ven 23 Feb 2018 - 5418 visite
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Kyenge: “Il fascismo non è morto, sostenuto da indifferenza e strumentalizzazione”

L'europarlamentare: "Cavalcare la paura genera violenza, la politica deve vedere lontano e fare dell'immigrazione una risorsa"

Cécile Kyenge alla manifestazione antifascista di Macerata

È una visita passata in sordina, ma questa sera l’europarlamentare Cécile Kyenge sarà a Vigarano per parlare di “Europa e Africa: il futuro della cooperazione e le opportunità per il territorio”. In attesa dell’incontro, organizzato dalla Conferenze delle Donne Pd per sostenere la candidatura di Barbara Paron, abbiamo contattato l’ex ministra all’Integrazione prima che prendesse l’aereo che la porterà al centro multimediale vigaranese, ospite della sindaca che ha preferito non divulgare l’appuntamento perché “temiamo ripercussioni come quelle successe un anno fa quando il suo intervento sui progetti educativi è stato strumentalizzato”.

Kyenge, lei ha recentemente sostenuto che l’Africa sarà il futuro dell’Europa, come spiega questa posizione? 

L’Africa è già il futuro dell’Europa per i legami storici, culturali ed economici che intercorrono tra i due continenti. Le merci che dall’Africa entrano in Europa sono alla base della nostra tecnologia, basti pensare al minerale coltan presente in tutti computer e smartphone e proveniente dall’80% dall’Africa. Parlo di cooperazione dal punto di vista economico per via delle materie prime, ma anche umano: se leggiamo l’analisi demografica europea, si nota il fisiologico invecchiamento della popolazione. Se non riusciamo a dare una visione lungimirante per fare dell’immigrazione una risorsa, l’Europa si troverà in forte difficoltà. Non riguarda solo le pensioni, ma un approccio olistico fuori dalle campagne populiste.

Certo è che l’immigrazione, per alcuni definita fuori controllo, ha scatenato atteggiamenti razzisti. Come superare questo problema?

Si comincia dal comunicare il vero e il giusto. Il fenomeno migratorio non è un problema ma un fenomeno strutturale che non è incontrollato, non puoi fermare il diritto alle persone di muoversi. Per gestire responsabilmente il fenomeno di massa bisogna intervenire sulle cause profonde che tra terrorismo, povertà, guerre e cambiamenti climatici hanno come denominatore comune le diseguaglianze. Parlare di invasori vuol dire ignorare il contesto globale, invece di concentrarsi su proposte di medio-lungo termine.

Qualche esempio?

Sicuramente rivedere il pacchetto asilo dell’Unione Europea, modificando il regolamento di Dublino per un’equa ripartizione delle responsabilità. La risoluzione che ho presentato nel 2016 al parlamento europeo dà la linea di un approccio olistico globale su come gestire l’immigrazione. Tra i dieci punti dell’agenda, che è stata approvata, ci sono l’applicazione del principio di solidarietà fra gli stati membri, il salvataggio di vite umane con un Mare Nostrum permanente, lotta contro il traffico di essere umani e sfruttamento dei migranti, l’apertura di corridoi umanitari e altri canali legali, revisione del codice dei visti umanitari e il superamento del regolamento di Dublino. Il parlamento è stato lungimirante e ha tolto il paese di primo approdo per arrivare a una strategia europea condivisa.

Se il parlamento europeo è lungimirante, in quello italiano è fallito il progetto dello Ius Soli. Legge questo dato come un fallimento dell’Italia?

La lotta per lo Ius Soli non finisce mai. E sì, è un passaggio triste per la storia del nostro Paese. Sono stata la prima a lanciare la proposta e ne ho fatto un cavallo di battaglia perché è una questione di civiltà. Dare la cittadinanza ai bambini nati e cresciuti in Italia non è un gesto di pietà ma un diritto per offrire pari opportunità fin da piccoli, per regolare la convivenza e prevenire conflitti. L’Italia del domani si deve confrontare coi cambiamenti di oggi, altrimenti fra un paio d’anni ci ritroveremo davvero in una situazione di emergenza. Ecco perché le forze politiche devono vedere lontano e non inseguire le paure, cavalcando l’onda della paura e dell’odio.

Dopo l’attentato a Macerata, lei ha partecipato alla manifestazione antifascista mentre Forza Nuova ha annunciato di voler sostenere le spese legali di Traini. Cosa ne pensa?

Non ha altra definizione se non quella di terrorismo. Sono azioni da condannare perché il fascismo non è morto, è lì, e sottovalutare i segnali vuol dire generare violenza. Mi è piaciuto l’appello di papa Francesco: oggi serve la rivoluzione della fratellanza. Ci sono due modi per appoggiare il fascismo: l’indifferenza, che è pericolosa perché porta a un’accettazione e banalizzazione degli atti violenti in cui la società accetta di vivere con regole razziste; e la strumentalizzazione politica da parte di gruppi di estrema destra. Tanto di cappello al deputato Pd Mattiello che ha presentato un esposto alla procura di Torino per sciogliere CasaPound e Forza Nuova. Ho fiducia nella magistratura e sono favorevole nell’applicare la legge Scelba per mettere fine a questi partiti che orgogliosamente si definiscono fascisti. È il momento di dare un segnale importante, la storia non deve ripetersi.

Manca una settimana alle elezioni. Qual è il suo pronostico, o meglio, cosa si augura?

Ovviamente che vinca il Partito Democratico perché è una forza responsabile che può governare questo Paese. Complimenti a Amnesty Intenational che ha redatto il barometro dell’odio, da cui si evince che il 95% delle parole d’odio appartiene al centrodestra mentre il Pd ha escluso la violenza dalla campagna elettorale. È cattivo e triste agire come la Lega che ha fatto della strumentalizzazione il suo cavallo di battaglia. Le persone hanno bisogno della verità, di messaggi rassicuranti, e non di sentirsi raccontare bugie da chi lavora sulla paura pur di prendere qualche voto. Serve una campagna eticamente giusta e pulita per lottare contro il populismo e sconfiggere questi mali. Un ultimo appello per i giovani: andate a votare. Esercitate il vostro diritto di partecipare alla vita politica. Il primo partito a vincere il 4 marzo deve essere quello della partecipazione e non dell’astensionismo.

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