I sindacati Cgil, Cisl e Uil, in una lunga nota esprimono tutta la loro preoccupazione per il futuro del sistema sanitario ferrarese.
Tanti i temi trattati – da Cona ai medici di famiglia – unico il filo conduttore: i finanziamenti alle aziende del sistema sanitario regionale per il riparto del fondo nazionale che, secondo la lettura di Critiano Zagatti (Fp-Cgil), Paolo Baiamonte (Cisl) e Massimo Zanirato (Uil), vedono penalizzata la realtà ferrarese.
Finanziamenti: Ferrara penalizzata. “Confermato il finanziamento del fondo regionale dell’anno precedente con una sessantina di milioni di euro in più da tenere però fermi, nel cassetto, in attesa del riordino dei livelli essenziali di assistenza – scrivono i tre sindacalisti -. La parola d’ordine è ‘ragionare a risorse invariate’ per tutte le provincie tranne due. Solo una vedrà un finanziamento aggiuntivo , al contrario Ferrara sarà penalizzata”.
Il motivo viene trovato nel fatto che “Ferrara da molto tempo, è quella che necessita di un intervento di ripiano a garanzia dell’equilibrio economico finanziario da parte del bilancio regionale che ormai supera svariate decine di milioni di euro.
Nella sostanza – osservano i sindacati – oltre alle risorse distribuite ad inizio anno, ne servono altre del bilancio regionale per riuscire a garantire i servizi esistenti. O, per meglio dire, a garanzia dell’uguaglianza degli esiti di salute per cittadini ferraresi al pari di quelli della regione”.
Riequilibrio a tutti i costi. Un problema – quello delle “quote modeste a garanzia dell’equilibrio di bilancio” – che colpisce storicamente “alcune provincie con caratteristiche simili al territorio ferrarese” e che “si riassume nella nota differenza di costo pro capite che a Ferrara è storicamente il più alto dell’Emilia Romagna”. Qui starebbe il motivo per cui la Regione avrebbe intenzione di puntare i piedi: “Tutte le azioni dovranno essere finalizzate al raggiungimento dell’equilibrio economico: lacrime e sangue.
L’ennesimo – affermano i sindacati – che segue la chiusura di tre ospedali, di tre Pronto Soccorso, la riduzione di oltre 450 unità di personale, la concentrazione delle attività di specialistica, il riordino del laboratorio con la lavorazione in un punto unico delle provette del sangue, l’unificazione del settore tecnico amministrativo e della progressiva attuazione di quello sanitario, allineamento del rapporto posti letto/abitanti alle realtà regionali più efficienti”.
Uguaglianza contro equità. Un modo di agire che se confermato, secondo Cgil, Cisl e UIl, è costruito “su elementi meramente tecnici, che non tengono conto delle peculiarità storiche territoriali che si sono sviluppate anche in ragione di scelte avvallate dalla Regione stessa”, e che “penalizzerebbe i cittadini di questo territorio e cancellerebbe nei fatti il modello solidaristico per anni vanto dell’alto profilo istituzionale regionale. Il principio di equità anziché di uguaglianza va mantenuto, diversamente anche solamente per acquisire un po’ di consenso politico si potrebbe alimentare la rivendicazione di più risorse da parte di qualche territorio”.
Cona e il project financing, l’origine dei mali. E quale sarebbe l’origine di tutti i mali? “
Le risposte vanno ricercate – secondo i sindacati – all’interno del Polo di Cona e nella fattispecie nel modello finanziario utilizzato per costruirlo, promosso autorizzato e sostenuto dalla Regione, cioè il progetto di finanza”. “Inutile girarci intorno – dicono Zagatti, Baiamonte e Zanirato -: a contesto dato i costi dei servizi no-core aumentano costantemente in un quadro dove cala il finanziamento e le economie non si possono più ricercare solo nei servizi sanitari e sul personale. Per estrema chiarezza possiamo paragonarci alla situazione di una famiglia monoreddito già a rischio denutrizione alla quale cala lo stipendio e aumenta la rata del mutuo, si è costretti così a far la spesa con meno soldi.
Si cercano perciò soldi per tappare i buchi che rischiano di essere impossibili da chiudere con lo scorrere degli anni, in una rincorsa dove a pagare saranno i cittadini di Ferrara e provincia se la Regione dovesse confermare le intenzioni annunciate. Sarebbe un “bel” cambio di rotta che con un colpo di spugna cancellerebbe modello ma soprattutto co-responsabilità”.
Una situazione definita “inaccettabile” anche se non manca il riconoscimento della necessità di ricercare una maggiore efficienza nell’offerta dei servizi o maggior integrazione tra le aziende. E anche per questo i sindacati chiedono con urgenza un incontro formale con le due direzioni generali di Ausl e Sant’Anna e la conferenza territoriale socio sanitaria; l’apertura di un dibattito sul sistema di finanziamento, sui criteri di ripartizione “soprattutto per comprendere se sono adeguati a rispondere ai bisogni della popolazione in egual misura nel perimetro regionale”. Non manca anche la richiesta di affrontare la questione del project financing.
La spirale della mobilità passiva. “Il rischio vero – ammoniscono i sindacati – è quello di avvitarci nella spirale negativa dell’incremento della mobilità passiva a danno di tutto il sistema regionale. Servono riorganizzazioni ma anche investimenti per rendere la sanità ferrarese più attrattiva e meglio rispondente ai bisogni attuali”.
Le richieste di azione e dialogo. Indispensabile dunque anche “un protocollo di relazioni sindacali di Area Vasta che coinvolga le tre Ctss e le organizzazioni sindacali nella riprogettazione dell’offerta socio-sanitaria al fine di mettere in trasparenza e finalizzare al meglio l’utilizzo delle sempre più scarse risorse che si intendono utilizzare”, con la richiesta aggiuntiva di vedere “un piano di integrazione che non illustri solo le modifiche degli organigrammi ma renda noti i risultati di miglioramento dell’offerta attesi e la tempistica prevista: quali investimenti, in che tempi e quali indicatori utilizzare per capire la bontà delle riorganizzazioni attuate”.
Popolazione anziana e pronto soccorso. Si quest’ultimo punto si concentra l’analisi finale dei tre sindacati che partono dal fatto che Ferrara è tra le province in regione con il più alto tasso di popolazione anziana “che spesso vive sola o è accudita da un’altra persona anziana”. Da qui nascerebbe anche il fatto che il pronto soccorso dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Ferrara registra una media giornaliera di circa 240 accessi, “più che raddoppiato dopo la chiusura dei punti di primo soccorso sparsi per la provincia”, con un tasso di ricovero del 15%, con gli over 75 anni che ne rappresentano una quota importante. “Il numero di anziani che accede al pronto soccorso dell’Aou di Ferrara è significativamente più alto rispetto alle altre Aziende della Regione Emilia Romagna – osservano Cgil, Cisl e Uil -. Gli anziani sono quindi la fascia di popolazione che più frequentemente accede al Pronto soccorso di Ferrara ed anche quella soggetta al maggior numero di ricoveri”.
Da qui si arriva alla “annosa questione” del 20% dei ricoveri di persone anziane che sarebbero “ad alto rischio di inappropriatezza” (ovvero ricoveri ‘inutili’). Come fare allora? Si chiedono i sindacati. “Da parecchio sentiamo teorizzare che la soluzione si troverebbe se il territorio disponesse di servizi e strutture alternative – si rispondono -. Bene. Qualcuna già è presente. Quindi è ora di attuare, mettere in pratica, concretizzare quel che è già organizzativamente previsto dalle direzioni generali e presentato in Conferenza Territoriale Socio-Sanitaria: l’integrazione tra territorio e ospedali”.
Un ‘nuovo’ ruolo per i medici di famiglia. Infine, il nodo medici di base, che “non possono più essere lasciati ai margini: non possono più essere attori esterni, autonomi, quasi indipendenti dai modelli organizzativi decisi ma devono entrare, partecipare attivamente, al pari di tutti gli altri professionisti, alla realizzazione dei futuri cambiamenti. È arrivato il momento che le Case della Salute vivano sette giorni su sette del loro importante apporto. Nulla potranno la buona volontà del personale, i necessari modelli innovativi, le scelte delle direzioni aziendali o il tentativo di contributo delle organizzazioni sindacali – affermano infine i sindacati – se la Regione non si assumerà la responsabilità di determinare un percorso equo, in grado di accompagnare le Aziende verso servizi omogenei per i cittadini, sostenibili rispetto alle differenze territoriali e pertanto degno della tradizione che negli anni passati ha fatto del servizio sanitario regionale punto di riferimento non solo nazionale in termini di qualità, efficienza, solidarietà e coesione sociale”.
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