Politica
22 Gennaio 2014
Il costituzionalista Roberto Bin esprime le sue perplessità. "Ma non ha senso sentire Cuperlo parlare di preferenze"

Riforma elettorale di Renzi? “Non è una buona legge”

di Ruggero Veronese | 5 min

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unnamed (3)Non sarà anticostituzionale, ma ciò non basta a definirla una buona legge. È questo, in sintesi, il giudizio del costituzionalista e docente di giurisprudenza Unife Roberto Bin sulla bozza di legge elettorale approvata dalla direzione nazionale del Pd. Mentre gran parte delle voci critiche si lamenta della presunta incostituzionalità del progetto di Renzi, a causa delle liste bloccate e della mancanza del voto di preferenza, il professore ferrarese sottolinea invece i possibili rischi legati ad aspetti più tecnici ma di forte impatto sulla vita politica.

Cominciamo dal nodo sulla costituzionalità della legge, che secondo il docente ferrarese non dovrebbe trovare ostacoli. “Bisognerà vedere la legge nel dettaglio, per ora stiamo parlando solo dei dettagli noti in questi giorni – premette Bin -. Ma da quello che si capisce ora mi pare che la Corte Costituzionale non avrebbe nulla da obiettare. Il discorso sulle liste bloccate è un po’ esagerato ed è diventato un argomento di battaglia politica: ci si dimentica che le preferenze multiple sono state abolite con il voto popolare dal referendum del 1991 e che in quasi tutti i paesi europei non è possibile scegliere tra più candidati di un partito. Le preferenze, di per sé, non coincidono con la democrazia”. Ma allora perché la Consulta ha bocciato il sistema di liste del Porcellum? “La sentenza – spiega Bin – nasce dal fatto che i candidati venivano inseriti tutti in un’unica lista in cui l’ordine era deciso dai partiti, che in pratica stabilivano già chi veniva eletto in Parlamento. L’alternativa a introdurre il voto di preferenza è ridurre il numero di candidati per ogni circoscrizione, come è stato fatto”.

I problemi veri, secondo il costituzionalista ferrarese, sono altri: le modalità di selezione all’interno dei partiti, la possibilità di candidarsi in più collegi e il rapporto tra il candidato e il proprio seggio. Argomenti che trovano meno spazio nel dibattito pubblico ma sui quali Bin concentra buona parte delle proprie critiche. “Il modo in cui vengono scelti i candidati da inserire nelle liste è uno dei problemi maggiori, ma resta una questione interna ai partiti. Ma la vera puttanata di cui nessuno parla è che resta la possibilità di candidarsi in tutti i collegi: in questo modo i leader dei partiti possono scegliere dove essere eletti e, di conseguenza, stabilire chi verrà eletto negli altri seggi. E legato a questo c’è anche il tema del rapporto tra candidato e collegio di appartenenza: negli Stati Uniti Hillary Clinton ha dovuto prendere la residenza a New York per poter correre alle elezioni, mentre è vergognoso vedere che in Italia abbiamo ancora situazioni come quella di Berlusconi eletto in Molise”. Fattori che secondo Bin creano la vera anomalia nel nostro sistema elettorale: “Se siamo l’unica nazione in cui questo è possibile? Dovrei controllare paese per paese, ma tra i paesi occidentali direi di si”.

Il giurista ferrarese approva invece le idee di Renzi sulla necessità di “eliminare il potere di ricatto dei partitini“, anche se ha qualche perplessità sulle modalità proposte: “Sicuramente quello è un obiettivo necessario. I partiti più piccoli sono quelli che si portano dietro la difesa di piccoli interessi che spesso si ripercuotono su tutto il meccanismo decisionale. La semplificazione del sistema va impostata, ma restano dei modi per dare il diritto di tribuna anche alle forze minori, assicurando loro quei deputati necessari per portare avanti una battaglia in Parlamento”. Nel sistema spagnolo “originale”, ad esempio, le grandi città hanno collegi elettorali più ampi che consentono anche ai candidati dei partiti minori di raccogliere abbastanza consensi per ottenere seggi. Ma una vera soluzione, secondo Bin, passerebbe attraverso un sistema elettorale totalmente diverso. “Credo che in Italia il più adatto e intelligente sarebbe una vera legge a doppio turno, come sostiene anche Giovanni Sartori – afferma il docente ferrarese -, perchè dà all’elettore la possibilità di scegliere il candidato preferito al primo voto – e quindi tutti i partiti sono incentivati a presentare candidati forti e arrivare al ballottaggio – per poi riversare le preferenze su un nome in un secondo momento. In questo modo si può creare uno scambio intelligente se, per esempio, un partito come Sel arriva primo in Puglia e allo stesso tempo il Pd ritira il proprio candidato”.

Per quanto riguarda il premio di maggioranza (il 18% dei seggi per chi raccoglie il 35% dei voti) Bin non solleva dubbi sulla legittimità, anche se non nasconde qualche riserva. “Non dovrebbe trovare ostacoli dal punto di vista costituzionale, anche se penso che la soglia di accesso verrà portata al 40% per evitare polemiche su una possibile “antidemocraticità” del sistema (visto che con il premio al 35% basterebbe circa un terzo dei consensi per guadagnare la maggioranza in Parlamento, ndr). Mi chiedo però se abbia senso fissare anche soglie di sbarramento così alte per entrare alla Camera (8% per i partiti fuori dalle coalizioni, ndr), dato che il premio di maggioranza è già strutturato per evitare la dispersione del voto e che, in questo modo, partiti molto forti territorialmente come la Südtiroler Volkspartei sarebbero costretti alle alleanze”.

Ma nonostante i dubbi più “tecnici”, Bin non boccia in toto il piano di Renzi. “L’operazione è interessante e da valutare con una certa attenzione. Finalmente alcune cose si stanno facendo e lo scontro di ieri nel Pd è significativo: Renzi sta investendo tutta la sua immagine su questo progetto e di fronte si trova un establishment vecchio, che non è mai stato in grado di dare una scossa. Sentire Cuperlo e i suoi parlare di preferenze non ha molto senso: tutto il Pd è sempre stato contrario alle preferenze, è un dato storico. Tant’è vero che dove ha fatto le leggi regionali, come in Toscana, non le ha previste”.

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