Lun 25 Mag 2015 - 404 visite
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Signore e signori, il pubblico!

C’è un vecchio detto: “il pubblico ha sempre ragione.” Già, ma quale pubblico? Quello teatrale è molto, molto variegato. Da nord a sud le reazioni che ti aspetti dopo aver pronunciato una battuta o cantato una canzone non sono quasi mai uguali, anche all’interno della stessa regione, o a soli 30 chilometri dalla piazza precedente. La risata fragorosa che aveva accolto il giorno prima un tuo movimento, magari il giorno dopo, pur rifatto identico, è caduto nel silenzio totale, raggelandoti il sangue come per una visita dal dentista. Perché questo succede? Non si sa, fa parte del Mistero della Vita. Le sorprese sono però bidirezionali: a volte dove ti aspetti che ridano, e invece non ridono, e, dove poi non t’immagini che possa capitare, per una cosa del tutto imprevedibile, “Se ne cala ‘o teatro”, come dicono i teatranti napoletani quando vogliono indicare un successo fragoroso. L’alchimia che si forma in sala tra gli attori e gli spettatori deriva da un insieme di fattori tutti egualmente importanti: dipende se piove, se c’è parcheggio, se c’è una partita, se hanno mangiato bene a cena, se erano tanti in sala o meno. Di solito, quando la platea è numerosa reagisce meglio alle commedie, si vergogna di meno di poter ridere sguaiatamente, mentre al contrario è frenata quando non è protetta dalla moltitudine. La piazza di Ferrara, a quanto raccontano quasi tutti i colleghi con cui ho parlato, da sempre è abbastanza difficile sul comico: i ferraresi reagiscono con una certa diffidenza e si lasciano poco andare. A Bologna è diverso, a Firenze, nel Veneto, in Liguria, le cose cambiano spesso verso il meglio. A Roma e Milano dipende molto dal teatro in cui vai a recitare, oltre che dalla cosa che racconti, ovviamente. Non va sottovalutato nemmeno l’orario e pure il giorno della settimana: al venerdì sera sono pimpanti, al sabato sera un po’ meno e alla domenica pomeriggio può succedere che qualcuno, magari attempato si appisoli: basta che russi piano! Insomma, prenderci è un bel rebus. In linea di massima, però, se lo spettacolo è ben congegnato funziona più o meno bene dappertutto: l’importante è che il bilancio sia sempre in pari tra le risate che ti aspettavi – e non sono mai arrivate – e quelle che sono comparse per magia dove non pensavi.

Una volta una vecchia spettatrice ha lasciato il cellulare acceso: uno squillo fortissimo ha interrotto lo spettacolo ma lei non se n’è curata più di tanto e, anziché spegnerlo una volta trovato nella borsa, ha risposto e parlato per qualche minuto! Qualche collega spazientito, colto dalla stessa cosa, ha interrotto lo spettacolo prontamente dichiarando dal palco: «Disturbo la sua telefonata se intanto lavoro?!?!» Forse la vecchia ha dovuto scegliere a chi fare un torto minore, e il peggio è toccato a quelli sul palco!

Il fatto è che, nonostante i messaggi di avvertimento, i telefonini non si spengono più, anzi: non appena si abbassano le luci in sala, dal palco si vede benissimo un rifiorire di volti illuminati di azzurrognolo alle prese con un sms dell’ultimo minuto o con il “mi piace” da mettere urgente su Facebook. Alcuni usano il proprio cellulare per riprendere spudoratamente lo spettacolo, anziché goderselo coi propri occhi a braccia rilassate: ormai a teatro il 30% della platea è composto da operatori televisivi!

Una volta a Modena durante una replica una signora s’è sentita male, influenza fulminante. Roba da ambulanza. Purtroppo, nessuno di noi attori presenti lì quella sera potrà mai negare che almeno una volta nella vita il proprio spettacolo ha fatto davvero vomitare!

Ma il punto più alto (o più basso) l’ha toccato una compagnia di cui non farò il nome in un noto teatro a Milano. Durante una pomeridiana domenicale, un anziano spettatore ha esagerato: non si è limitato a fare il solito pisolino russando, ma s’è addormentato… per sempre. Stava assistendo ad uno spettacolo comico. Se ne sono accorti perché tutti gli altri erano già andati a casa e lui no.

Beh, non si può negare che quella fosse davvero una commedia da morire dal ridere.

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