Cronaca
7 Febbraio 2018
Il calvario di una ragazza di 26 anni finita probabilmente in mezzo alle diatribe tra ex coniugi. Il giudice prima della sentenza: “I problemi se li risolvano tra loro”

Accusata di detenere la foto di un bambino nudo, assolta dopo 4 anni

di Daniele Oppo | 3 min

Leggi anche

Centauro morì contro l’auto in divieto. Spunta un’indagine parallela

Da una parte l'auto parcheggiata in divieto di sosta, dall'altra la presenza di un'anomalia, un avvallamento, sull'asfalto. Sono questi i due elementi su cui, all'udienza di ieri (lunedì 23 marzo) mattina, è stato sentito Marco Manservigi, agente della polizia locale Terre Estensi che effettuò i rilievi del sinistro stradale di via Canonici in cui - ad agosto 2023 - morì Alessio Maini

“I problemi dei coniugi, o ex coniugi, se li risolvono tra loro”. Le parole finali del giudice – appena prima della sentenza – rendono forse al meglio l’idea del calvario fatto passare a una ragazza di 26 anni, che per più di quattro anni ha dovuto convivere con una terribile accusa: quella di detenzione di materiale pedopornografico.

I fatti partono formalmente nel settembre 2013, quando la madre di un ragazzo allora undicenne denuncia l’imputata ai carabinieri: un mese prima, all’interno di un bar di provincia, avrebbe mostrato sul proprio cellulare la foto di suo figlio, ritratto nudo in una posizione in cui si potevano vedere il sedere e parte dei genitali. Tra gli astanti, oltre a qualche avventore, anche la madre stessa del giovane e il nonno materno. Quella foto, dice l’accusa, attribuendo le parole alla ragazza, proveniva dal padre del bambino.

Le indagini da parte della Dda di Bologna, competente per materia, partono molto più tardi, nel giugno 2014. Viene prelevato il cellulare della giovane, che ne consegna anche un altro. Gli inquirenti cercano la foto, estraggono quasi 24mila file dagli smartphone, tanti da riempire quattro Dvd. Nessuno di questi ritrae il bambino in atteggiamenti sconvenienti, in nessuno di questi risulta materiale in altro modo compromettente e in grado di suffragare, magari indirettamente, la pesante accusa. Rimangono solo le testimonianze: quella dalla madre, del nonno materno e di un terzo soggetto che affermano di aver visto la foto, anche se parzialmente contraddicendosi: c’è chi dice si vedesse il volto, c’è chi dice che non fosse visibile; quelle di chi nega tutto nella maniera più assoluta, ovvero altri avventori e la barista.

Già la barista. Ovvero l’amante all’epoca del padre del bambino e sua attuale compagna, nonché amica dell’imputata. E, forse, era la loro relazione il vero obiettivo di un’accusa così infamante, che ha colpito una terza persona estranea.

Lei avrebbe ricevuto la foto dal padre dell’undicenne, scattata nella casa dei nonni paterni. Ma la madre, che al tempo viveva ancora col suo compagno, anziché farsi consegnare la foto direttamente da lui, o prelevarla in qualche modo dal suo cellulare per avere la prova diretta direttamente dalla fonte, aspetta un mese prima di presentare la denuncia.

La procura di Bologna chiede l’archiviazione, ma la difesa della parte civile (avvocato Enrico Zambardi) presenta opposizione e si finisce davanti al giudice Luca Marini del tribunale di Ferrara. L’imputata sceglie il rito abbreviato.

Procura e parte civile ammettono che non esiste la prova materiale, ma sostengono che ci siano testimonianze a supporto e che siano sufficienti per sostenere la condanna. Lamentano velatamente la scarsità e il ritardo delle indagini, provano a instillare il dubbio che l’imputata abbia avuto tutto il tempo di cancellare la foto, perfino di cambiare di telefono cellulare. Eppure, rileva di contro la difesa (avvocato Kethy Bracchi), è stata lei stessa a consegnare di sua sponte due telefoni diversi, entrambi intestati a lei; i rilievi tecnici hanno recuperato anche alcuni file cancellati tra quelli indiscutibilmente appartenenti alla 26enne, niente lascia presupporre che quella o altre foto vietate siano mai passate per quei dispositivi e il fatto che abbia cambiato smartphone nel frattempo è una pura illazione non dimostrata; la denuncia per un fatto così grave è arrivata solo un mese dopo, la madre del bambino non si è nemmeno premurata di farsi consegnare la foto dal compagno – ovvero dal presunto autore dello scatto -; le testimonianze sfavorevoli all’imputata sono discordanti tra loro; la Dda di Bologna aveva già chiesto l’archiviazione.

Insomma, quanto basta almeno per sollevare il ragionevole dubbio. Più che ragionevole per il giudice che decide in pochi istanti: assolta perché il fatto non sussiste.

Grazie per aver letto questo articolo...

Da 20 anni Estense.com offre una informazione indipendente ai suoi lettori e non ha mai accettato fondi pubblici per non pesare nemmeno un centesimo sulle spalle della collettività. Il lavoro che svolgiamo ha un costo economico non indifferente e la pubblicità dei privati non sempre è sufficiente.
Per questo chiediamo a chi quotidianamente ci legge e, speriamo, ci apprezza di darci un piccolo contributo in base alle proprie possibilità. Anche un piccolo sostegno, moltiplicato per le decine di migliaia di ferraresi che ci leggono ogni giorno, può diventare fondamentale.

 

OPPURE se preferisci non usare PayPal ma un normale bonifico bancario (anche periodico) puoi intestarlo a:

Scoop Media Edit
IBAN: IT06D0538713004000000035119 (Banca BPER)
Causale: Donazione per Estense.com