
A destra, Ivan Pajdek
“Ivan Pajdek era assolutamente indifferente ed insensibile ai patimenti cagionati alla vittima, che rappresentava solo un pericolo per la sua libertà”. Così recitano le motivazioni della sentenza di condanna per il “capo” della banda che uccise Pier Luigi Tartari il 9 settembre 2015 ad Aguscello, emessa dal gup Piera Tassoni.
Tutta la barbarie la si può scorgere in sentenza dalla dettagliata descrizione in cui è stato trovato Tartari e di cui Pajdek – l’unico condannato finora (a 30 anni di carcere, mentre Constantin Fiti e Patrik Ruszo sono ancora a processo) -, anche nell’ipotesi in cui non abbia agito direttamente, si è letteralmente disinteressato.
Omicidio Tartari. Pajdek condannato a trent’anni
La morte. “I malviventi – scrive il giudice – hanno dapprima posto nel cavo orale della vittima tre volute di scotch in carta, collocate tra la superficie inferiore della lingua e la fossetta sublinguale, condizione questa che ostacolava il passaggio di aria verso le vie aeree inferiori, perché obbligava lo spostamento della lingua all’indietro e verso l’alto; successivamente gli hanno tappato la bocca – nonché verosimilmente le narici – con una maglia in cotone bloccata da un nodo e da otto volute di nastro adesivo, poste in corrispondenza del collo e del rachide cervicale, così ostruendo ulteriormente il flusso d’aria attraverso il cavo orale”. In queste condizioni – e dopo essere stato picchiato – il pensionato “fu abbandonato nel casolare completamente imbavagliato legato con fascette da elettricista poste sugli arti superiori”. Casolare in cui morì verosimilmente per asfissia.
La ferocia. “Ivan Pajdek e complici hanno agito con una ferocia dì cui sono capaci solo gli umani, seviziando Pierluigi Tartari che, dopo esser stato percosso violenternente, legato ed imbavagliato, fu abbandonato agonizzante sul pavimento di un rudere come un oggetto vecchio che non serve più e lasciato morire in maniera atroce, per soffocamento”, scrive ancora il gup.
La volontà di far sparire Tartari perché avrebbe potuto riconoscerli. La sentenza analizza la volontarietà di un simile comportamento, affermando che “non può tacersi poi che plurime e concordi circostanze suggeriscono con forza che Ivan Pajdek ed i complici abbiano condotto Pierluigi Tartari al casolare per sopprimerlo e farlo sparire, che la loro azione quindi sia stata contrassegnata da dolo diretto omicidiario, nella forma più grave del dolo intenzionale, inteso quale perseguimento dell’evento come scopo finale dell’azione”. In altre parole: volevano ucciderlo e volevano che il suo corpo non venisse mai trovato. Il motivo più probabile è che Tartari avesse riconosciuto Pajdek, avendolo visto in volto quando lui si sollevò la calza dal viso, facendo discendere la paura di essere riconosciuti a tutti i complici, già notati in precedenza dalla vittima quando andarono a visitare la madre di Ruszo nella casa dei vicini.
E infatti, “in questo contesto può dirsi altamente probabile che Ivan Pajdek ed i compiici abbiano voluto uccidere Pierluigi Tartari per non essere identificati, per assicurarsi l’impunità, tanto più che gli stessi si disinteressarono completamente delle sorti della vittima, anche dopo avere utilizzato le carte di pagamento. Sussiste il nesso teleologico tra il delitto di omicidio e quello di rapina perché l’omicidio fu commesso per realizzare la rapina e per assicurarsi l’impunità”.
Pajdek, il capo freddo e determinato della banda. Il gup sottolinea poi “l’intensità dell’elemento soggettivo che ha contrassegnato la condotta dell’imputato, freddo e determinato capo della criminale squadra, come attestano plurimi dettagli; egli era il più anziano del gruppo, l’unico che già in precedenza aveva organizzato rapine, sulla sua auto era custodito il materiale occorrente per portare a termine le ruberie, non casualmente egli effettuò i prelievi di denaro con la carta bancomat e gli acquisti con la carta di credito. Dopo aver commesso l’omicidio egli è fuggito all’estero ed alla sua cattura sì è giunti dopo laboriose indagini ed un’articolata procedura di richiesta di consegna alle autorità slovacche”. Insomma, Pajdek – professionista dei reati predatori – sapeva il fatto suo quando agì insieme ai suoi complici.
La condanna. Date le circostanze emerse nel processo, era difficile per Pajdek sfuggire alla condanna: trent’anni di carcere – salvato dall’ergastolo per via della riduzione della pena portata dalla scelta del rito abbreviato – per il reato di omicidio di omicidio volontario pluriaggravato commesso in continuazione con la rapina, il furto (a casa del fratello di Tartari, Marco) e l’uso indebito delle carte e del bancomat della vittima. Non è finita perché il legale ha già annunciato che proporrà appello.
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