Cronaca
16 Ottobre 2021
Secondo l'accusa avrebbe indicato al comando dei Vikings dove trovare il rivale Oboh degli Eye e poi avrebbe raccontato il falso alla polizia per sviare le indagini

Agguato con machete, una donna a processo per favoreggiamento

di Daniele Oppo | 2 min

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In un primo momento si è pensato a un infortunio sul lavoro, ipotesi che al momento resta la più plausibile, anche se gli accertamenti sono ancora in corso. L’idea di una possibile aggressione è emersa solo successivamente nel corso delle indagini, complicate soprattutto dalle difficoltà di comunicazione con le persone presenti sul posto

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Per la procura avrebbe aiutato la banda dei Vikings a compiere l’agguato di via Olimpia Morata ai danni di Stephen Oboh, esponente del clan rivale Eye e avrebbe poi cercato di sviare le indagini, raccontando il falso ai poliziotti.

È per questo che Silvia Ebhomienle, 42 anni, nigeriana, detta “Mama Oufury” è finita a processo.

Per l’accusa – sostenuta in giudizio dalla pm Isabella Cavallari, che già aveva seguito indagine e processo sull’agguato con il machete da cui ha preso il via l’indagine sulla mafia nigeriana a Ferrara – la donna avrebbe chiamato uno dei componenti del comando, Anthony Lucky Odianose, detto “Ubeba”, per dirgli che Oboh sarebbe andato da lei per prendere da mangiare.

Ieri, davanti al giudice Andrea Migliorelli, è stato sentito un testimone, che altri non è che proprio “Ubeba”, che ha un po’ ritrattato quanto aveva detto in precedenza agli inquirenti: non fu la donna a rivelargli la posizione di Oboh e la ha scagionata da qualsiasi sua partecipazione all’agguato. “Avevo raccontato un’altra cosa perché ero arrabbiato con lei, quella che ho detto oggi è la verità”.

Secondo il testimone, che è in carcere, quel giorno si era recato anche lui a casa di ‘Mama Oufury’ con lo stesso motivo per cui ci era andato effettivamente anche la vittima dell’agguato: mangiare. Ha poi raccontato di aver saputo che Oboh vi era stato solo perché fu lui a raccontarlo a processo.

Ha detto che una chiamata ci fu, effettivamente, tra lui e l’imputata: “Mama mi ha chiamato dopo l’aggressione per chiedermi cosa fosse successo”.

I poliziotti che hanno indagato hanno invece confermato il percorso investigativo che li ha portati a ipotizzare un ruolo della donna nei fatti di via Olimpia Morata.

Si ritorna in aula il 15 febbraio per la disucssione.

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