Gio 26 Nov 2015 - 2760 visite
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Carife: il governo poteva evitare il sacrificio dei risparmiatori

Il presidente Fitd: "Eravamo pronti a intervenire. Le banche si sarebbero risanate molti mesi fa"

Schermata 2015-11-25 alle 21.20.04Lentezza della Commissione europea, interpretazioni delle norme molto libere, spina dorsale fiacca del Governo italiano e tanto, troppo tempo perso. Ecco i fattori che hanno generato l’intervento in fretta e furia per salvare Carife e le altre tre banche italiane in crisi che ha lasciato con un pugno di mosche in mano azionisti e obbligazionisti subordinati.

Una conclusione a cui si arriva mettendo insieme quanto il presidente del Fondo interbancario Salvatore Maccarone ha detto durante l’audizione di ieri, mercoledì 25, in Commissione Finanze della Camera. “Il fondo – afferma Maccarone – ha fatto ogni sforzo possibile per l’intervento e se fosse stato reso possibile le banche si sarebbero risanate molti mesi fa. Questo ostacolo rappresentato dai meccanismi di tipo europeo non ha consentito di intervenire”.

L’ostacolo è la normativa europea sugli aiuti di Stato, il grande Moloch che la Commissione europea ha opposto al Fitd e che ha fatto tremare a lungo tutti i clienti delle quattro banche in risoluzione e che ha generato di fatto il ‘decreto salva banche’ emanato dal Governo domenica scorsa. Ma secondo Maccarone la posizione della Commissione Ue deriva da “un long shot interpretativo che arriva a ritenere pubblico qualcosa che pubblico non è”. Nel dettaglio, spiega ancora il presidente Fitd: “L’ottica della commissione sugli interventi dei fondi è fatta sulla base di una interpretazione estremamente ampia delle norme del trattato: siccome la partecipazione ai fondi è obbligatoria, e le quote sono determinate in via obbligatoria, vi è una partecipazione indiretta da parte della Banca d’Italia”. Ma quel che è peggio è che è un’interpretazione che “nasce da una comunicazione della Commissione dell’agosto 2013, che è un atto atipico“.

In altre parole, sempre stando a quanto riferito da Maccarone, i ritardi deriverebbero non da un atto formale, ma da una comunicazione informale – “atipica” – e di valore normativo praticamente nullo (semmai di indirizzo). Ed è sulla base della stessa interpretazione  “long shot” che è stata aperta una procedura nei confronti dello Stato italiano per l’intervento del Fondo nei confronti della Tercas nel 2014 e che probabilmente ha generato la posizione ‘attendista’ dell’Italia per quanto riguarda Carife, Banca Marche, CariChieti e Popolare dell’Etruria.

Tutto però, secondo Maccarone, “di fronte a una situazione in cui oggettivamente fondi pubblici non erano, l’intervento non è obbligatorio e non vi è alcuna obbligazione perché il consiglio del Fondo potrebbe decidere di non intervenire. Ciò nonostante c’è una situazione anche di disagio a livello istituzionale: anche il presidente della Commissione finanze del parlamento europeo si è espresso in modo molto critico rispetto a questo atteggiamento”. “Ricordo – aggiunge il presidente del Fitd – che gli aiuti di stato nella norma base sono interventi diretti nello stato nell’attività di impresa”.

E così, in attesa di un parere della Commissione sull’intervento proposto dal fondo – “che non ha ancora negato il suo assenso, ma la situazione si che si è determinata è durata per un periodo troppo lungo” -, si è perso del tempo utile per salvare Carife e le altre, contribuendo a far deteriorare man mano la situazione. “La possibilità che il Fondo riteneva di avere non è stata utilizzata”, continua Maccarone e quanto afferma dopo ha il sapore della beffa per azionisti e obbligazionisti subordinati, oggi sacrificati sull’altare della good bank: Il fondo sarebbe stato in grado con il suo intervento di risolvere la situazione. L’intervento è stato deliberato su una base di presupposti verificati in maniera approfondita e corretta. Il fondo era pronto ad intervenire, utilizzando un finanziamento concesso dalle banche, con un intervento importante e molto grande. Poi le cose sono andate diversamente”.

Una ricostruzione che ha provocato la reazione durissima del deputato Giovanni Paglia, capogruppo Sinistra Italiana in commissione Finanze: “Oggi nel corso dell’audizione con il presidente de Fondo sono emersi particolari interessanti – afferma -. Il primo è che non esiste alcuna norma comunitaria che avrebbe impedito il suo intervento in riferimento alle 4 banche coinvolte dal recente decreto, ma solo un’interpretazione arbitraria della Commissione Europea. È sulla base di questa interpretazione che il Governo ha impedito nei mesi scorsi l’intervento del Fondo, quando sarebbe stato possibile agire prima che la situazione si compromettesse al punto da compromettere totalmente gli interessi di azionisti e obbligazionisti. Il Fondo aveva addirittura autorizzato l’intervento in uno dei 4 casi, senza che questo andasse a buon fine per l’opposizione informale della Commissione, accettato dal Governo senza colpo ferire. Perché il Governo – attacca Paglia – non ha tutelato gli interessi nazionali, accettando sulla base di un atto atipico della Commissione di lasciare deteriorare una situazione con i risultati noti, e lo ha fatto sempre e solo sulla base di rapporti informali, senza nemmeno chiedere una decisione formale, che peraltro non spetterebbe nemmeno alla Commissione? A questa domanda dovrà rispondere il Governo, perché c’è di mezzo l’interesse di migliaia di piccoli risparmiatori, oltre alla stabilità del sistema del credito italiano”.

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