“Chissà se la verità sulla trattativa tra Stato e mafia si scoprirà mai. È difficile che nei tribunali si stabilisca la verità: nell’omertà generale, con le prove che vengono sistematicamente cancellate. Ma proprio grazie alla sistematica cancellazione delle prove, abbiamo la prova che la decisione di trovare un accordo con le forze eversive del Paese, fu largamente condivisa nel mondo politico e ai vertici delle istituzioni. Non serve un tribunale per constatare che nonostante a parole la lotta alle mafie sia sempre stata centrale, le mafie oggi sono mille volte più forti e più ricche di prima. Non serve un tribunale per dimostrare che la classe politica, che dopo le stragi si mostrò come nuova, garantì invece che il vecchio sistema corrotto continuasse a prosperare senza nessuna opposizione”.
È un finale che non lascia dubbi quello scelto da Sabina Guzzanti per chiudere il suo film documentario #laTrattativa che ripercorre gli episodi più rilevanti della vicenda nota come trattativa Stato-mafia, avvenuta nei primi anni ‘90. La pellicola ironico-drammatica, in realtà più tragica che comica, è stata presentata alla 71° Mostra Cinematografica di Venezia nel 2014 e riproposta mercoledì al cinema Boldini per volontà del Movimento 5 Stelle che ha anche aperto un dibattito, alla fine della proiezione, con il deputato Manlio Di Stefano in diretta via Skype. Gli altri due collegamenti in programma, con la stessa regista e attrice e con il senatore e vicepresidente della commissione antimafia Luigi Gaetti, sono saltati a causa di problemi tecnici.
Nel docufilm si alternano interviste, articoli, testimonianze, registrazioni di sedute processuali, immaginazione e animazioni grafiche per ricostruire con chiarezza la negoziazione tra Stato italiano e Cosa nostra, un accordo stipulato in gran segreto per porre fine alla stagione stragista in cambio di un’attenuazione dell’articolo 41-bis sul carcere duro per i mafiosi. Un lavoro di ricostruzione durato ben 4 anni che scorre fluido in 108 minuti di racconto, in cui un gruppo di lavoratori dello spettacolo si traveste da politici, mafiosi, massoni, magistrati, agenti dei servizi segreti e semplici cittadini per trasformare una delle vicende più intricate della nostra storia in un racconto appassionante.
La narrazione si apre con Gaspare Spatuzza che affronta in carcere un esame immaginario di teologia, facoltà in cui si è iscritto davvero durante la detenzione. Alla domanda su cosa sia la grazia, parte una serie di flashback sui terribili atti criminali che il mafioso di Brancaccio ha commesso nel ’92 e ‘93, tra cui l’attentato a Paolo Borsellino e l’omicidio di don Pino Puglisi. Da qui si collegano le vicende più rilevanti della trattativa, come la sparizione dell’agenda rossa del giudice Borsellino, l’attentato 57 giorni prima al magistrato Giovanni Falcone, la confessione sotto tortura di Vincenzo Scarantino, gli incontri tra Vito Ciancimino e Mario Mori, il papello di Salvatore Riina e il suo successivo arresto, la presa del comando di Bernardo Provenzano.
Una trattativa portata avanti sotto le bombe fino al ‘93, quando sale al potere Silvio Berlusconi, definito dai mafiosi come “l’unico che può salvarci”. I membri di Cosa nostra, infatti, si sono sentiti sicuri dei propri affari perché il nuovo partito Forza Italia, fondato con il compaesano Marcello Dell’Utri, dava le garanzie di cui avevano bisogno. Qui si conclude la stagione stragista. Qui si raggiunge l’equilibrio tra Stato e mafia. Qui incomincia la seconda Repubblica. Il resto è storia. Che si ripete. Come sottolinea il parlamentare del M5S Manlio Di Stefano.
“Il docufilm riesce a dare un quadro chiaro di tutto quello che gira intorno alla trattativa – dichiara il parlamentare pentastellato -, un quadro sconcertante ma attuale: la drammaticità della pellicola è che ci racconta i motivi dell’accordo, un intreccio ingarbugliato di interessi portato avanti da alcuni personaggi che oggi hanno un ruolo ancora più importante di allora. Il fatto che accettiamo che un partito fondato dalla mafia sia ancora al governo e faccia le riforme con Renzi, conferma che c’è una continuità totale tra quello che racconta il film e quello che viviamo oggi: c’è un intero apparato mafioso, politico, massonico e imprenditoriale che gestisce il nostro Paese. Per uscire da questa situazione – incita Di Stefano – non bisogna più votare chi ha portato il nostro parlamento a essere un’estensione del braccio della mafia”.