Dom 20 Ott 2013 - 3187 visite
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La colpa e la responsabilità: la lezione di Jaspers

bacon“Io non c’ero, non son stato, non son mai venuto qui: a quell’ora faccio sempre la pipì…”. Come il bambino nella canzoncina di Lino Toffolo, così si è giustificato Luigi Negri: convinto che basti essere non colpevole per il diritto, ecclesiastico o penale, per avere la coscienza a posto. Come non bastasse, si è permesso anche di celiare: “l’Arcivescovo ci tiene a precisare, al fine di evitare spiacevoli equivoci in futuro, che non ha avuto nessuna parte nella dichiarazione della prima guerra mondiale e neppure della seconda e certamente non si è inteso con il presidente americano per lo sgancio della bomba atomica sul Giappone”. Davanti alla miseria umana e morale di queste parole, giganteggia la lezione che il filosofo tedesco Jaspers tenne all’indomani della Seconda guerra mondiale sul perché ogni tedesco doveva sentirsi colpevole di essere tedesco (poi pubblicata col titolo La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania). Una lezione che vale anche per quelli che “Priebke obbediva agli ordini, era solo una specie di poliziotto”, e via dicendo. Ve la ripropongo attraverso le pagine che vi ho dedicato nel mio Filosofia. Corso di sopravvivenza (2011), nel capitolo 18: “È possibile la filosofia dopo Auschwitz?”.

Non dev’essere stato facile, per il professor Jaspers, entrare nell’aula di Heidelberg per iniziare il corso del semestre invernale 1945-46. Fino a pochi mesi prima, la Germania era ancora in guerra. Il professor Jaspers, privato della cattedra per l’origine ebraica di sua moglie, viveva nel terrore di essere arrestato e deportato in un lager: disobbedendo all’ingiunzione di divorziare o emigrare, si era nascosto nella città universitaria, tenendo sempre con sé una pastiglia di cianuro da schiacciare sotto i denti in caso di arresto. Adesso la guerra era finita, e il professor Jaspers poteva, dopo otto anni, rimettere piede nell’università. Deve aver guardato negli occhi i suoi alunni, nati e cresciuti sotto il nazismo, prima di pronunciare la più dura sentenza che un tedesco abbia mai pronunciato contro la propria nazione: in questo momento ogni tedesco sopravvissuto deve provare vergogna per il fatto di essere vivo.
Il nazismo, dunque, ha origini lontanissime. E questo complica la domanda su chi debba sentirsi in colpa per il suo avvento. Ma adesso possiamo tornare alle lezioni del professor Jaspers. Il colpo di genio di questo filosofo è nel considerare il concetto di ‘‘colpa’’, un po’ come Aristotele col concetto di ‘‘causa’’, come una parola che nasconde al proprio interno non uno, ma più significati. Altro che bottiglie che intrappolano le mosche, viene da dire: il linguaggio è fatto a volte da parole simili a scatole al cui interno si nascondono molte sorprese.

In quanti modi si può usare il termine ‘‘colpa’’? In quattro, argomenta Jaspers.
In primo luogo c’è la colpa criminale, che è sempre individuale, ed è un fatto giuridico: in quest’accezione, si è colpevoli solo se un tribunale riconosce l’esistenza di una colpa in base a prove certe. Dunque un criminale di guerra è colpevole se, e solo se, si trovano prove sufficienti che attestino senza ombra di dubbio i suoi crimini: altrimenti, per quanto sia brutto dirlo, è innocente, perché è la colpevolezza, e non l’innocenza, che dev’essere provata.

Ma ci sono altri modi di dire ‘‘colpa’’, perché “l’essere si dice in molti modi”. Esiste infatti, accanto alla colpa criminale, la colpa morale: qui non è il tribunale, ma la nostra coscienza individuale, o la cerchia delle persone che ci sono più care e con le quali siamo in intimità, che ci giudica. Queste due colpe non possono essere confuse: sarebbe grave se i tribunali potessero deliberare sulla colpa morale, perché vorrebbe dire permettere alla giustizia di entrare nell’intimità della nostra coscienza: e questa è inquisizione. Il giudice non deve valutare se io sia una brutta persona (dal punto di vista morale): deve valutare le eventuali prove della mia colpevolezza che vengono esibite dall’accusa, e null’altro. Ma sarebbe altrettanto grave ricusare la coscienza morale facendola coincidere con l’assenza di prove materiali: chi, come i criminali di guerra processati, si avvale della scusante di aver obbedito agli ordini superiori (il che, in certe condizioni, può costituire un’attenuante giuridica, o addirittura essere motivo di assoluzione), non per questo, davanti alla propria coscienza, è meno colpevole.

Ci sono poi due tipologie di colpa che sono non individuali, ma collettive. La prima è la colpa politica, che comprende non solo le responsabilità di chi detiene il potere e lo esercita, ma anche dei cittadini che gli hanno conferito l’incarico. Hitler andò al potere per aver vinto le elezioni: questo rende ogni tedesco suo elettore politicamente responsabile delle conseguenze che ne sono seguite. Nietzsche chiederebbe a ogni elettore se ha il coraggio di dire, davanti all’immagine delle vittime dei lager: così volli che fosse.
Come invece sapete, in genere davanti al genocidio degli ebrei (e dei rom, degli omosessuali, dei polacchi, dei russi), i seguaci delle idee di Hitler tendono a negare che il genocidio sia avvenuto: svelando così l’animo vile di questi pretesi uomini superiori. E che il negazionismo sia condiviso da altri uomini e donne che dovrebbero invece sentirsi politicamente colpevoli (dai crimini dello stalinismo al genocidio degli armeni, al genocidio degli amerindi del Nord America, dei vietnamiti durante la guerra mai dichiarata del Vietnam, e via dicendo) dimostra solo quanto sia banale, nel senso della mediocrità, la coscienza dei negazionisti. Qual è l’istanza che decide della colpa politica? L’idea, o se preferite la forma politica e culturale, che si è affermata nella storia: nel caso della colpa tedesca, il giudice politico è la democrazia tedesca. È infatti in base al credo e ai valori della democrazia che si è politicamente colpevoli di aver contribuito all’affermazione di un regime anti-democratico. L’estrema delicatezza di questo crinale è evidente: i vincitori hanno il diritto di giudicare i vinti, dunque? In un certo senso sì, e questo dovrebbe farci capire quanto sia pericoloso far coincidere questa colpa con quella giudiziaria. In Italia non a caso fu varata un’amnistia all’indomani della guerra, e da un certo punto di vista è stato un bene. Poi, però, i margini di questa amnistia sono stati talmente allargati dalle interpretazioni dei tribunali (composti in buona parte dagli stessi magistrati che avevano servito sotto il fascismo), da far sì che degli oltre 43.000 fascisti inquisiti per crimini di guerra, meno di 6000 furono condannati, e di questi solo 250 o poco più scontarono effettivamente la pena.

Infine, c’è la colpa metafisica, anch’essa collettiva, che ha le sue origini dall’umanità stessa, e in particolare dal senso di solidarietà che ci unisce gli uni agli altri. È quel senso di colpa che si prova davanti alle ingiustizie del mondo, che ci porta a sentirci colpevoli per non aver fatto tutto il possibile per impedire un crimine, anche se materialmente non potevamo fare di più: è quel sentirsi colpevole davanti al lamento degli agnelli che porta la giovane Clarice Starling, la protagonista del Silenzio degli innocenti, a diventare un’agente dell’FBI.
Quest’ultimo tipo di colpa ha una strana struttura: per un verso sembra considerare la solidarietà come un concetto metafisico, per altro chiama in causa la sofferenza altrui come qualcosa che in concreto ci riguarda tutti. È come se (non è un esempio che cito a caso) la madre della bambina che sta rotolando giù con la carrozzina nella Corazzata Potëmkin stesse urlando non solo per la propria figlia, ma per tutti coloro che in quel momento vengono massacrati dai gendarmi dello zar: e in effetti è proprio quello che il regista vuole dirci.

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