Gio 20 Ott 2016 - 453 visite
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Numero 20

Esco di casa.

“Se TU mi concedi QUESTO, sarà per ME… un RESPIRO”.

Non c’è niente da fare: quella frase continua a rigirarmi ossessivamente nella testa, anche mentre corro.

Chissà se, parlandone a Luca, me ne potrò liberare.

Ci incontriamo al solito posto, ci salutiamo e ci abbracciamo senza smettere di correre (un’arte che si mette a punto solo dopo anni di esperienza), e proseguiamo nell’aria settembrina, piacevole e fresca.

Siamo ormai prossimi all’arco della Prospettiva quando Luca anticipa i miei desideri chiedendomi: “Allora come è andato il week end in montagna? Avete poi dormito nel rifugio?”.

“Ti ringrazio per la domanda, come si dice nei dibattiti televisivi” dico io. “A tal proposito c’è una storia che ti vorrei raccontare”.

“E qui ci sono orecchie per sentirla” ribatte lui.

“Ecco la storia, allora:

Il sentiero si era rivelato durissimo, molto più di quanto ci aspettassimo e, soprattutto, di quanto ci avessero detto giù in paese: “ma certo, una bambina di 6 anni ci arriva tranquillamente al Brigata Osoppo; è una passeggiata da un’ora e mezza”.

Una passeggiata da un’ora e mezza, riflettevo tra me e me, per un montanaro allenato, o per una capra: in realtà il 102 del C.A.I. non faceva altro che prendere la montagna per il dritto, e andare su.

Il solo tratto in costa, poco dopo la metà, prevedeva un passaggio in ferrata, passaggio tra l’altro che un paio di anni prima era stato travolto da una frana e ripristinato alla benemmeglio, obbligando gli escursionisti a cimentarsi anche in un breve tratto di arrampicata.

Camilla però aveva superato tutte le nostre aspettative: affrontava allegramente la pendenza, per lunghi periodi cantando addirittura, eccitata dall’avventura che stava vivendo con mamma e papà, e desiderosa di dimostrare quanto fosse brava.

Era una bellissima giornata di settembre e avanzavamo con calma, il più delle volte invitando la bambina che ci precedeva a rallentare il passo, timorosi che potesse esaurire troppo presto le sue energie.

Ci fermavamo spesso, facendole bere un goccio di tè dalla borraccia che, assieme alla sua inseparabile bambolina Etta, rappresentava il solo contenuto dello zainetto delle Winx che portava orgogliosamente sulle spalle e da cui, nonostante le nostre insistenze a darsi il cambio, non aveva in nessun modo voluto separarsi.

Poco dopo una sosta a un torrente, nella ripresa dell’erta sulla sponda opposta, iniziò a scoraggiarsi, passando rapidamente dalla stanchezza al catastrofismo: “sono stanca, non ce la faccio più”, proponendo poi l’irragionevole soluzione: “torniamo indietro!”.

Eravamo partiti da più di tre ore, ma non riuscivamo a capire esattamente quanto mancasse al rifugio.

“Coraggio, ormai è fatta!” le dissi ostentando una sicurezza che in realtà non possedevo “arriviamo fino a là e poi ci riposiamo”. Alludevo a un punto, visibile dal basso, in cui il sentiero sembrava scollinare.

E giunti al termine di un tratto ripidissimo, reso ancora più difficile dalla presenza di piccoli sassi che rendevano instabile l’appoggio, raggiungemmo la forcella tra due rilievi rocciosi e lo vedemmo: il rifugio del C.A.I. “Brigata Osoppo”, 2016 metri sul livello del mare.

“Guarda là!” disse Mascia.

Camilla, ansante per lo sforzo, alzò lo sguardo e lanciò un urlo di gioia, lanciandosi di corsa per la breve discesa che ci separava dal pianoro su cui poggiava il piccolo edificio.

Sgravate le spalle dagli zaini ci fermammo nella balaustra antistante il rifugio, godendoci il meritato panorama della valle solare e silenziosa che si apriva sotto di noi e, alla nostra sinistra, delle cime rocciose delle Alpi Giulie.

Ci guardammo intorno: il luogo era curatissimo, sia negli spazi esterni che, per quel che si poteva vedere, all’interno. Ma la porta era sbarrata.

Mi ero informato alla locanda del paese prima di partire, il rifugio era aperto: “Sato c’è di sicuro” mi avevano detto mentre sorseggiavo il caffè, per poi aggiungere con un sorrisetto “speriamo solo che lo troviate in buona…”.

Avevo registrato l’allusione ma l’avevo volutamente lasciata cadere: non mi sono mai piaciute le chiacchiere da bar.

Ora però, mentre il mio stomaco brontolava al pensiero di un piatto di polenta e funghi, mi domandavo dove fosse questo benedetto Sato.

Sbirciando da una finestra vidi qualcuno che armeggiava vicino alla stufa, ma il mio bussare e picchiare sui vetri non sortì alcun effetto; anzi, la figura si alzò e dall’interno guardò ostentatamente nella mia direzione per poi procedere verso un’altra stanza.

Possibile che mi stesse ignorando apposta?

Mascia e Camilla mi guardavano con aria interrogativa, io ero un po’ stupito e un po’ irritato. Decisi di fare il giro del rifugio nella speranza di trovare un ingresso sul retro, e avevo quasi completato senza successo la mia esplorazione quando una voce risuonò alle mie spalle: ”COSA desideri?”.

Mi voltai di scatto, preso alla sprovvista.

L’uomo poteva avere un po’ più della mia età, era alto più o meno come me, ma di corporatura assai più robusta.

Indossava dei sandali, dei pantaloni neri e un camicione nero; completavano l’abbigliamento uno sgargiante e incongruo berrettino peruviano e una sorta di collana, la cui catena era costituita da una cordicella di cuoio intrecciata e il pendaglio da uno scarabeo.

La barba era brizzolata e incolta, lo sguardo verde e penetrante e, incomprensibilmente, accusatore, come se già la mia presenza in quel luogo rappresentasse una colpa.

La voce era grave, di una calma che evocava l’idea di uno sforzo per mantenerla, con la tendenza a scandire e sottolineare alcune parole nel corso della frase.

Mi sforzai di assumere un tono cordiale:

“Ciao, sono Paolo, sono qui con la mia compagna e mia figlia. Vorremmo mangiare qualcosa e pernottare”.

“IO sono il GESTORE del Rifugio Brigata Osoppo. QUESTO non è un ALBERGO. E’ un RIFUGIO di montagna. Ora DEVO andare a lavorare alla TELEFERICA”. Sembrava una via di mezzo tra una lezione e un rimprovero.

“Certo” accondiscesi “ma noi non abbiamo fretta”.

“PIACERE. SATO”. Mi allungò una mano massiccia, che tentò di stritolare la mia. Risposi per quel che potevo alla stretta e lo seguii, mentre mi precedeva per aprire l’ingresso principale a Mascia e Milla, senza considerarle.

Mascia capì che non era il caso di chiedere nulla, e raccolti gli zaini ci seguì con la bambina.

L’interno del rifugio era scuro, tiepido e ciononostante poco accogliente; in ogni parete facevano bella mostra di sé avvertimenti incorniciati vagamente minacciosi: “L’ACQUA E’ PREZIOSA, NON SPRECARLA”, “TOGLIERSI GLI SCARPONI PRIMA DI ACCEDERE AL PIANO SUPERIORE”, “NON METTERE LEGNA NELLA STUFA”, “TRATTARE CON RISPETTO I LIBRI”.

Sorrisi tra me e me, per l’associazione spontanea che mi venne da fare con i vari cartelli che nella classica iconografia fumettistica circondano il rifugio di Paperon de’ Paperoni, tipo “ALLA LARGA”, “PUSSA VIA”, o il semplicissimo ed efficace “SCIO’!”.

Ma la mia vena ilare ebbe modo di spegnersi rapidamente a fronte del modo scostante con cui il nostro ospite prese le ordinazioni per il pranzo, a cui fece seguire un tentativo, che ci sforzammo di interpretare come scherzoso, di entrare in contatto con Camilla: “Vieni con ME in cucina, CAMILLA, voglio vedere se il mio FORNO è abbastanza GRANDE”.

Io e Mascia, poco convinti, tentammo di sorridere, allo scopo di rassicurare la bambina sull’intento bonario della battuta, ma Camilla non fu affatto tranquillizzata e per tutta risposta si strinse a me con tutte le sue forze.

Poco dopo che Sato fu rientrato in cucina, fecero la loro comparsa nel rifugio sei escursionisti; si trattava di tre coppie di persone di mezza età, la cui vista sollevò di molto il nostro morale.

Come si usa fare in montagna, iniziammo subito a parlare e ci spiegarono che volevano mangiare qualcosa e poi trattenersi per la notte, per proseguire la loro gita l’indomani, diretti verso un altro rifugio a cinque ore di cammino.

Quando Sato uscì dalla cucina con i nostri piatti in mano e li vide, già accomodati ai tavoli, lanciò loro uno sguardo di stupore e di ira, come chi si domandi chi mai diavolo possa anche solo lontanamente pensare di poter fare al prossimo un tale affronto.

Una signora del gruppo, che avevamo appreso essere una maestra in pensione, si presentò molto urbanamente e chiese se era possibile nonostante l’ora (erano ormai le tre del pomeriggio) avere qualcosa da mangiare e un posto per la notte.

La risposta si declinò come temevo:

“IO sono il GESTORE del Rifugio Brigata Osoppo. QUESTO non è un ALBERGO. E’ un RIFUGIO di montagna. Siete arrivati troppo TARDI. Ora DEVO andare a lavorare alla TELEFERICA”.

I sorrisi del gruppo si spensero, e tutti lo guardarono allibiti mentre sbatteva sul nostro tavolo la polenta, la pasta col sugo e il minestrone, rispettivamente per me, mia figlia e la mia compagna.

Ciò fatto, nonostante il proclamato ed impellente impegno alla teleferica, si sedette a sua volta, con il vassoio rettangolare di plastica nera tenuto contro il petto dalle due braccia incrociate, e iniziò:

“Quello che vedete qui INTORNO non è GRATUITO; quello che vedete qui intorno è stato conquistato. CON-QUI-STA-TO. Qui voi state in maglietta. In MAGLIETTA. E’ perché QUALCUNO va a fare LEGNA, la SPACCA, fa la PILA lì vicino e CARICA la stufa”.

Gli otto adulti e la bambina ascoltavano, ammutoliti.

Seguì una pausa, teatrale, lunghissima, che nessuno osò interrompere.

“Un sorriso” disse poi a bassa voce. “Un SORRISO, CAZZO!” ripetè urlando “IO sono il GESTORE del Rifugio Brigata Osoppo: potrò chiedere ai miei ospiti un SORRISO?”.

La richiesta era paradossale e minacciosa, obbligava a ostentare uno stato d’animo che era l’esatto contrario di quello determinato dall’atmosfera che lo stesso richiedente aveva creato.

Io lo guardavo esterrefatto. Camilla mi stringeva. Mascia girava il cucchiaio fissando il minestrone. Fortunatamente qualcuno degli altri tentò davvero di sorridere; quella grottesca imitazione di allegria gli stimolò una alzata di spalle, che stava a significare che non capivamo niente ma che allo stesso tempo non importava, perché con bestie così non c’era niente da fare.

Si volse allora verso Mascia, con l’aria del professore che interroga il secondo alunno dopo essere stato già di molto irritato dall’ignoranza del primo: “Come E’ il minestrone?”.

“Molto buono” rispose lei, con sincera convinzione.

“Dimmi COSA aggiungeresti o COSA toglieresti dagli ingredienti”.

“E’ molto buono” ripeté Mascia “per me va bene così”.

“Ti ho CHIESTO” insistette lui con l’aria di chi compie un visibile sforzo per non perdere la pazienza ”COSA aggiungeresti o COSA toglieresti dagli ingredienti”.

Le braccia attorno al vassoio erano contratte, quasi ad impedire una possibile esplosione.

“Ti ho detto che è buono, ma se mi chiedi quali sono i miei gusti ti posso dire che a me piace avvertire una punta di acido nel minestrone, quindi se l’avessi fatto per me ci avrei messo un po’ di pomodoro”.

Il pugno partì improvviso, violento, e andò a sbattere fragorosamente sul tavolo.

“CAZZO! E’ un PIATTO! Si può mangiare un PIATTO per quello che E’? Si può sentire un SAPORE per quello che E’?”.

L’eco del pugno e il tuonare della voce si spensero nella sala.

Camilla mi si aggrappò al collo e bisbigliò, terrorizzata: “adesso uccide la mamma”.

Nel silenzio tutti sentirono la frase e prima piano e poi sempre più forte, prima uno poi l’altro, cominciammo a ridere.

La tensione si stemperò; Sato si alzò con aria risentita, e senza dire nulla tornò in cucina.

Rimasti soli, i nostri compagni si guardarono negli occhi:

“Io con questo matto qua non ci resto” disse il marito della maestra.

“Che ore sono?” fece un altro uomo corpulento, che fino a quel momento era stato zitto “ce la facciamo a tornare giù?”

In breve i componenti del gruppo decisero che, se non avessero perso tempo, sarebbero potuti rientrare prima che facesse buio, e si prepararono in fretta e furia.

Li accompagnammo fuori, e la maestra ci chiese, con aria materna, cosa intendessimo fare.

Io e Mascia riflettemmo sulla situazione: l’idea di passare la notte da soli con la bambina, isolati dal mondo a duemila metri d’altitudine in compagnia di una persona palesemente disregolata nelle sue reazioni non ci piaceva affatto; ma cominciava a farsi tardi, il sentiero in discesa era ancora più insidioso che in salita e Camilla era stanchissima. Decidemmo di restare.

Salutammo a malincuore coloro i quali speravamo potessero rappresentare la nostra garanzia di tranquillità e rientrammo.

Sato ci accolse, e senza mostrare in alcun modo di accorgersi della scomparsa del gruppo, prese dalla scansia dietro al bancone la chiave numero tre e dichiarò che ci avrebbe accompagnati di sopra perché aveva deciso che volevamo portare gli zaini in stanza.

Confermammo stancamente la sua ipotesi e ci dirigemmo, scalzi come imponeva il cartello, al piano superiore.

Camilla guidava l’eterogenea brigata, e la sua grossa treccia oscillava orgogliosamente a destra e sinistra ad ogni gradino; Sato commentò:

“Che bella TRECCIA che hai. Mi viene quasi VOGLIA di tagliarla…”.

Camilla scattò veloce in avanti, per poi abbracciare le mie gambe appena giunti al pianerottolo.

“Corri SEMPRE dal TUO papà” osservò lui.

Mi ero stancato di questo spirito, ammesso che di spirito si trattasse; soprattutto mi ero stancato di vedere terrorizzata mia figlia e di fare finta di credere che fosse lei a non capire che quel signore era solo un simpatico burlone, lasciandola sola con la sua paura.

La sollevai, la presi in braccio e guardandolo negli occhi scandii:

“Camilla sta con me. Sta con il SUO PAPA’. E chiacchiere NON CE NE VOGLIONO”.

“Va BENE” disse lui “ALLORA stasera non MANGIA”. E chiuse così il discorso.

La stanza era piccola e spoglia, come d’altronde ci si può aspettare in un rifugio, ed era ingombrata da un letto singolo e da uno a castello, il cui piano superiore fu immediatamente prenotato dalla bambina.

Una vasta finestra offriva un panorama sulla vallata che in altri momenti avrei trovato splendido.

Sato ci impartì severe istruzioni sull’uso del bagno, dei cuscini, delle coperte e delle lenzuola monouso.

Non appena ci lasciò soli, e terminato che fu il suono dei suoi passi in discesa lungo la scala, Mascia fece per chiudere la porta.

Per accorgersi che non solo il nostro gestore di rifugio non ci aveva lasciato le chiavi, ma che aveva anche dato un giro alla serratura, di modo che la porta poteva soltanto venire accostata.

Luca ha ascoltato per tutto il tempo, con attenzione crescente.

Nel frattempo abbiamo terminato il giro della mura, e siamo tornati al nostro punto di partenza. Ci fermiamo e lui mi fa:

“E quindi? Che è successo poi?”

“Caro Luca, mi dispiace ma ti devo salutare, la Mascia mi aspetta per andare a fare la spesa. Come vedi siamo sopravvissuti, ma come è andata poi te lo racconto la prossima volta”.

“Allora dobbiamo vederci presto” ribatte.

“Anche domani sera, se sei libero”.

“Domani, solito posto, solita ora”.

E mentre ci accomiatiamo mi domando se sia più ansioso lui di sentire il finale della storia o se sia più ansioso io di raccontargliela.

Fine prima parte

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