Dopo lo studio italiano Cosmo (finanziato dall’Asim) che parrebbe escludere qualsiasi nesso fra l’insufficienza venosa cronica cerebrospinale e sclerosi multipla (Sm), arriva oggi anche uno studio canadese pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet che sembra giungere alle stesse conclusioni minando ancora una volta la base della teoria del chirurgo ferrarese Paolo Zamboni.
Lo studio, curato dai ricercatori dell’Università della British Columbia guidati da Anthony Traboulsee (che hanno dichiarato apertamente la presenza di conflitti di interessi per aver fatto da consulenti o aver ricevuto in passato rimborsi per convegni o alti compensi da case farmaceutiche o altri istituti di ricerca) ha analizzato 177 pazienti provenienti da diversi centri medici canadesi, sia con sclerosi multipla, sia fratelli e sorelle di questi ma sani, sia, infine, un gruppo di controllo di soggetti sani senza relazioni di parentela, fra gennaio 2011 e marzo 2012.
I dati ottenuti effettuando sia la venografia con catetere che gli esami con ultrasuoni (con tecnici che hanno effettuato il training con Zamboni a Ferrara) hanno rilevato la presenza della Ccsvi solo nel 2% dei pazienti con sclerosi multipla; percentuale simile è stata trovata nei pazienti sani.
Più frequente invece il restringimento superiore al 50% delle maggiori vene extracraniche, anche in questo caso con differenze non statisticamente apprezzabili fra pazienti malati e pazienti sani tanto che è stata rilevata in oltre due terzi dei pazienti facenti parte del campione di studio portando i ricercatori a sostenere che “il restringimento venoso è una variante anatomica comune”.
Lo pubblicazione è accompagnata da un commento di altri due ricercatori -Paul Friedemann e Mike Wattjes- con un titolo quantomai eloquente: “Insufficienza venosa cronica cerebrospinale: il sipario finale” in cui si afferma che il lavoro di Traboulsee dovrebbe essere visto come “la fine definitiva di ogni discussione in merito” e in cui i due autori affermano addirittura -in maniera piuttosto netta- che sia ormai “assolutamente chiaro come non esista più alcuna ragione per allocare risorse per la ricerca sulla Ccsvi, sia finanziarie che intellettuali”.