Ha comprato un biglietto di sola andata per Hong Kong ed è partito per un’avventura destinata a cambiargli per sempre la vita. E ora, tornato dopo cinque anni a Ferrara, già si prepara a fare le valigie e tornare in estremo oriente. Filippo Ferrari, 25 anni, è il primo italiano a intraprendere e portare a termine l’intera carriera universitaria in Cina. Un’esperienza che lo ha portato dal disorientamento e dal “cultural shock” iniziale alla presa di coscienza delle potenzialità di un mondo che, pur tra le mille differenze con il nostro stile di vita, si fa giorno dopo giorno più vicino alla realtà e al mercato occidentale. Legami sui quali il neolaureato – così come numerosi coetanei europei – punta a costruire la propria vita e carriera futura.
“Sono partito per la Cina subito dopo essermi diplomato al liceo classico, nel 2007 – racconta Ferrari -. Già da un anno stavo studiando le alternative e avevo sempre cercato di guardare verso l’estero, per imparare bene una lingua e avere quelle influenze internazionali chi mi permettessero di uscire dalla provincialità. Ma il merito è anche della mia famiglia, che mi ha supportato in questa avventura e mi ha sempre trasmesso la passione per il viaggio: non tutti se la sentono di lasciare tutto e partire”. A neanche 20 anni Filippo si imbarca quindi per seguire una laurea in business administration alla Hong Kong University of Science and Technology. “La scelta di Hong Kong – spiega Ferrari – mi sembrava la più appropriata, visto che approcciare la Cina è molto difficile, sia per la lingua che per la cultura”. La metropoli cinese infatti è stata territorio britannico fino al 1997 e tuttora gode di una legislatura particolare e di maggiore apertura all’occidente, anche grazie alla conoscenza diffusa dell’inglese.
La sfida più impegnativa arriva però a metà del percorso universitario, quando Ferrari decide di passare un anno a Pechino per integrarsi nella Cina più vera. “Un’esperienza ‘tosta’ ma affascinante – racconta il giovane ferrarese -: nella capitale ho studiato il cinese mandarino, indispensabile perché permette di approcciare meglio il territorio e capire davvero come ragionano i cinesi”. Infatti, per quanto la conoscenza dell’inglese fosse più diffusa rispetto alle sue aspettative, Filippo spiega che lo scoglio linguistico è ancora molto ingombrante nelle relazioni private e di lavoro. Gli appassionati della cultura cinese già conosceranno il termine “guanxi”: si tratta della “rete” di relazioni personali sulla quale si basa la vita familiare, sociale e professionale. “Approcciando le persone in inglese – continua Ferrari – si trova sempre una certa freddezza, ma se si parla nella loro lingua le persone sono più a loro agio e tendono ad accettare anche gli stranieri. I cinesi sono molto legati alla loro cultura e quando trovano una persona capace di apprezzarla riescono davvero a creare un rapporto confidenziale. D’altra parte anche in Cina, come in Italia, gli affari spesso nascono a tavola”.
Ed è proprio grazie ai contatti stabiliti a Hong Kong e Pechino che Filippo, durante l’ultimo anno di università, fonda una società di trading e consulenza per favorire gli scambi commerciali tra Italia e Cina. L’obiettivo è quello di mettere in contatto fornitori e acquirenti dei vari “prodotti tipici” dei due paesi, mettendo a frutto i due campi in cui Ferrari è più qualificato: elettronica ed enogastronomia. Infatti se da una lato la nascita di una classe media – oltre al consumismo sempre più sfrenato nelle oligarchie – rende assai appetibili sul mercato locale i prodotti culinari di qualità, sull’altro fronte la Cina resta il maggior produttore mondiale di hardware, con costi competitivi e qualità anche di alto livello. Una situazione ideale per creare un doppio canale commerciale tra i due paesi.
Le difficoltà tuttavia non mancano e Ferrari sottolinea anche i problemi maggiori per le imprese italiane interessate a esportare in Cina. “Le nostre aziende dovrebbero lavorare un po’ di più in squadra: soprattutto nel settore degli oli e dei vini si tende a farsi molta concorrenza, ognuno convinto che il proprio prodotto sia il migliore sul mercato. Nelle fiere in Cina ho visto spesso le esposizioni italiane divise regione per regione, mentre paesi come la Francia si presentano compatti e ben preparati. La conseguenza è che spesso un cliente cinese che si approccia all’Italia deve girare stand per stand, dove ci sono persone che a volte non parlano neanche in inglese. Magari prima di proporsi in fiera bisognerebbe organizzarsi e studiare una strategia capace di emozionare e istruire il consumatore, perché prodotti di qualità hanno bisogno anche di una certa preparazione”. Prova ne è che la minaccia più seria ai brand italiani e francesi viene dai paesi che negli ultimi anni hanno trapiantato vigneti europei per produrre vini dai nomi rinomati e a prezzi concorrenziali, come in Australia, Cile o Argentina.
Ferrari, che ora in Italia sta curando i rapporti esteri per un’azienda e ha recentemente organizzato anche il “Masterchef” in favore della ricerca della scuola Vergani, punta a tornare presto e trasferirsi stabilmente in Cina. “È anche un fatto di crescita personale, perché avendo trascorso anni importanti in quel paese, in una realtà molto più internazionale, non avrei più stimoli a stare fermo”. E se gli chiedete qual’è il lato della Cina che invece non sopporta, il giovane ferrarese mostra una app sul telefonino che riporta i vari livelli di inquinamento: “Lo smog. A volte è talmente intollerabile che non si riesce a uscire da casa”.
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