Ferrara in Jazz, al Torrione il Robert Bonisolo Quartet
Venerdì 3 aprile, alle 21.30, sul palco salirà il Robert Bonisolo Quartet, formazione che riunisce quattro musicisti di grande esperienza e sensibilità
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Oggi giovedì 2 aprile, alle 16:30, presso l’istituto di Storia Contemporanea, si terrà la conferenza "Italiane d’Oltremare", tenuta da Federica Colomo
La mostra 'Gianfranco Goberti. La magia della pittura', allestita nelle sale del piano nobile del Castello Estense di Ferrara, sarà visitabile fino a lunedì 29 giugno 2026
Giovedì 9 aprile, all'Accademia delle Scienze, conferenza di Alessandro Bondesan "Le terre e le acque si muovono. Passato e possibile futuro del territorio ferrarese nel suo rapporto con i cambiamenti climatici"
Sarà presentato venerdì 3 aprile alle 17, nella sala Agnelli della Biblioteca Ariostea, Il consumo della felicità, il nuovo libro di poesie di Riccardo Carli Ballola
Difficile trovare posto al Teatro Comunale per la proiezione in anteprima di “Indebito”, il film-documentario firmato dal duo Vinicio Capossela e Andrea Segre. Il “popolo” di Internazionale ancora una volta non ha tradito le aspettative e, dopo aver atteso pazientemente durante la lunga coda all’ingresso, ha letteralmente riempito la sala dalla platea al loggione, senza lasciare nemmeno una seggiola libera.
D’altra parte le aspettative sono sempre alte quando si tratta del cantautore irpino, a Ferrara anche un anno fa seppur in veste di disc-jokey durante il festival di Internazionale. Questa volta però Capossela si confronta con una prova ben più impegnativa: parlare della crisi della Grecia attraverso una musica, il rebetiko, che più testimonia lo stato d’animo del paese ellenico. Una musica che il cantautore, prima della proiezione al Comunale, non a caso definisce “il blues della Grecia”. Perchè, proprio come la sua controparte americana, è una musica che nasce dall’esilio e dall’oppressione, una musica dimenticata da molti ma che ritorna sulle labbra di una nazione tutte le volte che ritornano l’incertezza e la paura. Ogni volta che ritorna la crisi.
E il documentario si muove continuamente proprio tra questi due temi, quello musicale e quello economico-sociale, lasciando che siano i protagonisti delle varie sequenze a parlare e a spiegare il senso della loro musica ribelle e malinconica. “Non avevamo la pretesa di fare un documentario sulla crisi economica in Grecia – afferma Segre davanti al pubblico del Comunale -, ma volevamo capire qual’è il rapporto tra questa musica e la situazione che queste persone stanno vivendo. Alla fine delle nostre nottate nelle locande e nelle taverne dove si suona il rebetiko, chiedevamo ai musicisti di restare e di raccontarci i loro pensieri”.
È questo il filo conduttore che guida la voce narrante di Capossela, inquadrato di giorno mentre cammina e scrive nei sobborghi greci (splendide le inquadrature in cui si riconosce “l’occhio” di Segre) e nelle ore notturne mentre esplora e beve nelle vecchie locande del rebetiko. Arrivando, nelle ultime scene, a sedersi al pianoforte unendosi ai tristi e rabbiosi canti greci. I veri protagonisti sono però i musicisti locali, ognuno con una storia da raccontare e una sua visione del mondo e della musica. Un aspetto torna a più riprese: il rebetiko è una musica dalle forti influenze bizantine. Perchè a portare questa sonorità in Europa furono i profughi di Smirne, città greca nell’Asia minore saccheggiata e razziata dall’esercito turco nel 1922. I profughi di quel massacro fuggirono nei sobborghi più poveri delle città elleniche, e lì diedero vita alla malinconica sonorità del rebetiko.
Non a caso la riscoperta di questa musica orientale e di ribellione và di pari passo con il rifiuto dei sistemi (in particolare finanziari) occidentali, che secondo alcuni musicisti intervistati hanno portato la Grecia sull’orlo dell’abisso. Il documentario però non approfondisce questi temi. Un aspetto voluto, come spiegava Segre, ma che può rappresentare anche il punto debole dell’opera. I contenuti “tecnici” si possono racchiudere in pochi concetti, mentre Capossela in alcune fasi sembra più affascinato dalla malinconia della musica che partecipe del dramma sociale dei greci, come un nomade semplicemente in cerca di una canzone triste. Meglio ascoltare le storie della crisi dai veri protagonisti, che alternano i momenti musicali – durante i quali qualcuno avrà riconosciuto addirittura la versione “tradizionale” di Misirlou, celebre tema di Pulp Fiction – ai propri racconti personali. Lasciandosi rapire per 90 minuti dall’affascinante atmosfera creata dalle note del rebetiko e dalle splendide inquadrature di Segre, ma senza aspettarsi di poter trarre un reale insegnamento sulla crisi greca.
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