Hanno ragione quelli che dicono che il calcio è una buffonata?
Hanno ragione le fidanzate quando si lamentano dei morosi che perdono serate e pomeriggi tra tv e stadio, magari anche viaggi e trasferte, per seguire “22 scemi che corrono dietro un pallone”?
Hanno ragione quelli che dicono che con tutti i problemi di questo paese, l’ultimo dovrebbero essere sconfitte, pareggi o vittorie di gente “ingiustamente “ imbottita di soldi per un gioco?
Forse. Non è nella mia natura dare torto a scatola chiusa e non ascoltare il punto di vista di altre persone.
E non posso nascondermi che quanto molto spesso sento dire dalle persone sul calcio, di frequente rientra nelle tre opzioni elencate poco più sopra.
Strano, perché il calcio che ricordo io era diverso.
Il calcio che ricordo io era il poster della mia squadra attaccato in camera, dal papà, o dal nonno. Quando sei piccolo, lo guardi e ti sembra un elemento decorativo, un serie di persone vestite in maniera bizzarra che sorridono alla macchina fotografica.
Il calcio che ricordo io erano le elementari e gli intervalli con gli amici, quando inevitabilmente l’alienazione verso quella passione ha preso piede, in me ma credo in tutti voi che leggete.
Il pallone che rotola, gridare gol quando la palla (l’indimenticato super Tele) si infilava tra i due cestini (la porta costruita all’occorrenza). Il calcio che ricordo io era tornare a casa con i pantaloni rotti e la classica strisciata d’erba sotto il culo, poi la mamma chi la sentiva! E tornare a scuola giorni dopo con le famose pezze (o toppe) sulle ginocchia.
Il calcio che ricordo io era “Holly e Benji”, pomeriggi vissuti nell’attesa di quella mezzora scarsa di cartone animato in cui, ad ogni puntata, corrispondeva sostanzialmente una azione di una partita. Ancora oggi lo guardo, quando passa in tv. Non me ne vergogno, è il mio essere bambino.
Il calcio che ricordo io era poi iniziare a vedere con occhi diversi quel poster che avevo in camera, perché i miei amici a scuola iniziavano a parlare di Juve, Inter, Milan. O di Van Basten, Baggio, Maradona. E capire che sul muro sopra il mio letto, Van Basten in quella foto c’era.
Il calcio che ricordo io è stato poi sapere con un po’ di stupore, a sette anni, che esisteva la squadra della mia città, e che si chiamava Spal. Che non giocava in serie A (l’unico campionato che a quell’età potevo conoscere), ma che aveva comunque una maglia fighissima, biancazzurra, a dispetto di un nome un po’ strano.
Il calcio che ricordo io erano a guardare le partite in tv con il papà, che della Juve, del Milan e dell’Inter se n’è sempre fregato, guardandole con un coinvolgimento distaccato ma lo faceva, al tempo, provando a spiegarmi i concetti di base. Io non ci capivo una mazza delle diagonali, del fuorigioco, della tattica: ma il calcio che ricordo io già mi piaceva.
Il calcio che ricordo io era lo stesso papà che mi ha portato allo stadio la prima volta: non a San Siro, non al Paolo Mazza di Ferrara, ma a Bologna, al Dall’Ara. Perché il mio babbo è di Bologna, tifa i rossoblù e ne va orgoglioso anche oggi. All’epoca non sapevo che questo avrebbe significato una rivalità micidiale negli anni a venire. Nel Bologna, all’epoca, giocava un certo Marco Negri, che non era Van Basten, ma dal vivo per me era comunque un fenomeno. L’ho sempre seguito con affetto, da quel giorno.
Il calcio che ricordo io erano i caroselli della gente per i mondiali in Italia, nel 1990. Ma non li ho seguiti tantissimo, ricordo che a metà del secondo tempo regolarmente mi addormentavo. Però mi ricordo i caroselli della gente, e soprattutto “Notti magiche” della Nannini e Bennato.
Il calcio che ricordo io è stato poi, sempre con il Milan a colorare la mia camera da letto, avvicinarmi alla squadra della mia città, capire finalmente qualcosa di più e quindi che eravamo in serie C. Ma ventimila persone allo stadio sono davvero tante. Il calcio che conosco io era quindi uno Spal-Verona, in gradinata (credo a 13 anni), con il papà a fianco che mascherava ottimamente la fede rossoblù in un mare di biancazzurro. Ed avere un buco allo stomaco ogni qual volta, dalla mia destra e da quella parte di stadio sotto la tettoia, la gente si metteva a cantare. Curva Ovest, si chiama. Non ho mai smesso di amarla.
Il calcio che ricordo io era la Spal in serie B e un campionato talmente brutto che faccio anche fatica a ricordarlo. Però mi ricordo il primo autografo chiesto a un calciatore: a cavallo del natale, in un supermercato. Era Beppe “Pino” Brescia, il capitano della Spal, e per me era già un eroe.
Il calcio che ricordo io è stato poi continuare a crescere, in mezzo ad amici che non parlavano d’altro, passando le estati da sbarbato al mare e sulla sabbia (prima di arrivare a capire che esistono anche le donne, ma quelle sono state altre estati ed altre passioni) lanciandoci la palla per aria cercando di imitare gol e rovesciate viste in tv.
Il calcio che ricordo io è stata una successiva esistenza da ferrarese e tifoso spallino ricca di sofferenze inaudite che un giorno racconterò.
Il calcio che ricordo io erano poi le figurine, già moderne e sotto forma di “card”, che hanno monopolizzato le giornate delle medie. Perché è vero, c’erano anche le prime “simpatie”, le cotte che duravano un giorno e una notte per ragazzine di cui manco sapevo il nome. Ma prima di tutto c’era sempre e comunque il calcio che ricordo io.
Il calcio che ricordo io, poi, ha visto Van Basten che in jeans, camicia e il giubbottino di renna, ha fatto zoppicando un giro di campo per salutare l’enorme San Siro, che visto in televisione sembrava ancora più grande. E io per la prima volta ho pianto per il calcio che ricordo io. La prima di tante.
Il calcio che ricordo io è stato diventare ragazzino, iniziare con i videogiochi (di calcio ovviamente) e ancora oggi continuare a giocarci, anche se gli anni ormai superano i 30.
Diventare ragazzino significa avere quel pelo in più di libertà ed andare allo stadio da solo, in Curva o a Bologna contro gli odiati rossoblù dicendo ai genitori che ero stato tutto il giorno al parco con gli amici. Invece ero in mezzo a una fiumana di ferraresi, che si son presi monetine e accendini dagli “odiati” cugini rossoblù. 2 a 0 per noi, a fine partita. Un delirio.
Il calcio che ricordo io è Beppe Campione, un ragazzo di talento, sorridente, che muore in un incidente a 21 anni e tutta Ferrara si ferma. Io talmente scioccato che sono anche andato al suo funerale in Duomo, in mezzo a migliaia di persone.
Il calcio che ricordo io è stato crescere, divorare la gazzetta ogni santo giorno. E continuare ad andare allo stadio, a Ferrara e anche a Milano.
Il calcio che ricordo io è stato il Fantacalcio: c’è bisogno di spiegarlo?
Il calcio che ricordo io è stato e sarà sempre il numero 11 del Milan: Marco Simone. L’attaccante forse meno valorizzato della storia, ma quando segnava lui io impazzivo.
Nel calcio che ricordo io, c’erano Baresi capitano del Milan, Giannini Capitano della Roma, Baggio capitano della Juventus e Bergomi capitano dell’Inter.
Nel calcio che ricordo io, fortunatamente, non c’erano ne i Cassano, ne i Balotelli, ne sceicchi che compravano anche l’aria che respiriamo.
Nel calci che ricordo io c’era Mino Bizzarri, uno dei più forti attaccanti mai visti nella mia Spal. Anche se era solo serie C. E poi c’è stato Cancellato, il Ronaldo del “Paolo Mazza”.
Il calcio che ricordo io erano gli Ultras. I treni speciali, i tamburi, i megafoni e il biglietto per lo stadio ce lo regalavano alle medie. Non esistevano tessere, tornelli, metal detector ed altre amenità.
Il calcio che ricordo io è stato veder perdere la mia Spal dal Como 6 a 3 a Ferrara in una semifinale dei playoff e prendere una manganellata da un carabiniere poco simpatico che non aveva apprezzato il mio dito medio a pochi metri dai tifosi avversari.
Il calcio che ricordo io è anche i viaggi nella nebbia per andare a Milano, in un San Siro talmente grande che per l’emozione mi venivano i giramenti di testa. E vedere tante vittorie, feste di scudetti, e soprattutto il regalo di compleanno più bello della mia vita: un 6 a 0 all’Inter in un derby. Roba da orgasmo, paragone sensato.
Il calcio che ricordo io, a proposito, si è sempre affiancato all’altra parte di cuore della mia vita. Volti diversi, storie diverse, ma credo che le donne che hanno fatto parte della mia vita abbiano saputo apprezzare il calcio che ricordo io. Alcune si sono anche appassionate, altre forse hanno fatto finta solo per farmi felice e si sa, le donne hanno di base un animo splendido anche per queste cose. Una si è incazzata, e se legge sa di chi sto parlando. Ma era diventata milanista e spallina pure lei, anche se per il calcio l’ho trascurata e non me lo perdonerò mai.
Il calcio che ricordo io mi ha visto poi iniziare l’avventura professionale da cronista, da tutto un altro punto di vista. Ma è una storia che un giorno magari racconterò.
Insomma, tornando al nocciolo della questione, il calcio che ricordo io non è una buffonata. Il calcio che ricordo io aveva tanti soldi che gli hanno fatto sempre da contorno, ma non ne hanno mai oscurato la luce.
E nel calcio che ricordo io, le donne non erano un ostacolo ma una passione nella passione, che spesso si mescolava.
Ma forse mi sbaglio, forse i ricordi sono solo lontani. A voi la parola!