Referendum, affluenza sotto il 20% nel Ferrarese
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Rock inteso nel senso puro del termine, profondamente radicato nella tradizione USA, che il talento ai limiti del genio del leader Jeff Tweedy, personaggio abbastanza turbolento da entrare di diritto a far parte dei miti oscuri del rock’n’roll, ha saputo arricchire e trasformare di volta in volta, trasfigurando la propria voglia di andare oltre e trascendere i propri limiti nella continua ricerca compositiva e sonora di una band plasmata nel tempo a sua immagine e somiglianza.
Fatto che, peraltro, lo ha portato a separarsi artisticamente prima da Jay Farrar, suo storico compagno in quegli Uncle Tupelo che per primi, nel 1987, hanno dato sfogo all’esigenza di suonare alt-country con un’attitudine quasi punk, e in seguito da Jay Bennet, coartefice della direzione artistica nei primi Wilco, fino a divenirne il deus-ex- machina.
Ovviamente questo non sarebbe stato possibile senza lo straordinario affiatamento e la coesione creatasi tra la carismatica personalità di Tweedy e un gruppo di solidi e raffinati musicisti e polistrumentisti, tra i quali lo stesso Bennet, Brian Hennemann, Max Johnston e, da ultimo, i micidiali Glen Kotche, Pat Sansone e Nels Cline.
Un bel coronamento, quindi, per 20 anni di carriera cominciati con il folk intimo e le svisate honky tonk di A.M. (1995), che fin da subito metteva in luce la vena più melodica e pop di Tweedy e il suo marchio di fabbrica, la voce nasale e graffiante, e proseguiti nell’azzardo del doppio album Being There (1996), dove la penna del songwriter è formidabile e le ballate sono sferzate da vigorosi e intensi innesti noise, cortesia degli anni ’70.
Se Summerteeth, arrivato nel 1999 dopo una collaborazione con Billy Bragg per musicare le parole inedite di Woody Guthrie con la loro maestria folk-rock (Mermaid Avenue I & II), è il disco dell’espansione di suono e arrangiamenti, caratterizzato da esplosioni di tastiere, organi, synth, mellotron, clavicembali e effetti sonori da studio a ricreare un multistrato psichedelico con barlumi di kraut e testi al contrario sempre più cupi e personali, sarà invece Yankee Hotel Foxtrot a guadagnare ai Wilco quell’alone di mito che ne ha fatto guida e fonte di ispirazione per numerosissime band, se non di un’intero movimento, e di milioni di fans fino a divenire oggetto di culto.
Il disco esce nel 2002 per Nonesuch Rec. dopo essere finito in streaming sul loro sito ufficiale perchè rifiutato da Reprise, altra etichetta in orbita Warner (cosa che ne ha fatto oggetto di discussioni, caso più unico che raro), in quanto eccessivamente sperimentale, e si rivela un successo disarmante. La band si conquista così un nuovo pubblico e dimostra una volta di più di ritenersi autonoma rispetto alle dinamiche del mercato. Anche in questo caso, la scrittura di Tweedy traccia l’equilibrio tra il folk malinconico e il pop, tra noise, drones e arrangiamenti classici.
Il seguito A Ghost Is Born, del 2004, ne è un gemello oscuro, molto segnato dai problemi personali e di salute di Jeff, espressi nei break elettrici lancinanti e nella schizofrenia molto emotiva di parti sonore che accompagnano le liriche con rinnovati estro e inventiva, mentre Sky Blue Sky (2006), sembra rappresentare il ritorno a casa, al folk-rock delle origini, indirizzato sulla strada dell’affiatamento e della serenità e presenta momenti di rara bellezza, che vanno dritti al cuore e rafforzano lo status della band nell’olimpo del rock.
E grande esempio di coesione e solidità è Wilco (the album), del 2009, che non a caso porta il loro nome, quasi un manifesto programmatico. Un disco granitico, impeccabile, che esprime sicurezza e consapevolezza nei propri mezzi in quanto quadratura di un cerchio in cui coesistono armoniosamente perle di tutti i generi toccati, dalla loro sperimentazione a tappeto, finalmente liberi dall’ossessione del progredire.
Il 2011 è l’anno del lancio della loro nuova etichetta discografica, battezzata dBpm, la cui prima uscita è The Whole Love, un album dall’anima duplice, in parte spiazzante e ruvido e in parte solare ed estatico.
Ma la vera sorpresa arriva la mattina del 17 luglio 2015, quando la band rilascia a sorpresa un intero disco nuovo, che per alcuni giorni è integralmente (e gratuitamente) scaricabile dal sito ufficiale della band. Star Wars non è uno scherzo, nè tanto meno una raccolta di rimanenze di magazzino, ma un lavoro che rivaleggia con le pagine migliori scritte dal gruppo, pieno di chitarre, melodie a profusione e tecnicismi mai fini a se stessi. Un disco che suggella, una volta di più, l’immensa classe di una delle migliori band americane degli ultimi 20 anni.
Kurt Vile, che con i suoi Violators precederà l’esibizione dei Wilco, ha un profilo e una statura artistica che certo non possono essere ricondotte a quelle di un semplice opening act. Infatti il trentaseienne songwriter di Philadelphia ha un curriculum di tutto rispetto: sei album da solista, due con i famigerati “War on Drugs” e quasi 20 anni di gloriosa carriera alle spalle.
Cresciuto a forti dosi di Pavement, Bruce Springsteen, Tom Petty e Neil Young, il suo interesse per la musica viene incoraggiato dal padre, che gli regala un banjo. A questo Vile aggiunge altri strumenti, come la chitarra; presto impara anche a scrivere canzoni e a registrarle a casa. Nel 2003 inizia a collaborare con il cantante/chitarrista Adam Granduciel: il duo si chiama The War on Drugs e un primo demo viene realizzato nel 2005. Seguono a ruota l’EP autoprodotto, “Barrel of Batteries” (2007) e il primo disco “Wagonwheel Blues” (2008). Nello stesso periodo Vile realizza il suo primo album solista “Constant Hitmaker” (2008) e, dopo un cambio di casa discografica, “Childish Prodigy” (2009) e “Smoke Ring for my Halo” (2011).
Ma il vero cambio di passo arriva con “Wakin’ on a Pretty Daze” (2013), settanta minuti di parti strumentali dilatate e di piccole perle di cantautorato americano: l’autore è ormai sicuro dei propri mezzi e ha maturato un’identità autoriale assolutamente riconoscibile: una summa tra approccio low-fi e tradizione rock, born in the USA. E infine, la consacrazione con “b’lieve i’m goin down…”, in cima alle classifiche di pubblico e critica nel 2015, che conferma la grandezza di questo artista tra i più influenti degli ultimi anni. Come scrive la sua fan di vecchia data, Kim Gordon (Sonic Youth): “Kurt è una leggenda in sé; un ragazzo/uomo con la voce di un’anima antica in un’era digitale dove tutto diventa tutt’altro”.
L’appuntamento è lunedì 4 luglio in piazza Castello a partire dalle 19 (apertura casse alle 18). Il concerto comincerà alle 20:30 con Kurt Vile e il costo complessivo del biglietto è di 30 euro.
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