Mar 19 Feb 2013 - 1000 visite
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Elogio delle impurezze

Chi guida un Paese democratico non solo deve tenere conto delle diversità (sociali, culturali, religiose…) ma riconoscerne il valore intrinseco e farsene carico per arricchirsi di varietà, idee e punti di vista sempre nuovi che rendano quel Paese una Nazione accogliente e pronta ad affrontare, con soluzioni intelligenti, tutto ciò che può riservare il futuro.

DanteUn Paese che non accetta le diversità, cerca di nasconderle a favore dell’omologazione, è destinato al fallimento e alla sopraffazione, all’esplosione, come avviene in certe reazioni chimiche: “Sulle dispense stava scritto un dettaglio che alla prima lettura mi era sfuggito, e cioè che il così tenero e delicato zinco, così arrendevole davanti agli acidi, che se ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto puro: allora resiste ostinatamente all’attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l’elogio della purezza, che protegge dal male come un usbergo; l’elogio dell’impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era più congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale. Ma neppure la virtù immacolata esiste, o se esiste è detestabile.”*

Primo Levi si riferiva a quelle che il fascismo etichettava come razze diverse e inferiori rispetto a quella ariana. Ma credo che l’elogio della diversità – attualmente attualissimo – che egli trasse dal comportamento dello zinco purissimo, possa essere applicato, in modo più esteso, a molti ambiti del nostro vivere in società.

vespucciPenso in particolare al campo della creatività e dell’arte, su cui insistono i contenuti di questo mio blog.
Infiniti i riferimenti che si potrebbero citare, di artisti, intellettuali, creativi che, nel tempo, sono stati ricordati perchè tanto geniali quanto originali, a tal punto fuori dal normale, da essere costretti a fiorire nascosti nel buio e nel silenzio. Denigrati e confinati agli angoli della società fino al momento in cui un avveduto mercante ne coglieva le potenzialità economiche, così da decidere di trasformare la stranezza respingente in tocco magico, capace di plasmare oggetti che ogni rispettabile uomo di mondo dovrebbe acquistare per quella parete a vista nell’open space del loft nel cuore metropolitano.

Mi viene in mente Keith Haring, giovane ribelle e sfuggente, avvezzo alle droghe e agli innamoramenti proibiti perchè rivolti a persone del suo stesso sesso, con una mano talentuosa e un’infinita curiosità in una provincialissima Kutztown. Qui non era concepibile che un giovanotto minuto, occhialuto e dal colorito spento, che ogni giorno macinava kilometri con la sua Bmx per consegnare i giornali a domicilio, potesse avere dentro tanta energia e creatività unite a spregiudicatezza. Quella componente impura che all’università di Pittsburgh gli procurava solo guai, una volta trasferitosi nell’accogliente New York City avrebbe presto travolto il mondo intero, dal Club 57 alla chiesa di Sant’Antonio a Pisa.

E già che siamo tornati in Italia mi voglio avvicinare a Ferrara, in una Copparo dove nei primi anni ’60 c’era un giovane Dante Bighi che progettava di interrare un sottomarino ad uso cantina nel suo giardino e appendeva enormi vele ai palazzi per far capire che lì dentro veniva esposta una produzione artistica in parte nata sulle navi della Marina Militare. Incompreso dai suoi familiari – che, pur senza osteggiarlo, non avevano saputo vedere la luce che emanava la sua persona, allontanandosene – se n’è andato a Milano dove il mestiere di graphic designer appagava solo in parte la sua voglia di vivere la vita. Mai stanco di conoscere il mondo e di appropriarsi delle tecnologie più nuove, era entrato con entusiasmo nel vorticoso universo dell’arte contemporanea, dove il contatto con gli artisti l’aveva portato a scoprirsi esso stesso capace di realizzare manufatti che raccontassero di viaggi, avventure e credenze religiose.
A Milano lavorava per grandi aziende nazionali, come Necchi e IBM, senza mai dimenticarsi da dove era partito, portando appresso una cultura emiliana fatta di santi e di draghi, che gli hanno ispirato, nel 1964, il logo della Camera di Commercio di Ferrara. Partiva per l’India, per farsi rapire dai santoni, navigava in mare aperto per arrampicarsi sull’albero maestro dell’Amerigo Vespucci e fotografare solide figure di bianchi ufficiali, immobili nella loro austerità; faceva rivivere Milano negli scatti di grandi fotografi, elaborati dal suo sapiente sguardo di grafico, per comporre una preziosa edizione dalla copertina di cristallo, messa in mostra nel 1973 a Palazzo Reale.
IndiraDopo ogni fatica, uno stanco, tanto appagato, quanto solitario Dante Bighi, rincasava nella modernissima villa copparese, portando con sè strani oggetti testimoni delle sue imprese. Poi chiamava gli amici di sempre, il sindaco e le personalità che contavano, per mostrargli cos’era riuscito a fare. Gli indicava l’elica monolitica piazzata in giardino, gli enormi tappeti orientali che finivano per celare il verde acido della moquette, accendeva un sigaro, versava whiskey nei tumbler degli ospiti e restava un poco in silenzio. Un silenzio interrotto dai suoni della natura, che sembrava voler irrompere attraverso le grandi vetrate. Un silenzio di cui i più vicini a lui conoscevano il significato: “Lo vedete che sto portando il mondo in questa nostra umile terra? Come pensate di aiutarmi per far sì che tutto questo sia tramandato ai posteri?”.
Quelli erano anni in cui era più facile fare le cose, dialogare, decidere e organizzare. Forse perchè c’erano più soldi e chi doveva prendere le decisioni lo faceva senza pensare al proprio personale tornaconto.
Forse è stata solo un’occasione fortunata se da quel silenzio carico di rispetto e fiducia è maturata in Dante Bighi la scelta di lasciare tutta l’eredità alla sua Copparo.

Io credo che non sia merito del caso se oggi il mondo che Dante Bighi ha portato a Copparo stia riportando, a piccoli passi, un po’ di Copparo nel mondo. Sono abbastanza convinta che, dove c’è un sistema di potere che sa riconoscere i grani di sale e di senape, il valore delle diversità, degli elementi impuri, a volte più deboli, e si impegna a sostenerli, ci possano essere più civiltà, più capacità di crescere altri semi che sapranno assorbire la ricchezza del terreno fertile in cui affondano le radici.

*Primo Levi, Il sistema periodico, Torino, Einaudi, 1975, pp. 34, 35.

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