Economia e Lavoro
25 Agosto 2015
Assieme ad altri tre istituti di credito, negli anni '90 la banca avrebbe rinunciato a riscuotere Irpef e Iva

Danno erariale da 677 milioni, le grane investono anche Carife

di Ruggero Veronese | 4 min

OLYMPUS DIGITAL CAMERANuove grane in vista per Carife, che assieme ad altri tre istituti di credito potrebbe essere chiamata a rispondere di un macroscopico danno erariale da 677 milioni di euro. Il tutto a causa di mancati versamenti di Irpef e Iva da parte di centinaia di clienti che, nel corso degli anni ’90, avevano prodotto una sterminata serie di crediti considerati ‘inesigibili’ dalle banche. Causando un buco da centinaia di milioni nei bilanci dello Stato, parzialmente ‘coperto’ (al 10%) con una sanatoria approvata dal Parlamento nell’agosto 2010. Una vicenda riaperta nelle ultime ore dalla procura generale della Corte dei Conti, che considera illegittimi sia il ‘maxicondono’, sia i 320 ricorsi ‘salvabanche’ proposti da Equitalia contro l’Agenzia delle Entrate a partire dal 2006.

La vicenda, rivelata dal quotidiano Repubblica, è parecchio intricata e si complica ancora di più a causa degli strani ‘scambi di ruoli’ messi in atto da banche ed enti riscossori, in uno scenario a dir poco contraddittorio. Da una parte gli istituti di credito, che rinunciano di propria iniziativa a sterminati capitali da incassare (anche se solo per essere girati al fisco), bollandoli frettolosamente come inesigibili. Dall’altra l’Agenzia delle Entrate, che contesta l’inefficienza delle banche nella riscossione e chiede risarcimenti all’erario per 758 milioni. In mezzo, l’ospite inatteso: Equitalia. Che – piuttosto inspiegabilmente – corre in soccorso delle banche firmando buona parte dei 320 ricorsi, chiedendo in sostanza di esentarle dal risarcimento del maxibuco nel bilancio nazionale. Il tutto mentre il Parlamento italiano non nega il proprio aiuto alle banche con uno ‘sconto’ da 677 milioni: una sanatoria per le banche molto poco ‘salutare’ per i conti italiani.

Dopo aver presentato i quattro protagonisti, vediamo la vicenda dall’inizio. Il 2006, come noto, è un anno chiave per il fisco: con la nascita di Equitalia, le banche perdono ogni ruolo attivo nella riscossione dei tributi. Viene a galla durante la transizione un maxibuco rimasto fino a quel momento sconosciuto: Carife, Montepaschi, Banca Intesa e Cassa di Risparmio di Bologna vantano crediti mai riscossi per 758 milioni di euro (nelle cifre che scriveremo non sono inclusi gli interessi di mora, ndr), che hanno inserito nelle voci passive dei propri bilanci alla voce ‘crediti inesigibili’, nei confronti di clienti che dal 1990 al 1994 non avevano mai versato Irpef e Iva, né pagato le relative sanzioni. Di conseguenza, quei soldi non sono mai arrivati alle casse dell’erario.

L’Agenzia delle Entrate chiede alle banche di coprire il buco nel bilancio statale, ma trova un avversario a dir poco inaspettato: Equitalia, società partecipata al 51% proprio dalla stessa Agenzia delle Entrate. Che si trova quindi di fronte a una raffica di ricorsi: ben 320, gran parte dei quali firmati dalla propria controllata, secondo cui le banche non avrebbero oggettivamente potuto incassare i crediti. Il caso arriva in Parlamento, che nell’estate 2010 approva la sanatoria a cui accennavamo inizialmente: le banche pagano il 10% del danno contestato (81 milioni su 658) e la vicenda si chiude con 677 milioni che continuano a mancare all’appello. O almeno questo era quanto si credeva fino a pochi giorni fa, dato che la Corte dei Conti potrebbe aggiungere un finale a sorpresa.

Già con la sentenza del 26 ottobre 2011, la sezione regionale della Corte dei Conti aveva smontato pezzo per pezzo la teoria della ‘inesigibilità’ dei crediti, dimostrando che molti degli atti delle banche erano stati redatti dagli ufficiali di riscossione durante le giornate di riposo, oppure “in un’unica giornata in numero sproporzionato”, utilizzando anche “modelli standard compilati in maniera generica” o ricorrendo a “verbali apocrifi”. La documentazione delle banche insomma, invece di riuscire nel proprio scopo (dimostrare che era impossibile recuperare i 786 milioni) sortisce l’effetto opposto: smascherare lo scarso impegno e i pessimi risultati dei propri ufficiali esattori.

Veniamo al presente: nei giorni scorsi la Corte dei Conti ha dichiarato illegittimi tutti i ricorsi ‘salvabanche’ proposti da Equitalia, che non aveva in realtà alcun diritto a presentare le istanze. Innanzitutto perché non era nella posizione per garantire i precedenti enti riscossori (le banche), ma soprattutto perché avrebbe dovuto agire in modo diametralmente opposto, ovvero cercando di far rientrare i capitali nel bilancio italiano. “Equitalia – scrivono i giudici della Corte dei Conti – aveva un interesse esattamente opposto a quello delle banche creditrici”. Ora la procura contabile ha chiesto alla Corte il risarcimento dell’eventuale danno erariale per le banche, chiamando Equitalia come co-responsabile. E anche la sanatoria approvata dal Parlamento potrebbe finire nel mirino della procura.

Difficile a questo punto fare previsioni sul futuro, ma la vicenda potrebbe rivelarsi addirittura la punta di un enorme iceberg sfuggito per 20 anni agli enti controllori. Le indagini della procura della Corte dei Conti hanno infatti analizzato soltanto tre regioni (Emilia-Romagna, Veneto e Friuli) per una frazione di tempo limitata (1990-94). E mentre Carife e gli altri tre istituti potrebbero essere chiamati a processo, l’indagine potrebbe ampliarsi e abbracciare tutto il territorio nazionale.

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