Gio 9 Giu 2016 - 1643 visite
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Sono stanca, sono distesa sul letto

Questo è il secondo capitolo del mio nuovo romanzo, in uscita a settembre, “Un dentro tanto grande” dedicato a Sara. Il romanzo narra di una donna sofferente di anoressia e bulimia che viene percossa dal marito.

 

“Vicino è solo il Dentro, tutto l’altro è lontano.
E questo Dentro è denso e quotidiano
folto di cose e del tutto indicibile.
L’isola è come stella troppo piccola; di lei
lo spazio non si accorge e la cancella,
muto, tremendo nella sua incoscienza,
così che illuminata o udita,
sola,
perché tutto abbia finalmente un termine,
oscura per un orbita che da se stessa inventa
s’avventura alla cieca, estranea al corso
delle stelle erranti, dei soli e dei sistemi”.
(Rainer Maria Rilke, L’isola III, da Nuove poesie)

Sono stanca, sono distesa sul letto. E’ sera. Un grande silenzio intorno e dentro. Come gridare questo vuoto, oppure come dargli solamente un nome? Non ho forze. Ho fame. Tutte le energie del giorno e della notte sono rinchiuse in questa battaglia assurda contro un nemico che si dilata in tutto ciò che odora di vita. Immagino odori e li lascio appoggiati per qualche istante alla mia pelle. Mi alimento di immagini di cibo. Mi alzo. Tra poco rientrano. La cena dovrà essere perfetta e puntuale. Per loro. Ore 20.00. Tavola apparecchiata. Ordine. Fatica e vomito. Altaleno in questa vita che calpesto di ora in ora, come non bastasse mai il male. Verdura. Taglio e annuso. Ho perso anche l’olfatto, ho perso quasi la vista. Mi resta il tatto. Il gusto mi terrorizza. L’udito solo è smarrito. Tocco i pomodori rossi e maturi. Li avvicino alla pelle secca delle braccia sottili e trasparenti. Li strofino e succhio dalle ossa. Non sento niente. Suona il campanello. Ho il vomito. Entrano. I loro corpi hanno il peso della vita. E’ tutto sbagliato. Tutto in disordine. I tovaglioli non sono al loro posto. Lui urla. Mi siedo a terra , in un angolo. Lui si avvicina, mi picchia. Non reagisco. Non sento male. Vorrei che mi colpisse più forte. E’ sempre più rabbioso.

“La tua è una vita inutile. Sei malata. Ti sei specchiata? Sei orribile. Vorrei non averti mai incontrata”.

Di nuovo silenzio. Mi alzo. Ricompongo la tavola. Loro si siedono. Io vado in bagno. Sono davanti allo specchio. Scendono lacrime sul viso macchiato di semi di pomodoro. Sono brutta, sciupata, ammalata. Giorgio ha ragione. Mi infilo due dita in gola e spingo come dovessero accavallarsi allo stomaco e rovesciarlo, distruggerlo, annientarlo. Vomito. Non mi esce che un liquido giallastro. Mi guardo allo specchio. Sotto gli occhi due buchi viola mi sprofondano in un niente travestito da senso. Corse inutili verso assenze in sembianze di percorsi verso un luogo senza nome.

Esco dal bagno e sento Giorgio ridere e scherzare con le bambine. Non mi faccio vedere. Non sto in piedi. Mi stendo sul letto e chiudo gli occhi sfinita. Una immagine fuori da questo tempo. La cornice davanti a questi occhi chiusi. Noi due abbracciati a Parigi. La Tour Effeil sopra di noi come una divinità moderna che ci illude di una tutto.una vita insieme illuminata dalle emozioni del cuore. Quella sera, a Parigi, ho pianto di gioia. Poi di nuovo il controllo si è impossessato della mia esistenza.

“Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare e il mare li annega e li manda via con i suoni larghi, li purifica con il suo rumore e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disordinato e confuso” (Rainer Maria Rilke)

I miei pensieri, quali sono davvero miei? Sento già che oggi sarà una giornata orribile. Resto pietrificata in questo letto immenso. Il nostro letto. Ricordi quando siamo andati a comprare i mobili della camera che avrebbe dovuto raccogliere carezze, baci, giochi, incroci di sguardi complici e sudati di emozione, orgasmi, piacere, amore? Te lo ricordi? Credo di avere sognato qualcosa che ha a che fare con questo, stanotte, e poi al risveglio, mi sono guardata intorno e mi è sembrata la stanza di un morto. Chi è morto, Giorgio? Chi? Io forse non sono mai nata. Ho questo orribile pensiero da quando ero solo una bambina e i miei genitori, specie mia madre (papà, tu eri sempre al lavoro) si dimenticava di me, non mi vedeva nemmeno. Troppo impegnata a rincorrere con lo sguardo che imploravo, fosse anche per un istante, mia sorella e mio fratello. Di me si diceva non ci fosse da preoccuparsi. Ero la maggiore, la più responsabile. Mi veniva chiesto di vigilare sui fratelli e in quel momento mi sentivo viva, solo in quello. A forza di dovere, ho smarrito il senso del piacere, lo ho soffocato dentro un fare che mi veniva imposto. Ho scelto io questa vita di merda?

Tu non puoi scegliere, devi semplicemente essere quello che è giusto per noi e meglio per te. Sono sempre stata di una puntualità eccessiva. Non mi sono mai concessa un ritardo, di nessun genere e in nessuna circostanza. Le poche volte che ho ceduto ho pagato con sensi di colpa senza fine.

Mi sono ribellata, Giorgio. Ieri sera non so perché, ho reagito. Ogni giorno mi ripeti che le tue percosse sono una firma d’amore. Si può davvero amare qualcuno e fargli del male? Si può?

Io non potrei mai, farei del male a me stessa, piuttosto. Come posso leggere nel male che mi investe ogni giorno, segni dell’amore che dici? Eppure “ti amo” non me lo hai mai detto.

Io ti amo Giorgio, ma non posso più tacere. Voglio vivere e non trascinarmi nell’abisso dell’agonia che sta annientando entrambi. Non vedo nei tuoi occhi nemmeno un cenno di quella felicità che ci siamo ingenuamente giurati anni fa. Odio questo letto, odio l’ordine delle cose che restano cose, odio il nostro abitarci di fianco, senza sfiorarci e guardarci mai. Le nostre figlie stanno male, ci giudicano, si vergognano. Barbara ce lo sta dicendo. Lo sta dicendo a me. Ha incominciato il suo digiuno, una sorta di sciopero per la vita che vorrebbe e non ha. Non mi stima, anzi mi disprezza. C’é di più. Ha ragione. Non può continuare a vivere dentro il rumore atroce di questa accettazione insignificante che mostriamo reciprocamente, nella cieca indifferenza in cui, ostinati, cerchiamo riparo. Basta forma, basta famiglia ad ogni costo, basta etichette. Tu mi tradisci, io lo so, le ragazze anche. Fingiamo una normalità orribile. Meglio cedere, ammettere il fallimento, mostrare la fragilità, togliersi le corazze logore e camminare leggeri e nudi su strade che siano finalmente solo nostre.

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