Politica
17 Agosto 2021
Il senatore di Fdi rispolvera la storia del medico “Katanga” collegata all'uccisione del militante di destra Ramelli, con la quale però il fondatore di Emergency non ha nulla a che fare

Balboni (Fdi) non vuole una via per Gino Strada

di Daniele Oppo | 3 min

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Gino Strada era un giovane violento, andava in giro a picchiare chiunque non fosse comunista e non ha mai chiesto scusa, si portava dietro una particolare chiave inglese come arma, proprio la stessa usata l’omicidio di Sergio Ramelli durante gli Anni di piombo.

E così, sulla base di una storia senza alcun riscontro ma diffusasi da anni online (e sui giornali e siti di destra) e vergognosamente rispolverata in questi giorni in occasione della sua morte, il senatore di Fratelli d’Italia Alberto Balboni si oppone alla richiesta del Pd d’intitolare un luogo pubblico di Ferrara al chirurgo di guerra fondatore di Emergency.

Non c’è da sorprendersi. Poche ore dopo la diffusione della notizia della scomparsa, anche un altro esponente di Fdi – Giuseppe Fiorito – aveva rilanciato la stessa storia già comparsa nel 2018 che vuole un Gino Strada non solo capo degli studenti picchiatori ma anche medico dei ribelli islamici che per curare loro teneva i bambini fuori dall’ospedale.

Mentre Fiorito si è affrettato nel cancellare il post su Facebook, quel racconto ha fatto di nuovo presa un po’ ovunque, avvelenando la memoria sul fondatore di Emergency e incollandosi a Balboni.

“Forse in pochi ricordano chi fu Gino Strada negli anni ’70”,  dice il senatore ferrarese, che per ricordarlo usa le stesse parole e la stessa narrazione senza riscontri che da anni fanno parte delle catene social contro Strada e muove le stesse accuse che nel 2007 costarono all’ex direttore de La Padania, Gigi Moncalvo, un risarcimento da 150mila euro: Gino Strada fu un picchiatore che spaccava le teste a quelli di destra a colpi di chiave inglese.

E infatti anche Balboni dice di ricordare, “eccome”, che “Strada fu il capo del servizio d’ordine del Movimento studentesco alla Facoltà di Medicina dell’Università di Milano, i famigerati katanghesi. Per non lasciar adito a dubbi il suo gruppo si chiamava “Lenin” e l’arma d’ordinanza da cui non si separavano mai i suoi seguaci era l’altrettanto famigerata Hazet 36, una chiave inglese d’acciaio di quasi 50 cm da usare contro chiunque non fosse allineato con la loro farneticante ideologia marxista-leninista-maoista. Insomma, comunista”.

“La chiave inglese, per capirci – dice ancora Balboni, che come da copione collega Strada a un grave fatto di sangue col quale invece non c’entra nulla – con cui fu massacrato a morte il sedicenne Sergio Ramelli, il giovane studente di destra la cui unica colpa era di aver scritto in un tema in classe che le Brigate Rosse erano solo degli assassini. I katanghesi cui Gino Strada apparteneva, allora ancora estraneo a qualsiasi impulso pacifista, teorizzavano e praticavano l’uso della violenza per terrorizzare i giovani di destra e impedire loro “democraticamente” qualsiasi agibilità politica”.

A uccidere Ramelli, però, secondo le indagini compiute dal giudice Guido Salvini e i processi conclusi con condanne definitive, non furono né i katanghesi né Gino Strada, ma alcuni membri servizio d’ordine di Avanguardia Operaia, altro gruppo extraparlamentare che, peraltro, si scontrava spesso anche con il Movimento studentesco.

E data la narrazione di uno Strada violentissimo “che mai ha rinnegato quella sua violenza giovanile, mai ha chiesto scusa alle sue vittime, mai ha compiuto il più semplice atto riparatorio. Insomma, mai ha mostrato il minimo pentimento”, ecco la controproposta di Balboni: “Anziché a Gino Strada, ritengo più giusto rendere omaggio alle tante vittime dimenticate di quella violenza terribile. Ecco perché, tra Gino Strada e Sergio Ramelli, preferisco che si scelga di dedicare un luogo pubblico di Ferrara al giovane ucciso barbaramente solo a causa delle sue idee, non a chi teorizzava e praticava la violenza”.

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