
Il portone della biblioteca danneggiato dall’incendio
Biblioteca Ariostea vandalizzata ma non solo: è iniziato il processo a carico di A.R., 30enne originario di Bari ma residente in Basilicata, per lo stalking ai danni del direttore Enrico Spinelli.
Il giovane (che oggi si trova in carcere), si ricorderà, è stato protagonista tra l’aprile e il maggio di quest’anno di vari episodi di vandalismo nella biblioteca di Palazzo Paradiso: dal doppio tentativo di incendio del portone principale, ai nomi dei suoi ‘nemici’ alla Caritas dipinti nei muri dell’Ariostea con vernice blu. Ma è stato autore anche di alcuni pedinamenti e comportamenti minacciosi nei confronti di Spinelli, reo – forse – di non avergli concesso le ferie nel periodo da lui desiderato e di avergli fatto alcuni richiami per il proprio lavoro, svolto grazie al progetto di servizio civile “Garanzia giovani”.
Proprio Spinelli, parte civile nel processo tramite l’avvocato Stefano Scafidi, ha deposto in aula davanti al giudice Luca Marini, raccontando un periodo di alta tensione dopo i primi vandalismi – tanto che si è trovato costretto ad assumere alcuni farmaci per combattere l’ansia e l’insonnia – e la paura per la propria incolumità, quella dei familiari e degli utenti della biblioteca. “Quando sono intervenuto per il secondo tentativo d’incendio – racconta Spinelli -, mio figlio mi seguiva a distanza per proteggermi da eventuali incontri sgraditi. Con lui andavamo anche a prendere mia moglie a scuola, dato che lavora nei pressi dell’abitazione di A.R. Anche il capo di Gabinetto del sindaco mi fece da scorta un giorno”. Paura per se e la famiglia, ma anche per i frequentatori della biblioteca: “Temevo che episodi come l’incendio potessero accadere anche nell’orario di apertura, tanto che nel secondo episodio ho deciso di chiudere per un giorno finché l’amministrazione non mi ha messo il corpo dei vigili giurati”.
La famiglia di A.R. (che è difeso dall’avvocato Giuseppe Rago) e lo stesso imputato hanno proposto una transazione a Spinelli, porgendo anche le scuse per tutti gli episodi e i patimenti, per ottenere una remissione di querela, ma il direttore dell’Ariostea non ha accettato: “Rimettere la querela era quello che mi chiedeva in modo minaccioso quando mi ha seguito in via Rambaldi, non la ritirerò. Non cerco risarcimenti ma spero che le nostre strade non si incontrino mai più”.
A.R. fu protagonista anche di un’altro pedinamento ai danni di Spinelli, in piazza Trento-Trieste: “Mi puntava e mano a mano la distanza di assottigliava. Lui pronunciava parole a bassa voce, mi chiamava per nome”. In un altro caso – già dopo le denunce – A.R. lo minacciava: “Me la pagherai per quel che è successo”. Poi ci fu un provvedimento cautelativo, col divieto per l’imputato di comunicare, ma lo fece lo stesso via Facebook. In un’altra occasione, dopo la scomparsa del drappo che copriva il pianoforte della Sala Agnelli, lo stesso A.R. scrisse sul social network: “Se il drappo vuoi trovare, le ferie mi devi dare”.
Entrano incidentalmente nel processo anche altri fatti legati ai comportamenti di A.R. nei confronti di due ospiti della Caritas e due dipendenti del coordinamento del servizio civile (ospitato nei locali Caritas e che gestiva il programma “Garanzia giovani” con cui l’imputato entrò a lavorare in Ariostea). Per questo è stato chiamato a testimoniare Paolo Falaguasta, direttore della Caritas: “Aveva difficoltà di relazione con tre ragazze, ci sono state delle denunce nell’estate 2015 da parte di due ospiti e di una mediatrice: le ragazze ricevevano messaggi con insulti, io ho ricevuto squilli di notte e messaggi in cui mi chiedeva perché era stato convocato in procura, e lui era un soggetto sgradito perché era invadente, entrava in tutti gli uffici, minacciava le impiegate”.
Anche la giovane mediatrice è stata sentita in udienza. Lei ha già sporto due denunce nei confronti di A.R. – che saranno oggetto di un separato giudizio – e ha raccontato di un episodio importante accaduto alla Caritas: ovvero l’aggressione fisica da parte dell’imputato nei confronti di un collega della mediatrice (sentito anche lui come testimone), intervenuto perché lei era intimorita dalla presenza di A.R. nella sede lavorativa e dalla sua insistenza nel volerle parlare. I loro nomi sono quelli che sono stati scritti con la vernice nella biblioteca Ariostea.
Il processo proseguirà il 16 dicembre, quando verrà sentito proprio l’imputato insieme all’ultimo testimone della procura (pm Ciro Alberto Savino) e ad altri chiamati dalla difesa.
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