mar 12 Giu 2018 - 89 visite
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‘Machine à penser’ alla Fondazione Prada

A Venezia la mostra dedicata a tre filosofi che si sono trovati a scrivere in isolamento o in esilio

Nella Venezia agitata da una Biennale Architettura quasi tutta dedicata alle realizzazioni, attenta anche all’ambiente ma quasi sempre in funzione dello scambio comunicativo, la Fondazione Prada è in felice controtendenza: nella sua sede lagunare propone infatti la mostra Machine à penser, curata da Dieter Roelstraete e dedicata a tre filosofi che si sono trovati a scrivere in isolamento o in esilio: Theodor W.Adorno (1903 – 1969), Martin Heidegger (1889 – 1976) e Ludwig Witgenstein (1889 -1951).

Tale controcanto alla socialità forzatamente connessa è un tema attuale, nel tempo dell’always on, ma ha sempre avuto una sua rilevanza: dipinti come il San Girolamo di Antonello da Messina (1475) e il Sant’Agostino di Vittore Carpaccio (1502), così come la descrizione di Nicolò Macchiavelli del suo ritiro serale (1513) e lo studiolo di Federico di Montefeltro a Urbino (1476) ci raccontano quanto sia gli uomini di pensiero che quelli d’azione apprezzassero momenti di riflessione lontana dalle cure del mondo.

La mostra si dipana tra citazioni e ricostruzioni, con prestiti internazionali e imprevisti: è chiara la volontà di dissociarsi da un genere di display cronologico, didattico e monodisciplinare, per dare allo spettatore suggestioni oltre che informazioni.

In una sequenza di stanze unificate dalle sculture-lampada di Leonor Antunes, troviamo anzitutto la riproduzione rimpicciolita all’88% della baita a Todtnauberg, nella Foresta Nera in Germania, dove Heidegger scrisse la maggior parte del trattato Essere e Tempo (1927); all’interno si incontrano fotografie sue e di sua moglie, ritratti negli anni Sessanta dalla reporter Digne Meller-Marcovicz, nonché ceramiche di Jan Bontjes van Beek e foto di opere d’arte che un tempo adornavano la casa. La casetta è riconoscibile in un diorama dell’artista Mark Riley (2016), che la colloca in un plastico dove riconosciamo il suo rapporto con la montagna.

Anche il rifugio di Wittgenstein sul fiordo a Skjolden in Norvegia, dove venne steso il Tractatus Logico-Filosoficus (1921), è evocato da una riedizione in scala minore. All’interno è esposta l’unica scultura realizzata dal filosofo, Head of girl (1925-1928).

Ad Adorno invece abbiamo testimonianza dei suoi anni di Oxford e Los Angeles, quelli in cui, dopo la fuga necessaria dalla Germania nazista, scrisse quel sistema filosofico asistematico eppure così suggestivo che è Minima Moralia.

L’artista scozzese Ian Hamilton Finlay ha realizzato nel 1987 l’installazione Adorno’s Hut. Accanto a questa compaiono alcune foto della casa di Adorno a Los Angeles scattate da Ewan Telford e la fotografia di Patrick Lakey dell’interno di Villa Aurora a Los Angeles, centro di incontro del filosofo con molti altri fuggitivi tedeschi quando, negli anni Quaranta, iniziò a essere chiaro come l’Europa infuocata dalle dittature stesse regalando agli Stati Uniti le sue migliore intelligenze.

A ribadire come il pensiero letteralmente fiorisse dal capo dei tre filosofi, troviamo una serie di vasi che recano le loro effigi progettati, in modo forse troppo letterale, dalla polacca Goshika Macuga; in un formato espositivo che collega oggetti, documenti, opere in senso proprio e fotografie; si incontra l’installazione sonora di Susan Phillipsz e Anselm Kiefer espone una scultura creata in stretta relazione con l’ultimo film di Alexander Kluge.

Completano il complesso allestimento anche opere degli italiani Giulio Paolini e Paolo Chiasera, di Sophie Nys, Iñigo Mangiano-Ovalle, un collettivo norvegese composto da Sebastian Makonnen Kjølaas, Marianne Bredesen e Siri Hjorth, Jeremy Millar e Guy Moreton.

La mostra è completata da un catalogo ricco di saggi in cui il tema della solitudine viene affrontata da vari punti di vista, in quanto luogo della costruzione del sé, della riflessione sulla morte, del placarsi delle passioni della competizione sociale, con toni che rievocano pensatori morali antichi quali Seneca o Marco Aurelio ma anche scrittori come Proust, adagiato per anni su di un letto in una stanza foderata di legno e trasformatosi volontariamente in “una mano che scrive”, o filosofi dediti alla “cura di sé” teorizzata da Michel Foucault. Ed è questa antica attitudine, in fondo, che spinge a una costante auto-formazione, che non soltanto informa questa rassegna, ma che ci spiega la crescente, controintuitiva fortuna di pratiche quali la meditazione, la relazione corpo-mente coltivata nella natura, l’autosegregazione e disconnessione temporanee del mondo.

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