Eventi e cultura
18 Ottobre 2015
Aspettando Godot salvaguardia il patrimonio musicale di Capodacqua e dei Gang

Un sos per la storica canzone d’autore

di Elisa Fornasini | 4 min

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Tornare indietro per andare avanti. È questo il viaggio musicale proposto dalla quarta edizione della rassegna “Storica e Nuova Canzone d’Autore”, organizzata questo fine settimana dall’associazione “Aspettando Godot”. L’associazione porta alla Sala Estense i grandi artefici della nascita di quella che attualmente viene definita la ‘storica canzone d’autore’: venerdì sono saliti sul palco Paolo Capodacqua, chitarra storica del grande cantautore bolognese Claudio Lolli, e i Gang, la band dei fratelli Severini recentemente tornata alla ribalta con “Sangue e Cenere”.

Il pubblico “colto e sensibile”, come l’hanno definito gli autori dal palco, ha riempito neanche metà della Sala Estense per ascoltare tre ore di buona musica, in cui è protagonista la poesia delle parole accompagnata dall’armonia delle chitarre. Il ‘covo’ di appassionati ascoltatori, seppur poco numeroso, contribuisce a costruire un ponte tra il cantautorato classico e quello nuovo, le cui fondamenta sono state gettate da Pino Calautti, fondatore dell’associazione Aspettando Godot, da anni impegnato a difendere i cantautori, storici ed emergenti, relegati ai margini del panorama musicale italiano. Mentre nel mercato discografico vige la legge della vendibilità, nell’associazione vige l’impegno della tutela culturale per preservare un patrimonio musicale che altrimenti rischia di andare perduto. Pur avendo ancora tanto da dire.

La serata è stata aperta dai Cranchi, l’emergente band capitanata dal mantovano Massimiliano Cranchi che già l’anno scorso aveva portato il proprio folk-rock libertario nella città estense. Il concerto è poi entrato nel vivo con l’esibizione di Paolo Capodacqua, definito “un musicista e chitarrista formidabile, compositore e autore raffinato”. Il braccio destro di Claudio Lolli, che non è riuscito a partecipare all’evento a causa delle sue precarie condizioni di salute, è stato premiato per “aver accompagnato e incoraggiato il grande cantautore bolognese a riproporre il suo repertorio”. La motivazione scritta sulla targa di riconoscimento consegnata dall’associazione Aspettando Godot è: “Una chitarra che quando suona sembra un’orchestra”. Un’orchestra senza però un elemento portante.

“Mi sento sbilanciato perché a sinistra sono abituato a vedere un’altra persona, un fratello, un amico” commenta Capodacqua, rendendo così omaggio all’inseparabile compagno di tanti concerti. L’artista suona e canta i brani che ha scritto in gioventù, “che parlano di temi importanti con la leggerezza tipica di Calvino”, passando poi alle canzoni per bambini che ha scritto quando collaborava con la radio svizzera Gulliver. Il mondo straordinario e rivoluzionario dell’infanzia, a volte musicato dalle poesie di Rodari, trascina gli ascoltatori in un’atmosfera fiabesca, nonostante le canzoni “trattino di tematiche tragiche che purtroppo rimangono sempre attuali”. Per vivacizzare un po’ la situazione, si congeda dal pubblico con alcuni brani di Georges Brassens da lui tradotti, prima di lasciare il palco al “gruppo marchigiano che ha l’uomo più bello del rock in opposition, Marino, con cui abbiamo condiviso tantissime cose in questi anni”.

Il microfono passa quindi a Severini, il carismatico leader dei Gang che hanno alle spalle una biografia che parte dalla seconda metà degli anni ’70 e che si caratterizza per un’evoluzione dal rock verso la musica folk, mantenendo una particolare attenzione per il combat rock che a volte sconfina nella canzone d’autore. Tra testi significativi e musiche trascinanti, i fantastici cinque propongono i loro cavalli di battaglia, da “Bandito senza tempo” a “La pianura dei 7 fratelli”, si insiste poi sulla Resistenza con “Ottavo chilometro” e la canzone antifascista “Alle barricate”. “Vorrei parlare degli allevamenti di lumache – ironizza Severini – ma questo Paese soffre di una grave malattia, la perdita della memoria, che ci costringe a fare queste canzoni per non dimenticare. Se fossimo veramente un Paese democratico e antifascista non dimenticheremmo mai e non daremmo retta a politici xenofobi” critica il cantante che intona poi “Corte dei miracoli” e “Non finisce qui”. Il pubblico alza le mani, canta le canzoni a memoria, e applaude forte quando “Sesto San Giovanni” viene dedicata alla “classe operaria che non esiste più, quella che combatteva per la dignità come diritto alla speranza”, a cui segue “Paz” e “Socialdemocrazia”.

Il concerto si conclude con una canzone che più che una canzone è una preghiera: “Mare nostro”. “È rimasto poco del nostro rapporto con gli altri” commenta Severini che invita a riflettere “su come possiamo trattare i profughi come merci quando siamo stati migranti anche noi”. “Stiamo scendendo nel baratro dell’inciviltà e i migranti non li vogliamo solo perché ci ricordano due grandi ricchezze che noi abbiamo perso: la speranza e il coraggio. E allora ben vengano così forse ce le riattaccano” conclude il leader della band che sceglie di chiudere la serata con “Comandante”. Il pubblico non è d’accordo e chiama a gran voce il bis, un momento di energia finale che viene accontentato dai Gang. In attesa del bis di questa sera.

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