote più basse e anche a causa della scarsità di vento finiscono per accumularsi nelle aree di pianura. Abbiamo iniziato a osservare il fenomeno venerdì scorso in tutta la pianura”.

Ma da dove provengono queste sostanze inquinanti e qual è il trend che i climatologi stanno osservando nel nostro territorio? Poluzzi premette che la maggior sensibilità ambientale e le innovazioni tecnologiche hanno sicuramente avuto effetti positivi ma che le caratteristiche del territorio padano impongono un’attenzione assai maggiore rispetto alla media: “Da tempo osserviamo una diminuzione degli inquinanti, in particolare per le Pm10, ma occorre riflettere sul fatto che di fronte a una metereologia così sfavorevole occorre mantenere la guardia molto alta, e quindi cercare di aumentare la consapevolezza delle persone, fare molta informazione e cercare di capire quali sono le buone pratiche per dare un contributo positivo”.

I valori due volte superiori alle soglie limite per Pm10 e Pm2.5 rilevati dell’Arpae

Riguardo ai principali fattori umani dell’inquinamento, Poluzzi individua tre punti in particolare: “Ogni periodo dell’anno andrebbe analizzato a sé stante – afferma il climatologo -, ma in generale in questo periodo i contributi prevalenti sono quelli del traffico veicolare e della combustione di biomassa legnosa, quindi gli impianti di riscaldamento a pellet, cippato e così via”. Un dato che potrebbe stupire chi da tempo predilige questo tipo di impianti a quelli tradizionali a metano: “Non ci sono dubbi ed è noto anche nella letteratura scientifica – afferma Poluzzi -, come dimostrano gli studi condotti in Scandinavia, in Baviera e in altre zone dove tradizionalmente si usa molta legna per il riscaldamento. Nelle nostre zone il contributo all’inquinamento derivante da combustione legnosa è pari, e talvolta superiore, a quella del traffico veicolare”.

E malgrado i passi avanti compiuti negli ultimi anni, secondo Poluzzi si sta aprendo per ambientalisti e climatologi un nuovo fronte: quello dei particolati ‘derivati’, che nascono dall’interazione tra le sostanze inquinanti inizialmente rilasciate dall’uomo. “Parliamo di particelle che prima non esistevano: oggi respiriamo alcuni particolati che non sono stati emessi direttamente dagli scarichi delle case o delle automobili, ma sono il frutto di interazioni tra le sostanze inquinanti già note e altre particelle presenti negli strati più alti dell’atmosfera, fenomeni che in passato non si potevano verificare. Questo significa che le condizioni metereologiche vanno studiate attentamente per capire le dinamiche con cui si generano queste sostanze, quali sono gli elementi precursori ed eventualmente in che modo combattere le nuove forme di inquinamento”.

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