Mar 4 Dic 2018 - 1423 visite
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Cucchi e Aldrovandi: “In 13 anni nessun cambiamento culturale nella polizia”

A giurisprudenza la visione del film 'Sulla mia Pelle'. Moretti: "È anche peggio, casi lampanti come Magherini e Uva rischiano di finire in un nulla di fatto"

“Mi dispiace lasciarvi un’eredità così pesante, ma ora siete voi a poter fare la differenza”. È un discorso sofferto ma che riceve un lunghissimo applauso quello di Patrizia Moretti nell’aula magna della facoltà di Giurisprudenza, dove assieme a Ilaria Cucchi e all’avvocato Fabio Anselmo è stato appena proiettato il film ‘Sulla Mia Pelle’, che ricostruisce gli ultimi giorni di Stefano Cucchi.

Una proiezione che secondo i tre ospiti della facoltà ha un valore particolare proprio per la platea che si ritrovano davanti: giovani che un giorno saranno avvocati e magistrati e che si ritroveranno a vivere in prima persona processi, inchieste e fatti giudiziari controversi e che richiedono il coraggio di sfidare il sistema.

Le parole di Cucchi e Moretti infatti non nascondono l’amarezza per il trattamento riservato alle proprie famiglie sia sul piano umano che legale: umano per via dei giudizi più disparati piovuti sulle due famiglie, anche da politici o pubblici ufficiali, e legale perché le vicende processuali hanno avuto il merito di rompere il silenzio in Italia sulle questioni dei ‘morti di Stato’ ma nonostante hanno dovuto attraversare mille difficoltà e le condanne finali sono sempre rimaste al di sotto delle aspettative delle famiglie delle vittime.

“Da soli non si fa niente – afferma Ilaria Cucchi – e non sarei mai arrivata a Ferrara se non avessi avuto in mente l’immagine di un altro ragazzo, Federico Aldrovandi”. Una vicenda in cui Cucchi si è subito ritrovata anche perché in entrambi i casi si trattava di “inchieste in cui si finiva per processare il morto, descrivendolo come un drogato e dicendo che sostanzialmente se l’era andata a cercare”. Ed è per questo che Cucchi vede il fratello come un simbolo “degli ultimi, quelli che non hanno nessuno che si faccia carico delle loro battaglie. Ho sempre cercato di trovare un senso a tutto questo, e forse la morte di Stefano potrà far sì che sempre meno persone si girino dall’altra parte”.

Più amare le parole di Moretti, che a 13 anni dalla morte del figlio Federico non ha ancora visto quel cambiamento che sperava: “Quello che interessa a noi famiglie nel portare avanti queste cause, è che questi episodi non si verifichino mai più. E invece è successo: i colpevoli della morte di Federico sono tornati in servizio attivo dopo un breve periodo e a volte ho l’impressione che le cose vadano addirittura peggio. Il processo per la morte di Federico, anche se con grande fatica, è stato concluso, mentre adesso ci sono casi come quelli di Magherini e Uva che non riescono a trovare soluzione. Sono casi di una chiarezza lampante ma che rischiano di finire in un nulla di fatto, perché quando sono coinvolte le forze di polizia scatta un qualche meccanismo difensivo che finisce per infangare l’istituzione nel suo insieme, mentre a mio avviso dovrebbe avvenire il contrario: le forze dell’ordine dovrebbero isolare questi individui e far sì che queste tragedie non avvengano più. Esiste una maggiore consapevolezza di queste vicende, ma non ho visto un vero cambiamento culturale nella gestione delle forze dell’ordine”.

Parole che trovano la replica dell’avvocato Anselmo, secondo cui proprio la chiusura che si è vista nelle istituzioni prova che “la morte di Federico è una spina nel fianco e c’è una certa ansia nel voler cancellare una pagina estremamente buia della nostra storia giudiziaria”.

L’appello dell’avvocato va quindi agli studenti presenti nell’aula magna, perché conservino integri gli ideali e i concetti alla base della disciplina: “Dovete rimanere legati a questa esperienza universitaria, perché quando entrerete nel mondo del lavoro la prima cosa che vi diranno è che dovete dimenticare quello che avete studiato perché è troppo astratto. Non dovete dare ascolto a chi vi dirà così, dovete rimanere attaccati ai valori, agli ideali e anche alla scienza di quello che avete studiato, perché fare altrimenti significa arrendersi al cinismo e alla rassegnazione, che sarà la vostra prima sconfitta come uomini e come professionisti. Se siamo arrivati in un contesto sociale come questo è proprio a causa di quei ragionamenti, di chi cede alla fatica e finisce per rifugiarsi nel concetto che certe cose sono impossibili da realizzare e bisogna attenersi al concreto. In questo, la mia generazione ha fallito. Diffidate di chi vi dirà di chiudere nel cassetto quello che avete studiato”.

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