Cronaca
17 Dicembre 2016
Il 30enne a processo per stalking esce dal carcere e va ai domiciliari. Accordo da 15mila euro con il Comune per il risarcimento del danno

Il vandalo-stalker dell’Ariostea ha scritto anche al Papa

di Daniele Oppo | 4 min

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1b3803f7-2f8c-472a-bc21-92fec2ba2248A suo dire centinaia di lettere, anche al Papa e al Presidente della Repubblica e ad alcune procure. Al primo per avvisarlo, “di stare attento”, per gli atti terroristici, in generale per chiedere informazioni sul terrorismo: “È Isis o guerra di religione? Per me da 15 anni almeno è guerra di religione, ma anche il Papa non lo dice per paura”.

Sono scampoli dell’esame dell’imputato nell’udienza di venerdì nel il processo per stalking contro A.R. – il 30enne conosciuto come il ‘vandalo dell’Ariostea’ – alla sbarra per stalking nei confronti del direttore della biblioteca Enrico Spinelli. Il Comune nel frattempo ha revocato la costituzione di parte civile dopo un accordo transattivo da 15mila euro per il risarcimento del danno.

A.R. ammette tutte le condotte – tranne invero di aver pedinato Spinelli – compreso l’aver dato fuoco al portone della biblioteca Ariostea e l’aver imbrattato i muri, una lapide, il pavimento e altre cose, scritto i nomi dei suoi ‘nemici’ con della vernice azzurra (eventi sui quali ha testimoniato in giornata anche Paolo Manservigi del Servizio biblioteche e archivi del Comune). “Ho sbagliato a compiere alcuni atti – spiega al giudice Luca Marini -. Stavo attraversando un momento particolare. La scintilla è stata una richiesta di ferie: avevo subito un’operazione alle tonsille e avevo bisogno di altri giorni di convalescenza”. Ma il suo non è un reale pentimento, più volte punta il dito contro le tre ragazze (che lo hanno denunciato a loro volta) “che mi provocavano” e lo stesso Spinelli accusato di aver “abuso di potere”. “Il dottor Spinelli mi fece una punizione per qualche regola del lavoro, forse perché avevo ceduto a qualche provocazione: sorrisi, occhiolini, cazzate così”. Anche il pubblico ministero lo nota in una fase successiva dell’udienza: “Parla in termini concludenti ma non mi sembra abbia la capacità di valutare in chiave critica il proprio operato”.

Ma A.R. è un uomo nervoso che fa fatica a contenere la sua rabbia, lo si vede da come si muove, da come risponde direttamente al pubblico ministero, Ciro Alberto Savino, “è una vergogna quello che sta succedendo, sono cinque mesi in carcere, non guardate mai al dolore che loro hanno causato a me. Sono pentito di quello che ho fatto, credo di aver pagato e di stare pagando ancora, ma credo che state esagerando un po’ tutti, cinque mesi in galera con quella compagnia…”. Sta male e lo dice quando a interrogarlo è il suo difensore, l’avvocato Giuseppe Rago: ” È tutto un malessere, non lo riesco a spiegare, c’è la rabbia”. Per sfogarsi scrive lettere dal carcere, l’ultima pochi giorni a fa ancora a Spinelli – parte civile nel processo, sempre presente in udienza, sempre con il volto rabbuiato, triste, impaurito – ma non solo a lui: “Ho mandato lettere in giro per chiedere se questi attentati sono Isis o guerra di religione – rivela -. Scrivo per sfogarmi, ho scritto anche al Papa, gli ho scritto ‘Francesco stai attento’ e pochi giorni dopo è successo che in Francia hanno ammazzato quel prete, avevo ragione, ma è roba da servizi segreti”.

Dichiarazioni che vanno nella direzione evidentemente cercata dall’avvocato, che ha già depositato una consulenza tecnica sullo stato psichico dell’imputato e che ha rinnovato la richiesta di effettuare una perizia per verificare uno stato di infermità o semi-infermità e la capacità di intendere e di volere al momento dei fatti. Perizia sulla quale il pm ha dato il proprio assenso ma che ha trovato il rifiuto da parte del giudice.

Ma la rabbia trova modo di esplodere fisicamente anche in aula, è quando il pm dà parere negativo alla richiesta della difesa di rivedere la misura cautelare del carcere e scegliere i domiciliari: “Smitizza ciò che ha commesso, tende a minimizzare, getta acqua sul fuoco, non è indice del venir meno delle esigenze cautelari”. Lui si agita, si alza, parla: “Buon Natale anche lei signor pubblico ministero”. Poi viene portato via dagli agenti di polizia penitenziaria, lui colpisce porta e muri e gli operatori ci mettono quasi tutti i 15 minuti che il giudice si è preso per decidere per riportarlo alla calma. Alla fine uscirà abbastanza felice, da oggi è ai domiciliari nella casa dei genitori in Basilicata, ma col divieto assoluto di comunicare: né con il telefono, né tramite internet, né tramite normali lettere postali. Niente. E alla lettura dell’ordinanza l’espressione del direttore dell’Ariostea è di quelle di chi si aspetta altri guai e altra tensione nella sua vita.

Si torna in aula il 9 gennaio per la discussione e la sentenza.

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