gio 9 Giu 2016 - 736 visite
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Giulio Regeni: il coraggio della verità

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In uno degli articoli d’inchiesta pubblicati col nom de plume di Antonio Drius [⇒ qui], Giulio Regeni concludeva:

«Questi esperimenti dal basso potrebbero forse indicare anche a noi [italiani] nuove traiettorie per un sindacalismo – al contempo combattivo e democratico – al passo con le trasformazioni imposte dalla globalizzazione del ventunesimo secolo».

In appena tre righe, Regeni dice tutto quel che c’è da dire (e da imparare) sul lavoro di inchiesta sociologica che stava svolgendo, ma anche sul dovere dell’intellettuale.

Inchieste sul sindacalismo egiziano, in una situazione di crisi della rappresentanza e al tempo stesso di effervescenza delle proteste “dal basso”: oggetto difficile da cogliere con i soli strumenti “freddi” dell’analisi, men che meno con la rielaborazione di seconda mano di fonti “ufficiali”. Si trattava, e si è trattato, di mettere in campo quegli strumenti “caldi” della conricerca – strumento preziosissimo importato negli anni Cinquanta da Pizzorno e dai “cremonesi” (Montaldi, Alquati), e poi diventato prassi politica. In primo luogo, l’inchiesta usa i mezzi della cooperazione fra soggetti differenti per ruolo e conoscenze, in situazione, cioè all’interno del contesto da indagare: «la ricerca stessa si muove dentro una realtà, formata, strutturata, ed ancora gerarchica e centrica perché la rete sta nel sistema e non viceversa, realtà in movimento ed in innovazione» (Romano Alquati). In secondo, l’inchiesta non è neutra, perché non può esserlo, rispetto alla realtà indagata, essendo interna alla realtà: dunque l’inchiesta si schiera – come fa, con meno franchezza e più ipocrisia, l’approccio “freddo”, “oggettivo”, dall’esterno – in favore della trasformazione che sta indagando, «secondo certi desideri ed una certa progettualità di liberazione e cosi sempre costitutiva, di nuovo e di diverso, di alterità (e per la resistenza del presente può essere costretta all’antagonismo)».

Fare inchiesta sul sindacalismo dal basso significa essere consapevoli dell’impossibilità di essere neutrali non solo rispetto alla contraddizione fra capitale e lavoro – resa ancora più acuta dai processi del capitalismo globale e dalle loro conseguenze geopolitiche –, ma anche rispetto alle forme politiche che assume il potere per assoggettare le singolarità, le differenze e gli antagonismi: per dar loro una forma disciplinata e univoca.

Tutto questo significa, ancora, dare i nomi alle cose: chiamare dittatori non, come il premier Renzi, “a great leader”, ma “dittatori”; chiamare fascismo il fascismo, senza se e senza ma, con buona pace di chi sostituisce l’etica con il Risiko. Non anteporre alla verità calcoli di geopolitica dietro ai quali le parole si nascondono, si appannano, scolorano, e infine mentono.

«Non possiamo restare indifferenti di fronte a ciò è accaduto in una via del Cairo qualche giorno fa. Ma non possiamo neppure dimenticare che l’Egitto sta combattendo contro un mostro […]. Piaccia o no, l’Egitto, in questo momento, è un alleato, non un nemico. Questo non significa che i metodi del governo egiziano debbano essere necessariamente condonati».

Così Sergio Romano, sul “Corriere della sera” del 13 febbraio scorso (il giorno dopo i funerali di Giulio): dove è quel “necessariamente” a dire tutto, fornendo su un piatto d’argento l’argomento a quanti hanno detto e scritto che non possiamo morire per Giulio oggi (come non potevamo ieri per Praga o Danzica) – e che, in fondo, Giulio se l’è andata a cercare, perché chi disturba al-Sisi è amico dei suoi nemici, e dunque filoislamico (e dunque i lavoratori egiziani si fottano: al-Sisi è uno dei tanti cani da guardia dell’Occidente, e questo basta).

A fronte dell’infamia di questo servile acquattarsi nelle ragioni di Stato, della geopolitica, delle capriole degli amici dei miei amici, c’è una lezione anche per noi da trarre dal dovere della verità e della militanza intellettuale. In un’espressione, il coraggio della verità: l’esatto contrario della parola mendace, ipocrita, che lecca il culo del Padrone e lo dichiara pulito. Per contro, lo abbiamo visto lo scorso anno – e continuiamo a vederlo ancora oggi –, questo servilismo degli intellettuali, sempre troppo presi dal conto delle seggiole in diretta TV, delle righe sulla pagina del grande giornale, nei salotti e nei premi letterari per occuparsi dell’attacco sferrato a colpi di fiducia e bavagli contro il mondo della scuola dalla riforma della legge 107, servilmente definita da un compiacente scribacchino “la buona scuola”. L’abbiamo misurata palmo a palmo, la pusillanimità, la paraculaggine, il benaltrismo dei piccoli e grandi intellettuali, sempre pronti a tirare in ballo quella scuola di cui sanno poco e niente per aver sleggiucchiato qualche pagina scritta da altri – la scuola baluardo contro le mafie, la crisi della famiglia, i disturbi alimentari, le stragi del sabato sera, e via elencando – ma sempre a condizione che non tocchi a loro, impegnarsi nella difesa della scuola, mettendo a repentaglio il seggio al Parlamento, la poltrona da Fazio o Vespa, i tre minuti alla Leopolda (povero Andy Warhol, tu che credevi che almeno un quarto d’ora sarebbe stato concesso a tutti), il lato comodo della barricata, quello dove servono assaggini Eataly, uova di lompo e prosecco in bicchieri di plastica.

regeni_bianiCittadino del mondo per passione, ma anche per costrizione – non era un “cervello in fuga”, ma era interno a un sistema d’istruzione dove se vuoi fare ricerca ti trasferisci all’estero, come ieri ti facevi domenicano o gesuita –, Giulio leggeva, con gli strumenti della scienza che gli erano propri, in un lavoratore precario e sfruttato un’ingiustizia, quali che fosse il suo credo religioso, il colore della pelle, la nazionalità. La sua ricerca divideva gli esseri umani in sfruttati e sfruttatori – l’unico vero confine, l’unica barricata rispetto alla quale il sapere non può non schierarsi. Il suo esempio – e ancor più, per contrasto, la servile infamia di quelli che se l’è andata a cercare, che nessuno lo ha costretto, che al-Sisi è nostro alleato –, così come quello di Valeria Solesin, la ricercatrice italiana assassinata al Bataclan che si occupava delle discriminazioni di genere nel mondo del lavoro europeo, anch’essa diffamata da quelli che hanno trovato poco cristiano e poco italiano il suo funerale laico, incarna quello stile di militanza intellettuale che fa della propria stessa esistenza l’esempio vivente di una vita e di un mondo altri, che si batte per un mondo da cambiare.

questo testo è stato pubblicato sul blog vivalascuola il 30 maggio

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