
Foto di Ernesto Fabbiani, Ansa
“Ogni volta che vedo quella foto mi sembra di tornare a quel giorno”. Sono passati 36 anni da quella terribile mattina, ma il dolore è lo stesso di allora. Oggi forse è più sussurrato rispetto alle grida del 2 agosto 1980. Ma quell’urlo di disperazione impresso su pellicola è diventata l’immagine simbolo del più grave atto terroristico avvenuto in Italia.
Su quella barella c’era lei, Marina Gamberini, sopravvissuta alla strage di Bologna. Una condizione, quella di superstite, che non è ancora riuscita ad accettare. “Non ho ancora superato il senso di colpa – ci confessa -, mi era sembrato di fare dei passi avanti ma poi basta un niente e tutto torna come prima. Ogni tanto continuo a chiedermi perché la bomba abbia salvato me e non loro”.
‘Loro’ sono gli 85 morti che non sono più usciti dalla stazione. ‘Loro’ sono le sue 6 colleghe di lavoro che non hanno più lasciato gli uffici della Cigar, proprio sopra la sala d’aspetto della seconda classe. ‘Loro’ sono quel mondo distrutto dal terrore quando aveva solo 20 anni.
“Non ricordo niente di quella mattina, i miei ricordi si fermano la sera prima e ricominciano quando mi sono svegliata sepolta sotto le macerie– racconta Gamberini -. Sono stati attimi interminabili, a chiedermi se qualcuno mi avrebbe trovata viva. E così è successo”.
“Ho incontrato quest’anno il medico che mi ha salvata. Si chiama Stefano Badiali e a quel tempo aveva 24 anni. Avevo voglia di sapere qualcosa in più dei pezzi di memoria che ho perso, ma lui ha mantenuto il segreto professionale. Però mi ha rivelato una cosa bellissima. Prima di trovarmi tra le rovine, i volontari erano avviliti perché vedevano solo morti. Scoprirmi viva ha dato loro uno slancio per ripartire con le ricerche. Ha detto che anche se non mi conosceva c’ero, c’ero sempre stata”.
Ma cosa rappresenta oggi il 2 agosto? “Il bisogno assoluto di fare memoria, una memoria che non c’è più – replica Gamberini -. Nonostante la grandissima fatica di raccontare la mia storia, lavoro in questa direzione affinché le morti non siano invano. È faticoso ma è il mio compito anche se ogni tanto ho paura di non essere abbastanza brava per quelli che non ci sono più”.
Una memoria che deve partire dalle scuole. “Vado in classe a raccontare ai giovani questa vicenda che non conoscono perché non c’è più un passaggio generazionale, la storia non viene tramandata in casa come si faceva un tempo. La responsabilità non è solo dei genitori ma della scuola stessa che non l’ha inserita nel programma scolastico. Eppure i ragazzi, dalle elementari fino all’università, sono molto curiosi e interessati”.
Allora c’è più consapevolezza nel mondo politico? “Più che di consapevolezza parlerei di conoscenza degli eventi – svia Gamberini -. Nello speciale ‘Cose mai viste’, che ripercorreva tutta la storia dal ritrovamento della bomba, è andata in onda un’intervista a Cossiga, allora presidente della Repubblica, che rideva. Mi sono indignata. Quanto meno avrebbe dovuto essere emotivamente coinvolto come Pertini, che rimase sconvolto e sconcertato. Lui invece non ha fatto una piega”.
Sempre di politica si parla quando si è alla ricerca della verità. Che dopo 36 anni è ancora avvolta nel mistero. “Ho dato una mano a Paolo Bolognesi (presidente dell’associazione tra i familiari delle vittime, ndr) quando è entrato in parlamento. Ho seguito i processi, sono andata a Roma a chiedere la proposta di legge contro il reato di depistaggio. Ci ho messo del mio per ricercare giustizia e verità. Ma è triste parlare e vedere che non serve a niente. Ti butta nello sconforto”.
Nonostante la frustrazione di avere tante domande senza risposta, la battaglia continua. A Bologna, teatro di quella orribile tragedia. “Oggi sarò alla manifestazione. L’emozione è tanta, quando ne parlo sono provata. In piazza come a scuola. Ma è necessario per non dimenticare”.
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