Gio 18 Giu 2015 - 493 visite
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Morte di legionella, chiesto un anno e mezzo per i due medici

Secondo la procura le misure di prevenzione erano insufficienti, ma le difese chiedono la completa assoluzione

sant'anna“È vero che prima del decesso della donna esistevano direttive per la prevenzione da legionella, seppur non formalizzate, ma è anche certo è che prima del gennaio del 2012 non era stato adottato alcun documento specifico”. In questo passaggio della requisitoria del pm Nicola Proto si concentra gran parte dei dubbi che ruotano attorno al processo a Ermes Carlini e Paola Antonioli, i due medici del Sant’Anna accusati di omicidio colposo in seguito alla morte di una paziente 71enne ricoverata nell’ex ospedale di corso Giovecca. Un processo ormai avviato verso la conclusione, attesa per la prossima udienza con la sentenza del giudice Franco Attinà, ma che fino alle ultime battute ha visto uno scontro a tutto campo tra accusa e difesa su ogni genere di tema: da quelli medici ed epidemiologici alle questioni più normative e di organizzazione aziendale.

Difficile infatti ricostruire con esattezza le circostanze della morte della 71enne che il 19 agosto del 2011 si fece ricoverare a Cento per una cardiopatia, per poi essere trasferita sette giorni dopo al Sant’Anna. La donna, secondo la procura, diede buoni segnali di miglioramento fino ai primi giorni di ottobre, quando cominciò ad accusare notevoli difficoltà respiratorie e fu trasferita nel reparto di rianimazione. Fino a quando pochi giorni dopo, il 7 ottobre, morì a causa di una grave tromboembolia. A dare la svolta all’inchiesta, come ha confermato Proto durante la propria requisitoria, sono state anche le indagini dell’avvocato di parte civile Alessandro Gabellone, legale dei familiari della vittima, il cui consulente tecnico ha confermato il ‘nesso causale’ tra la morte della donna e l’infezione di legionella riscontrata nel suo sangue in seguito al decesso. Per due motivi sostanziali: innanzitutto perchè lo stesso reparto di medicina legale, all’insaputa della procura, inviò al ministero della salute un campione da analizzare per stabilire quale tipologia di legionella fosse stata contratta dalla donna. Ma anche per le tempistiche con cui avvennero i fatti: la 71enne infatti fu ricoverata per oltre un mese al Sant’Anna (dal 26 agosto al 7 ottobre) e secondo procura e parte civile i primi sintomi della legionella, nel caso fosse stata contratta all’esterno dell’ospedale, si sarebbero dovuti palesare assai prima. Un punto questo contrastato dai consulenti delle difese, secondo cui il tempo di incubazione della legionella, almeno nella letteratura scientifica, può toccare anche i sei mesi.

Altro tema è quello sulle misure di prevenzione da legionella in vigore all’interno dell’ospedale e sulle eventuali responsabilità di Carlini e Antonioli. In questo caso la procura è netta: nel 2008 una delibera della Regione fissa le linee guida per la prevenzione dal batterio, ma solo nel gennaio 2012 l’azienda Sant’Anna approva un testo per disciplinare queste pratiche all’interno dell’ospedale. Ma ancora più sospetto, secondo Proto, è il fatto che circa una settimana dopo il decesso della donna tra i documenti ufficiosi dell’azienda compaiano i primi riferimenti alle procedure da applicare per seguire le linee guida regionali. Un punto questo duramente contestato dall’avvocato Andrea Toschi, difensore di Carlini, secondo cui fin dal 1999 l’azienda effettuava campionamenti e controlli delle acque per prevenire infezioni da legionella, e anche se un vero atto formale compare solo nel 2012 si possono trovare numerosi riferimenti al batterio e ai suoi rischi. Un punto che dovrà essere valutato – testi e documenti alla mano – dal giudice Attinà per chiarire la reale versione dei fatti.

Al termine della requisitoria, il pm Nicola Proto ha proposto un anno e mezzo di reclusione per i due medici, mentre gli avvocati Andrea Toschi e Andrea Marzola, legali degli imputati, hanno chiesto la completa assoluzione. Nel frattempo si è concluso poche settimane fa anche il processo che vedeva i familiari della vittima fronteggiare l’ospedale sul piano civile: in quel caso il giudice diede ragione all’accusa disponendo un risarcimento da parte del Sant’Anna alla famiglia della 71enne.

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