Lun 4 Mag 2015 - 473 visite
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Fan

Senza il pubblico, un attore non esisterebbe. Non si può far altro che ringraziare chi ti segue, chi ti viene a vedere, e perché no, anche chi ti critica. I fan sono una parte di pubblico che amano gli spettacoli un po’ più del pubblico normale, e pare che alcuni arrivino a vivere solo di quello, e di questi ultimi parliamo. Ognuno ha diritto ad avere dei fan. Sia tu cantante, comico, ballerino o anche concorrente di quiz: ai tempi d’oro di Sarabanda ho visto impazzire alcuni seguaci dell’Uomo Gatto, perso in mezzo alla folla di Sanremo. Il fan vero è uno preparato. Si apposta per ore e ore ad attendere l’incontro col suo beniamino fuori dal teatro, o all’uscita degli studi televisivi. Alcuni di loro sono poliennali, più fedeli nei secoli dell’Arma dei Carabinieri. Non tradiscono l’oggetto della propria devozione, non conoscono abiure. Come i tifosi del calcio, peraltro: non ho mai sentito di tifosi veri passare dal supportare il Milan all’Inter. E benvenuta fu internet, per loro: un giacimento infinito di informazioni anche di seconda, terza o quarta mano valgono, e qualche pettegolezzo (anche il più minimo) può diventare vero se scritto sul web. Una specie di sussurro nell’orecchio, diventa vero – assurdamente – perché trasportato dal canale d’informazione non ufficiale. Ho visto fan invecchiare assieme alle loro star di riferimento, anche quando la star non era più tale da un pezzo.

Bisogna però distinguere tra il fan della specifica celebrità (che a volte degenera anche in stalking vero e proprio) o il fan generico di vip “qualsiasi.”

Sotto agli studi dove escono le Veline dopo aver partecipato a Striscia c’è sempre un discreto numero di personaggi pronti ad immortalarle tutte le sere, gioia dei fiorai di cui gonfiano il fatturato a suon di rose in vari colori. In mezzo, poi, c’è sempre quello che se gli capiti tu che non sei di certo una Velina ma uno che è passato accanto ad una Velina, vali uguale. A Milano da almeno vent’anni c’è uno che si accontenta di farsi le foto con me e mi chiama “Sergio”, sebbene io da vent’anni gli dica che non mi chiamo così.

Alcuni aspettano invece fuori dai teatri e si premuniscono di foto raccattate su Google: nel mio caso, le più brutte e imbarazzanti che mi abbiano mai fatto, naturalmente. Ma sono ammirato dal tempo che dedicano alla loro attività: se le stampano, anche su carta costosa, e attendono il soggetto perché le “autentichi.”

Il più singolare che ho incontrato staziona a Bologna, e a quanto ne so partecipa a tutte le prime dei film in una sala del centro. Ho avuto il piacere d’incontrarlo un paio di volte. Lui non si accontenta di un autografo, e nemmeno di una dedica generica. All’inizio pensavo che scherzasse quando mi ha detto che non gli bastava, più o meno, la solita formula: mi ha preso sottobraccio e mi ha condotto in un angolo dove aveva allestito una specie di accampamento in loco, con tanto di sedia e scrivania nel foyer del cinema, giuro! Mi ha fatto accomodare, e con toni pacifici ma decisi ha cominciato a dettare una specie di dichiarazione notarile che dovevo trascrivere parola per parola, in cui sottolineavo la specificità del gesto spontaneo nel riconoscere la nostra amicizia sincera! Ho il sospetto che un giorno quelle righe saranno invocate da qualche avvocato vero, mah!

A volte le dediche le fai sulla fiducia, ed è il momento che ti si ritorcono contro.

Durante la presentazione del mio primo libro, d’accordo col libraio decidiamo di autografare qualche copia in anticipo per snellire il momento delle dediche. Non faccio a tempo a finire l’incontro che una signora subito mi si avvicina con una copia in mano e dice: «Me ne dà un altro?» Non faccio a tempo a sorridere di soddisfazione pensando a due copie piazzate che subito mi taglia le gambe aggiungendo: «Cioè, me lo cambia? Questo è scarabocchiato.»

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