mar 8 Ott 2013 - 353 visite
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Armadilli, Crisalidi e Cicaliche

Zerocalcare* lo rappresenta come un armadillo (il suo alter ego corazzato, che sa affrontare con pragmatismo e astuzia ogni difficoltà della vita), Luca De Biase** giocando a demistificare la parola crisi lo ha definito ‘crisalide’. Io, nel piccolo di questo blog, parlo di cicaliche suburbane.

Insomma, mi capita spesso di incorrere in chi prende in prestito immagini e termini dal mondo animale per significare un carattere. Un’attitudine che contraddistingue chi, ogni giorno, lotta contro l’immobilismo perché crede che il futuro di questo Paese lo si possa ancora fare – ebbene sì, sono convinta che anche dietro al sarcasmo rassegnato del fumettista romano intervistato da Mav si nasconda un’ambizione, se non fosse così non avrebbe abbandonato il suo nido tiburtino per un umido weekend ferrarese.

E, proprio questa edizione di Internazionale a Ferrara, appena conclusa è, per me, ancora più degli altri anni, la possibilità di arricchire il mio bagaglio culturale e di avere alcune conferme sulla legittimità e validità degli sforzi quotidiani compiuti da una parte di questa città per oliare gli ingranaggi di un meccanismo da troppo tempo inceppato.

La necessità di scrivere questo post è nato dall’aver avuto la fortuna di ascoltare in questi giorni opinioni di persone autorevoli che mi hanno offerto interessanti visioni sulla realtà che accomuna tutte le città italiane, incoraggiandomi a riflettere sulla convinzione che questo è il momento giusto per abbandonare tutti i ‘vorrei ma non posso’ e provare a mettere in pratica le buone idee – che non basta che siano buone, devono anche essere orientate alla domanda e alla necessità di cambiamento di cui ha bisogno il Paese.

La riflessione mi porta ad applicare alcuni assunti, emersi in 2 conferenze tenutesi nei giorni del festival, alla realtà ferrarese che vedo, ascolto e annuso ogni giorno della mia vita.

il soffitto del Teatro Verdi

il lucernaio del Teatro Verdi

Prendiamo il Teatro Verdi. Impossibile nascondere che si tratta di un’emergenza scomoda per la città. Impossibile – soprattutto nei giorni appena trascorsi – non notare che è un cantiere fermo da anni, un’enorme impalcatura svettante nel centro cittadino. Un non-finito che pesa sulle spalle della città, che pure finge di non notarlo, quando costeggia quella che una volta era la piazza antistante il teatro e oggi è un piccolo parcheggio intasato di auto. Questo luogo è lo specchio di una consolidata incapacità di scegliere i reali bisogni della società sui quali era realmente necessario investire e a cui è importante, oggi, trovare nuovo impiego. È il simbolo di un’immobilità politica da un lato, collettiva dall’altro. Queste affermazioni erano vere fino a pochi mesi fa. Oggi sono state temporaneamente smentite da un movimento di ‘tecnici’ che hanno deciso che quel luogo dimenticato non poteva più essere ignorato e hanno intrapreso un percorso di richiamo dell’attenzione pubblica sul problema: dal coinvolgimento dell’amministrazione, che non si è tirata indietro come invece le sarebbe convenuto per evitare fondate polemiche, fino alla partecipazione di liberi cittadini e del tessuto imprenditoriale locale che hanno potuto contribuire ai lavori necessari per utilizzare l’edificio non finito come contenitore culturale durante ‘Internazionale a Ferrara’. A cosa è servito tutto ciò? Ecco che, prima di dare la mia risposta a questa domanda faccio ricorso a una riflessione del Professore Salvatore Settis, intervenuto proprio su questo argomento. Lo storico dell’arte, seduto proprio all’interno del teatro incompiuto, ha affermato che davanti alle possibilità di continuare ad abbattere e devastare i centri storici o tentare di ripristinare l’uso di edifici ‘dormienti’ alla loro funzione originaria sceglierebbe senza dubbio la seconda. Non mi permetterei mai di contraddire colui che è stato direttore della Normale di Pisa. Ma, se la riapertura del Teatro Verdi mi ha insegnato qualcosa, beh, è proprio che non ci si deve accontentare di due alternative, del bianco e del nero. Ma occorre avere una visione strabica, che permetta di guardare oltre rispetto alla realtà precostituita, per trovare le sfumature di grigio. Intendo dire che quell’edificio nel centro di Ferrara può e dovrebbe ricominciare a vivere, ma non necessariamente tornando a essere un teatro. Nel processo decisionale – e qui mi ricollego alle parole di Settis – l’interesse generale deve sempre prevalere sul profitto del singolo, e spetta quindi alla comunità individuarne l’impiego migliore e, all’amministrazione evitare un ulteriore fallimento, facendo da garante nel mantenere l’equilibrio tra la salvaguardia del bene e la pubblica utilità.

Il passaggio successivo di questa mia riflessione, ispirata da una serie di eventi molto stimolanti, si concentra sul come trovarle queste nuove idee di recupero e sviluppo dell’esistente, si tratti di un teatro, di un’autostrada dismessa o della ex bottega di un calzolaio. Ed ecco che mi collego alle ottime indicazioni emerse dall’intervento di Alessandro Fusacchia***, Consigliere al Ministero degli Esteri, che ha dimostrato, tra le altre cose, di avere le idee chiarissime su come rifondare, dall’interno, un sistema bloccato dalla burocrazia e dall’immobilismo. Fusacchia ha dato poche ma efficaci indicazioni da cui partire per verificare che quella che ci sembra una buona idea possa anche essere applicata e rivelarsi economicamente sostenibile:

  • chiedersi sempre quale problema essa ci permette di risolvere
  • assicurarsi che la sua applicazione permetta una risoluzione innovativa del problema
  • impegnarsi solo se pensiamo che quell’idea possa generare un profitto economico
  • chiedersi quali possono essere i soggetti cui proporre un affiancamento nello sviluppo dell’idea

Ora, per provare a fare un esercizio di applicazione di tali principi, torniamo al Teatro Verdi, ci viene in mente qualcosa che possa avere queste caratteristiche? Avete voglia di condividerla o promuoverla? Sono certa che chi nei giorni scorsi ha curiosato al suo interno una qualche ispirazione l’avrà avuta e, non ho dubbi, questo esercizio ad alcuni di voi piacerà moltissimo. Quindi diamoci dentro, proviamo a fare sentire la vostra voce, utilizzando tutti i nuovi mezzi che le piattaforme sociali ci consentono. Non bisogna avere timore degli insulti di chi è buono solo a criticare… che tanto siamo come l’armadillo di Zerocalcare, con «una corazza che robbocop ve spiccia casa» e «scorte de plumcake» per essere autonomi fino al 2015.

* Fumettista italiano sulla cresta dell’onda, presente con un workshop e la presentazione del volume Ogni maledetto lunedì su due al festival Internazionale a Ferrara

** Scrittore e giornalista del Sole 24 Ore, presidente della Fondazione >Aref, coordinatore della conferenza Inventarsi il lavoro, creare start up tenutasi durante il festival Internazionale a Ferrara

*** Consigliere del Ministro degli Affari Esteri Emma Bonino relatore alla Conferenza Inventarsi il lavoro, creare start up tenutasi durante il festival Internazionale a Ferrara

 

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  • RICCARDO

    Elena…..come non condividere tutto quello che scrivi, a parte il modo di esporre che rapisce, è tutto perfetto. A Ferrara non penso manchino le idde, o la volontà (anche se di pochi) di dare nuova vita a luoghi abbandonati…..mancano i soldi…e le poche persone che potrebbero finanziare, vogliono solo avere un tornaconto. Per passione a Ferrara al massimo ho visto spendere per il Calcio….

  • seganord

    massimo rispetto per Elena e il suo voler migliorare la città,ma ho appena letto(e commentato)la lettera di una mamma a cui hanno sospeso il servizio del pulmino scolastico e della situazione dei disabili,e credo che prima di rivalutare vecchie strutture si debbano risolvere problemi più gravi.con questo non voglio far polemica,ma magari esortare le persone di sforzarsi di vedere i grandi problemi delle persone,anche quando non li riguardano personalmente.Perchè sono questi i problemi seri della città.Saluti.

  • Elena Bertelli

    @Roberto grazie per i complimenti. Ma credo, aldilà del calcio, che sia ovvio che finanzia debba avere un tornaconto, altrimenti non avrebbe senso per un privato investire in progetti di promozione della cultura. Il punto è proprio questo, in Italia ancora non si è percepito quanto puo’ ritornare da un investimento nel patrimonio culturale, mentre all’estero è considerato una risorsa che genera un indotto.

  • Elena Bertelli

    @seganord sono d’accordo con lei sul fatto che la politica debba risolvere problemi prioritari (sanità, istruzione, lavoro, trasporti…). Ma non vedo perchè una società non debba interrogarsi anche sulle tematiche di cui si parla in questo blog. È il dovere di noi cittadini oltre che dell’amministrazione salvaguardare il nostro territorio e valorizzarlo, e bisogna trovare il modo di farlo senza contare su soldi pubblici. Di questo si discute. 

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